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Politiche contro lo spopolamento – di Raffaele Boi

A leggere il rapporto “L’economia e la società nel Mezzogiorno”, pubblicato nel 2019 dallo Svimez, la Sardegna è candidata ad avere nel 2065 poco meno di 1.200.000 abitanti, quasi 500.000 in meno rispetto agli attuali.

Saranno cancellati e rimarranno solo rovine, interi paesi, i nostri paesi, i luoghi dove siamo nati e siamo cresciuti, dove ci siamo formati e da dove ci siamo staccati per studiare e per lavoro.

Quello dello spopolamento è un fenomeno drammatico che richiede efficaci politiche strutturali, europee, nazionali e regionali, non essendo sufficiente la creatività di qualche coraggioso amministratore locale o iniziative isolate di varia natura.

Ad usare una metafora medica, il paziente è in prognosi riservata e non si potrà sciogliere la prognosi se la politica, quella sarda principalmente, non colga, in tutta la sua drammaticità, la rilevanza economico sociale dello spopolamento.

Cosa fare?

Enrico Lobina, con il suo lavoro, ”Considerazioni sulla riforma della burocrazia regionale alla luce di una nuova visione del futuro della Sardegna”, apparentemente distante, per l’oggetto della trattazione, dal tema dello spopolamento, fornisce, efficacemente, numerose risposte.

Lo fa, a mio parere, sin dal titolo del suo lavoro: le riforme devono necessariamente partire da una nuova visione del futuro della Sardegna. Non si può porre in essere nessuna politica senza la consapevolezza del contesto in cui si opera e dell’orizzonte a cui si mira.

Se vogliamo salvaguardare anche la ricchezza della nostra identità non si può non partire dalla drammaticità del fenomeno dello spopolamento e occorre caratterizzare tutte le azioni anche per il loro contributo a contrastarlo.

Riprendendo le parole dell’autore, la Sardegna ha bisogno di un new deal e la sua macchina amministrativa, per tornare al tema della riforma della burocrazia regionale,  deve essere a supporto del popolo sardo.

E a supporto lo sarà se la Regione sarà anche in grado di porre in essere le azioni e realizzare le soluzioni proposte dall’autore in tema di lavoro agile e telelavoro, facendo si che tali strumenti possano garantire una maggiore presenza nelle nostre piccole comunità di chi, pur lavorando in città, si trasferirebbe in paese.

La stessa Regione, in tutte le sue articolazioni, si avvicinerebbe ai cittadini, farebbe sentire la sua presenza anche in quelle aree dell’Isola che, pur definite “periferia” devono tendere a ri-diventare il nucleo, l’anima dell’intera comunità regionale.

I nostri Comuni, quelli in via di spopolamento soprattutto, dispongono di numerosi locali, spesso interi edifici non più utilizzati per i tradizionali servizi a favore della cittadinanza, che potrebbero costituire senza particolari oneri finanziari spazi di coworking, inteso come innovativa forma di lavoro che coinvolga preliminarmente i dipendenti pubblici ma anche professionisti e lavoratori delle aziende private.

Consideriamo un esempio concreto di possibile coworking in relazione ai recenti interventi per la razionalizzazione degli uffici postali e delle strutture di recapito postale.

A seguito del processo di liberalizzazione del settore postale, il mercato è stato aperto alla concorrenza di nuovi operatori con contestuale riduzione degli ambiti di monopolio riservati a Poste Italiane e in un’ottica a regime di piena liberalizzazione dello stesso mercato.

E’ di tutta evidenza che tale processo ha inciso ed inciderà negativamente, evidentemente, sulle nostre realtà e sul fenomeno di cui stiamo trattando. In quest’ambito, guardando ad obiettivi di coesione sociale ed economica, ben si potrebbe pervenire a specifiche intese tra i soggetti interessati per individuare spazi di collaborazione volti a promuovere lo sviluppo di servizi al cittadino, negli spazi di coworking pubblici e attraverso le forme di lavoro agile e telelavoro.

E’ noto che la comunicazione è uno dei pilastri del vivere sociale e che il grado di sviluppo di ogni comunità è direttamente proporzionale alla quantità, all’intensità e alla qualità dei flussi di comunicazione tra i componenti del gruppo sociale.

Per questo gli ambiti di coworking pubblici potrebbero anche costituire il punto di conoscenza e condivisione delle politiche e dei procedimenti amministrativi che vengono normalmente erogati dall’amministrazione. Ciò in luogo dell’utilizzo dell’ufficio mobile, cui si è fatto recentemente riferimento.

A trarne effetti positivi non sarebbero solamente i territori e i lavoratori pubblici, e privati, interessati ma le stesse politiche regionali.

Agevolerebbe questo percorso la definizione di un processo di riforma ancora in fase embrionale teso alla creazione del sistema delle autonomie territoriali sarde, cui far corrispondere un ambito contrattuale unico all’interno del quale individuare istituti contrattuali a contrasto dello spopolamento, garantendo ad esempio differenze retributive che contribuiscano a rendere conveniente risiedere nei piccoli Comuni dell’interno.

Il lavoro di Enrico Lobina, oltre che indicare più dettagliatamente gli ambiti e le proposte di riforma organizzativa che contribuirebbero a far si che la macchina amministrativa regionale sia concretamente a supporto del popolo sardo, fa emergere quelli che dovrebbero essere gli elementi caratterizzanti una nuova visione del futuro della Sardegna.

Argomentando di spopolamento e ponendo tale fenomeno al centro del dibattito di ogni riforma dovrebbero essere ripensate alcune scelte recenti sorrette anche dall’idea dei territori intesi quali soggetti in competizione rispetto a standard di natura economica. Mi riferisco in particolare a parti della riforma sanitaria e alla legge di riforma delle autonomie locali.

Come pure dovrebbero essere definitivamente abbandonate quelle scelte urbanistiche e quegli entusiasmi edilizi che anche nella precedente legislatura regionale vedevano nel cemento sui litorali sardi la panacea di tutti i mali.  Anche in questo caso la visione del futuro della Sardegna è esattamente all’opposto rispetto ad un’idea dell’isola, le cui zone interne sono parte integrante e prevalente della sua identità.

Occorre estendere il piano paesaggistico alle zone interne, correggendone le imprecisioni e le storture e favorire e consolidare le aree naturali protette.

Considerato che anche nel PPR si è scelto di intraprendere un percorso di pianificazione concentrato sugli ambiti costieri, in quanto ritenuti strategici per lo sviluppo economico, si è concretizzata una ulteriore situazione di squilibrio rispetto alle aree interne.

Ripensiamo quindi la burocrazia regionale, ma assumiamo a supporto un’idea della Sardegna che la consideri pure isola del turismo e delle coste, ma soprattutto, in modo unico e inseparabile , come terra con una forte identità storica e geografica, di cui le zone interne costituiscono elemento imprescindibile.

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