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Capitalismo della sorveglianza e distanziamento sociale al tempo del coronavirus.

Capitalismo della sorveglianza e distanziamento sociale al tempo del coronavirus.

Del capitalismo della sorveglianza abbiamo già scritto[1]. Oggi, in epoca di coronavirus, il capitalismo della sorveglianza cresce, cresce a dismisura, e si può affermare in tutta la sua potenza autoritaria, antidemocratica. Trae linfa dalla crisi economica, perché è un settore che dalla crisi COVID esce rafforzato, e dal distanziamento sociale.

Qualche giorno fa il presidente di Senso Comune, Samuele Mazzolini, rispondendo ad un tweet di Giovanni Tomasin che a sua volta riportava un articolo di Giorgio Agamben sul distanziamento sociale, discuteva su come il “il distanziamento sociale può dar vita a forme di chiusura esistenziale, rafforzando tendenze claustrofiliche, di godimento digitale, distante, anonimo. Per ridar linfa alla politica, è il peggiore degli scenari”[2].

E’ vero, così come è vero che ogni fase storica ha le sue caratteristiche e con esse bisogna confrontarsi, non scansarle, e trovare modalità per andare avanti e far prevalere le proprie idee. Nel distanziamento sociale stiamo vivendo e verosimilmente vivremo ancora per mesi.

Qualche giorno fa Jacobin Italia ha pubblicato, in traduzione, un articolo che racconta come negli Stati Uniti, in mezzo alla pandemia influenzale del 1918, si sviluppò uno sciopero di massa che portò ad un imponente ciclo di lotte operaie[3].

Oggi la storia degli ultimi decenni, da ultimo l’involuzione in America Latina, non depone a favore delle lavoratrici e lavoratori. Urge individuare contenuti unificanti, che chiariscano chi sta col popolo e chi sta contro, dal reddito di quarantena ad un disvelamento delle politiche economiche europee al processo politico da instaurare contro Confindustria, specialmente quella lombarda (di cui Fontana è una appendice), la quale ha mandato al massacro tutta la Lombardia.

Il capitalismo della sorveglianza è radicato in altri stati, e la politica internazionale è importante, ma non si può non partire da dove stanno le leve del potere a casa nostra.

Sulle forme della lotta politica, in tempi di distanziamento sociale, ragioniamo in modo creativo. Le elezioni, siano esse politiche o di posto di lavoro, possono tranquillamente tenersi in modo elettronico, e gli organi assembleari si possono riunire a distanza. Non possiamo mandare in quarantena la democrazia rappresentativa, che pure non è perfetta.

E magari tutto questo “lavoro agile”, questo utilizzo delle reti, può essere il momento per ragionare sulla libertà nella rete, e sulla democrazia. Bisogna subito normare, normare e normare, su come garantire la libertà e come e quanto far pagare le tasse a questi giganti. Perché Amazon non deve pagare, in termini percentuali, quanto paga di tasse un negozio di vicinato?

Contemporaneamente, allarghiamo lo sguardo al futuro. La rete è un bene comune?

Oltre il privato ed il pubblico, su questo Ugo Mattei e Alberto Lucarelli hanno introdotto il concetto di “comune”, che poi sarebbe una gestione partecipata di quelle parti di economia definiti “beni comuni”. Chi può dire che la rete non lo è?


[1] http://www.enricolobina.org/situ/shoshana-zuboff-il-capitalismo-della-sorveglianza/

[2] https://twitter.com/gtomasin/status/1247807936044228609

[3] https://jacobinitalia.it/scioperare-nella-pandemia/

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