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IL VIỆT NAM DEL FUTURO SFIDE, DIFFICOLTÀ E RUOLO DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

January 20th, 2010  |  Published in Vietnam

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Secondo alcuni storici, le guerre d’Indocina sarebbero state, nel XX secolo, tre[1]. La prima contro la Francia, la seconda contro gli Stati Uniti d’America, e la terza una guerra “interna”. Gli attori autoctoni sarebbero stati i vietnamiti, i cambogiani e i laotiani.

Nonostante la presenza di truppe militari vietnamite in Cambogia, la “terza guerra d’Indocina” è stata qualitativamente e quantitativamente molto differente dalle altre due, tanto che è dubbio se possa essere associata alla lotta dei popoli della penisola indocinese contro l’occupante straniero.

In primo luogo, la presenza vietnamita in Cambogia non ha comportato la distruzione del terreno e le indicibili sofferenze delle due precedenti guerre di liberazione nazionale. In secondo luogo, la conseguenza della presenza delle truppe vietnamite a Phnom Penh sono state, sia a livello interno che internazionale, non paragonabili all’azione svolta nell’area dai francesi prima e dagli statunitensi successivamente.

Il 1989 segna il primo passo verso la soluzione del problema cambogiano quando i soldati vietnamiti completano il proprio ritiro. Per molti solo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche e politiche tra il Partito Comunista Vietnamita (PCV) e il Partito Comunista Cinese segna il momento della pace definitiva in Indocina. Conseguentemente, il periodo 1993-2004 sarebbe il più lungo periodo di pace per il Việt Nam da quando nel 1858 una squadra navale franco-spagnola attaccò Đà Nẵng.

Il realtà il momento di svolta del Việt Nam è stato il 1986 quando, durante il VI Congresso del PCV, si afferma una nuova visione dei rapporti tra economia e mercato, e un nuovo gruppo dirigente conquista la guida del paese.

Per quanto riguarda l’economia, si permette ai contadini e agli agricoltori di vendere in maniera privatistica il surplus che sono capaci di ottenere nel loro lavoro, ci si apre all’economia di mercato e alla divisione internazionale del lavoro, e nascono imprese gestite da privati con logiche aziendali.

Per quanto riguarda il nuovo gruppo dirigente, assurgono ai ranghi più alti del partito, per la prima volta da quando Hồ Chí Minh riconquistò l’egemonia dell’allora Partito Comunista Indocinese nel 1941, quadri dirigenti che non sono stati, per ragioni anagrafiche, stretti collaboratori del padre dell’indipendenza vietnamita.

Si dà una spallata alla gerontocrazia che governava il partito, e il nuovo gruppo dirigente, guidato da Nguyễn Văn Linh, si fa forte, novità per il PCV di allora, del sostegno massiccio delle organizzazioni locali del meridione del paese[2].

Si tratta della svolta che andrà sotto il nome di Đổi Mới (rinnovamento). Đổi Mới è il paradigma che ancora oggi guida il gruppo dirigente vietnamita. Esso rappresenta il nuovo patto del consenso stipulato tra il popolo e il PCV.

Se nel passato il patto del consenso si basava sull’assunto che il PCV era l’unica organizzazione capace di portare all’indipendenza, oggi è l’economia e il miglioramento delle condizioni di vita del popolo l’oggetto del “contratto” tra il partito e il popolo.

Fintantoché il partito e il governo saranno in grado di garantire un miglioramento della vita di tutti, anche dei più poveri, esso potrà continuare a governare e mantenere il potere. Inoltre, il PCV gode ancora di un notevole credito per altre ragioni. Innanzitutto, per il ruolo centrale che i comunisti hanno svolto nella guerra, ancora tremendamente presente nella memoria collettiva e personale dei vietnamiti.

Inoltre, la figura di Hồ Chí Minh, all’interno di una società nella quale il culto degli antenati è ancora fortemente presente, ha travalicato i confini della politica per assurgere a simbolo della nazione e dell’indipendenza nazionale.

L’impetuosa crescita economica degli anni Novanta ha varie cause. Innanzitutto, le riforme si sono rivelate capaci di raggiungere gli obiettivi desiderati. In secondo luogo, le bassissime condizioni di vita del periodo precedente permettevano notevoli passi in avanti in termini di crescita economica percentuale, anche se in termini assoluti i miglioramenti sono stati molto più contenuti. In terzo luogo, la diminuzione delle spese militari, anche se controbilanciate dalla fine dell’aiuto economico e finanziario sovietico, hanno liberato risorse pubbliche che hanno potuto essere utilizzate per investimenti, per esempio in infrastrutture.

Infine, la crisi finanziaria del 1997 non ha avuto sul Việt Nam gli stessi pesanti effetti che ha avuto in altre aree. Ciò è dovuto principalmente a due ragioni: la scarsa attività finanziaria del Việt Nam del periodo e il controllo che lo Stato ancora esercita sul sistema finanziario e sull’economia in generale.

Se molti sono stati i miglioramenti e le sfide vinte dal paese negli ultimi quindici anni, ancora molti sono i traguardi da raggiungere per garantire a tutta la popolazione un tenore di vita decente e la sicurezza sociale ed economica. Il PCV è consapevole di ciò.

Infatti, uno dei documenti più importanti approvati durante il nono Congresso del Partito, tenutosi nel 2001, è la “Strategia per lo sviluppo socio-economico 2001-2010. Il documento, dopo aver evidenziato sia i risultati raggiunti che le difficoltà e i problemi  aperti, delinea una serie di obiettivi socio-economici che il PCV si propone di raggiungere negli anni a venire.

Compito di questo saggio è, dopo aver svolto una necessaria introduzione sul Doi Moi e sulle prospettive internazionali del paese, di esaminare gli obiettivi del governo e del partito nel campo economico e sociale, i problemi aperti, siano essi emergenti, cioè dovuti alla modernizzazione, o di lunga data. Si cercherà di spiegare e comprendere il concetto di “economia di mercato a orientamento socialista”, attraverso una analisi sia del ruolo dello stato nell’economia, sia una rassegna sulla riforma della pubblica amministrazione e delle aziende di proprietà statale.

L’esame del ruolo dello Stato, del ruolo del PCV e del contesto internazionale toccherà temi che meriterebbero ben altro spazio ed attenzione, quali ad esempio la domanda se oggi è possibile pensare al socialismo in un solo paese, o alle nuove forme che l’imperialismo, sia armato che economico, può assumere (OMC?), o al nuovo ruolo internazionale che il paese può avere.

Il presente saggio, lungi dal voler rispondere alle soprascritte domande, cercherà di guardare alle problematiche economiche e sociali del Việt Nam dal 2001 al 2010 dall’ottica delle organizzazioni internazionali.

La discussione sul quadro macroeconomico attuale e futuro del paese verrà esaminato solo in relazione a specifiche problematiche sociali. Oggi le organizzazioni internazionali, in primis l’Onu e le sue agenzie, sono massicciamente presenti nella Repubblica Socialista del Việt Nam.

Essa è considerata, insieme alla Repubblica Popolare Cinese e all’India, tra i paesi che più si sono adoperati per la diminuzione della povertà, vero grande obiettivo delle maggioranza delle organizzazioni internazionali oggi.

Se da una parte, quindi, la comunità internazionale loda i risultati raggiunti dal paese, dall’altra non smette di sottolinearne le difficoltà, le mancanze, i problemi, e gli innumerevoli passi in avanti ancora da compiere. Ciò viene effettuato con una accuratezza e una scientificità che talvolta manca al governo e allo Stato vietnamita che, quindi, in molte occasioni riceve un sincero e fattivo contributo dalle organizzazioni internazionali.

Il saggio tenterà, inoltre, di delineare quelle che dovrebbero essere le priorità sulle quali le organizzazioni internazionali si dovrebbero concentrare. Nelle conclusioni, infine, si cercherà di sintetizzare i dati presentati e il quadro descritto, in modo da poter definire le azioni che il PCV, il governo, e le organizzazioni internazionali dovrebbero intraprendere per raggiungere gli obiettivi prefissi.

All’interno del paese, proprio grazie allo sviluppo economico, nuovi e in parte configgenti interessi stanno emergendo, i quali vengono riflessi sia nel dibattito pubblico sia nel più segreto dibattito interno al PCV. Ugualmente, il vario mondo delle organizzazioni internazionali presenta numerosi attori la cui filosofia e maniera di lavorare varia grandemente. Conseguentemente, il saggio non potrà che mettere in luce le tendenze dominanti o, altrimenti, evidenziare le divergenti opinioni sull’oggetto in questione.


Đổi Mới: successi, originalità, mancanze

Dal punto di vista politico-economico, alla fine della guerra contro gli Usa gli obiettivi primari del Việt Nam erano la ricostruzione del paese e l’unificazione del nord e del sud.

Dopo una iniziale titubanza, il PCV puntò sulla industrializzazione forzata e veloce del paese, importando il modello sovietico degli anni ‘30, che si basava sulla subordinazione del settore primario rispetto al secondario, e su una compressione dei salari, sia dei contadini che degli operai[3].

Gli effetti furono disastrosi. Il paese, distrutto da trenta anni di guerra, non era in grado di sopportare ulteriori pesanti sacrifici[4]. Inoltre, l’economia vietnamita, ancora prevalentemente agricola, non era né adatta né pronta per l’industrializzazione.

Già nei primi anni ottanta il PCV e il Governo spostarono il centro delle loro attenzioni dal settore secondario al settore primario. Tuttavia, solo con il VI Congresso del PCV, che si tenne ad Hà Nội nel dicembre del 1986, si decise definitivamente di cambiare tattica e strategia, sia in campo economico che politico. Iniziò l’era del Đổi Mới che rappresentò un profondo cambiamento di linea politica ed economica che ha interessato il PCV e tutto il paese.

Ecco come Lê Đức Thủy, molto efficacemente, sintetizza le decisioni economiche del VI Congresso: “al sesto Congresso il partito smise di considerare l’industrializzazione e lo sviluppo in maniera separata dalla divisione internazionale del lavoro e dalla cooperazione. Al contrario esso affermò le idee della porta aperta in economia, o partecipazione al mercato mondiale, e della riorganizzazione della struttura settoriale dell’economia sulla base del vantaggio comparato. […] Le spese statali si concentravano nel raggiungere gli obiettivi in tre aree: alimentare, beni di consumo e d’esportazione, e progetti chiave riguardanti l’energia e la cooperazione economica con paesi stranieri. […] Lo scambio libero a prezzi di mercato sostituì la movimentazione degli alimenti regolata dallo Stato e lo scambio dei mezzi di produzione tra il contadino e lo stato a un prezzo fisso. Tutte le misure che vietavano la libera circolazione degli alimenti furono abolite. Dopo trent’anni, la distribuzione di alimenti a basso prezzo agli impiegati statali e alle persone che avevano relazioni economiche con lo Stato, fu abolita. […] Tutti i settori, compresa la difesa nazionale, l’industria pesante, gli stabilimenti di ricerca scientifica, furono incoraggiati a partecipare alla produzione di beni. […] Il Sesto Congresso Nazionale riconobbe ufficialmente gli errori del vecchio modello, rinunciò all’obiettivo di completare la trasformazione socialista della società in cinque anni, e vide tale trasformazione come un processo di lunga durata che prendeva piede sotto molte forme attraverso l’intera era storica dedicata alla costruzione del socialismo”[5].

Per quanto riguarda le riforme politiche, esse tendevano alla riconquista del consenso perduto tra le masse popolari e contadine, a causa delle scelte economiche errate e della scarsa professionalità dell’apparato statale. Esse consistevano in un rafforzamento delle organizzazioni di massa, in una ripresa della lotta alla corruzione – piaga della società vietnamita – attraverso una campagna di coinvolgimento della popolazione alla gestione delle cose pubbliche.

In alcuni casi, la composizione delle liste per l’elezione dei rappresentanti agli organismi nazionali e provinciali delle varie organizzazioni venne compiuta sulla base del principio della lista aperta, con un numero maggiore di candidati rispetto ai posti disponibili[6].

Tuttavia, come vedremo tra poco, le riforme politiche, intese come acquisizione di tecniche partecipative tipicamente occidentali, vennero ben presto poste in secondo piano. Due necessità impellenti caratterizzarono il Đổi Mới. La prima era di dare risposta alla crescente ed endemica estrema della popolazione. La seconda era di unificare definitivamente e profondamente, in maniera strutturale, il paese. Entrambi questi obiettivi sono stati largamente raggiunti.

Le riforme tra il 1986 e il 2000

I primi anni dell’era Đổi Mới non registrarono particolari balzi in avanti. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, l’implementazione delle scelte del VI Congresso non avvenne in maniera facile, sia per l’oggettiva difficoltà dello stato e dei quadri del partito di autoriformarsi, sia per la povertà estrema di gran parte della popolazione che impediva il decollo del nuovo modello di sviluppo.

Inoltre, la truppe di stanza in Cambogia, oltre a rappresentare un pesante ostacolo al principio della porta aperta in materia di politica economica, divoravano gran parte del magro bilancio statale. Lo stesso PCV sottolineò al nono Congresso come nel 1991 il paese ancora non fosse uscito dalla grave crisi economico-sociale che lo attanagliava[7].

Ciò non vuol dire, però, che tra il 1986 e i primi anni novanta non siano cominciate le riforme. Per esempio, gran parte della ristrutturazione delle migliaia di piccole e medie imprese statali presenti in Việt Nam ebbe luogo tra il 1986 e il 1994.

Gli anni novanta sono stati il periodo del decollo del Việt Nam. Tra il 1991 e il 2000 il Prodotto Interno Lordo (PIL) è più che raddoppiato. Ogni anno sono stati creati tra 1,2 e 1,3 milioni di posti di lavoro. Le famiglie povere, secondo gli standard vietnamiti, sono passate dal 30% all’11%[8]. Tra le riforme più importanti, la creazione del Codice del Lavoro, nel 1994, modellato sull’esempio tedesco, regola in maniera onnicomprensiva il rapporto di lavoro.

Numerose altre leggi, tendenti a favorire l’arrivo di capitali stranieri, al miglioramento dell’amministrazione statale, hanno contribuito alla crescita generale del paese. La crescita registrata durante gli anni novanta, seppur rilevante, non deve essere sovrastimata. Il Việt Nam nel 1991 era tra i più poveri al mondo. Date le condizioni di partenza, moltiplicare il PIL per due non è, in termini assoluti, una prestazione economica capace di eliminare la povertà e la fame.

Per quanto riguarda le riforme politiche il PCV, scosso dai fatti di Piazza Tiananmen, dalla caduta dei paesi del socialismo realizzato tra il 1989 e il 1991, culminata con lo smembramento dell’Unione Sovietica nel 1993, già alla fine degli anni ottanta raffreddò l’approccio “liberalizzante” che s’era affermato al VI Congresso[9]10. Durante gli anni 90, inoltre, è iniziata una forte campagna di sensibilizzazione della popolazione, che si è servita dei nuovi mezzi di comunicazione, il cui scopo principale è quello di veicolare le riforme e il cambiamento, in modo che esse vengano sostenute in maniera attiva.

Il nono Congresso e la strategia per il decennio 2001-2010

Il nono Congresso del PCV, convocato nel 2001, dopo aver esaminato i compiti economici e sociali che il Settimo Congresso del 1991 s’era prefisso con l’adozione di una Strategia per la stabilizzazione economica e sociale nel periodo 1991-2000, ha proceduto all’approvazione di un Strategia per lo sviluppo socio-economico per il decennio 2001-2010.

La Strategia, lungi dall’essere una mera dichiarazione d’intenti, è il documento guida sul quale tutti gli organi di partito e, in definitiva, anche quelli governativi, devono lavorare e confrontarsi. Dopo aver elencato i risultati raggiunti nel decennio precedente, la Strategia chiaramente afferma che “i successi raggiunti e i progressi non sono abbastanza per farci uscire dallo stato di paese povero e di paese sottosviluppato, e devono ancora accordarsi con le possibilità del paese”[10].

Dopo aver sottolineato le debolezze e gli obiettivi generali del paese, la Strategia indica gli obiettivi specifici del paese nel primo decennio del nuovo secolo: “assicurare che per il 2010 il PIL sarà almeno raddoppiato rispetto al 2000; […] assicurare la stabilità macroeconomica […]. Aumentare sostanzialmente il nostro indice di sviluppo umano (ISU). Il saggio di crescita della popolazione deve diminuire a circa l’1,1-1,2% entro il 2010. Eliminare la categoria delle famiglie che soffrono la fame, e ridurre velocemente il numero delle famiglie povere. Risolvere la problematica lavorativa sia nelle aree urbane che in quelle rurali […]; innalzare il tasso delle persone qualificate al 40% circa. Assicurare la frequenza scolastica a tutti i bambini in età scolare; garantire l’educazione superiore secondaria inferiore su tutto il territorio nazionale. Provvedere al trattamento medico di tutti coloro che ne hanno bisogno; ridurre la malnutrizione dei bambini sotto i cinque anni a circa il 20%; aumentare l’aspettativa di vita a circa 71 anni. […] Le infrastrutture […] devono fare dei passi in avanti […]. Il ruolo guida del settore statale deve essere migliorato, così da governare i settori chiave dell’economia; le imprese statali devono essere rinnovate e sviluppate”[11].

Come vedremo, già nel 2004 è possibile mettere a fuoco i risultati raggiunti, confrontarli agli obiettivi delineati nella Strategia, individuare i settori nei quali le riforme sono state più efficaci, e quelli in cui il paese è in ritardo.

Il contesto internazionale e la politica estera vietnamita

La fine del bipolarismo ha avuto pesanti conseguenze sulle relazioni internazionali degli anni novanta e dei primi anni del XXI secolo. Insieme alla scomparsa del campo socialista, le relazioni internazionali degli ultimi quindici anni sono state caratterizzate da una continua mondializzazione economica, dall’emergere di nuove potenze economiche e di una tendenza violentemente unilaterale degli Stati Uniti d’America.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la fine del socialismo realizzato ha comportato l’apertura di ampi mercati per le forze economiche vincitrici della guerra fredda che, espandendosi e espandendo il proprio modo di produzione, hanno accelerato il processo di globalizzazione dell’economia, la cui nascita tuttavia deve essere retrodatata agli anni settanta.

Per quanto riguarda la comparsa di nuove potenze economiche, gli anni novanta e i primi anni del nuovo secolo sono stati caratterizzati dai processi di industrializzazione di stati, che prima non partecipavano, o partecipavano in maniera passiva, al mercato mondiale. È significativo, in questo senso, che oggi nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) tali stati facciano blocco a sé.

Per quanto riguarda lo scivolamento verso l’unilateralismo dell’amministrazione americana, esso ha il suo atto di nascita con l’aggressione alla Yugoslavia, contraria al diritto internazionale, compiuta dal democratico Bill Clinton. L’avvento di un’amministrazione repubblicana, la conquista dell’egemonia all’interno dell’establishment statunitense dei cosiddetti neocons, l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, sono fattori che hanno stabilizzato, fortificato e reso ancor più violenta l’impostazione unilaterale statunitense. Tali elementi appaiono al momento come i caratteri che continueranno a dare forma alle relazioni internazionali nel futuro prossimo. […]

Per quanto riguarda le relazioni tra il Việt Nam e la Cina, esse sono di natura assolutamente complessa. Il Việt Nam, per ragioni geografiche, storiche, economiche, politiche e militari, non potrà mai sentirsi sicuro nei confronti della Cina. Sia per questa ragione, sia per questioni di opportunità economiche, il Việt Nam si à attivamente mobilitato, per tutti gli anni novanta, e nei primi anni del nuovo secolo, per migliorare e intensificare le proprie relazioni con la Cina. Ciò non significa, tuttavia, che non rimanga una profonda diffidenza da parte del Việt Nam, né che le relazioni tra i due paesi siano prive d’ostacoli. Le rivendicazioni sugli arcipelaghi Spratleys e Paracels, sono solo uno degli esempi delle tensioni in atto.

Regionalismo, globalismo, o nazionalizzazione della politica estera?

La fine della guerra fredda ha posto nuovi interrogativi e nuove prospettive all’azione del Việt Nam. La guerra fredda comportava che il più piccolo avvenimento in un area apparentemente poco interessante, per esempio i Carabi, potesse avere ripercussioni dirette e pesanti anche ad Hà Nội e Saigon. Oggi non è più così.

Conseguentemente, si sono sviluppate alcune teorie che dovrebbero indicare sia la tendenza che il futuro delle relazioni internazionali: regionalismo, globalismo, nazionalizzazione della politica estera.

Con regionalismo intendiamo il processo per il quale la piccola e media potenza, consapevole del suo scarso peso a livello mondiale, concentra la sua azione su un ambito regionale. Ciò porta all’intensificazione dei legami economici e politici con gli stati confinanti e con gli altri stati nell’area, e spesso ha comportato la creazione di zone di libero scambio.

Il globalismo, viceversa, vede nella globalizzazione economica, nell’affermarsi di un unico modo di produzione e nella progressiva omogeneizzazione politico-culturale le principali tendenze del nostro tempo. Da qui l’importanza di istituzioni quali l’OMC, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, ma anche l’affermarsi di valori mondiali, quali il libero mercato, la democrazia, la libertà.

La nazionalizzazione della politica estera, invece, mette in luce come con la fine della contrapposizione est-ovest sia venuto meno il più grande collante che, su entrambi i fronti, teneva uniti paesi che avevano interessi geo-politici ed economici diversi, in alcuni casi contrastanti. Finita la guerra fredda, quindi, ogni stato si può concentrare sui propri interessi nazionali, ignorando quelli di altre potenze. Queste sono le tendenze presenti all’interno del mondo post-bipolare.

All’affermarsi dell’OMC, per esempio, ha fatto da contrappeso l’aumento, e in alcuni casi l’allargamento, qualitativo e quantitativo, di organizzazioni economiche regionali, ma anche l’attenzione maggiore che gli stati rivolgono ai propri interessi. All’interno della politica estera vietnamita possono essere riconosciute tutte le tendenze sopra descritte. Il principio guida, però, rimane sempre quello di subordinare le posizioni di politica estera alla ricerca continua della più costante e accelerata crescita economica. In questa ottica va letta l’attivismo di Hà Nội all’interno dell’Asean, o la corsa contro il tempo per entrare a far parte dell’OMC, o la stipulazione di patti bilaterali.

Le prospettive del Việt Nam nel sistema delle relazioni internazionali

Il Việt Nam non è capace di determinare, se non in minima parte, le relazioni internazionali dei prossimi anni. In molti casi, quindi, dovrà adeguare le proprie posizioni a modifiche avvenute al di fuori della propria volontà. Conseguentemente, è rischioso e difficile delineare il futuro della politica estera vietnamita.

La subordinazione delle azioni di politica estera alla ricerca della più elevata crescita economica sarà anche nei prossimi anni l’asse portante intorno al quale si costruirà la politica estera vietnamita. Ciò non impedirà però al paese di affermare i principi su cui si basano le proprie relazioni politico-diplomatiche, anche se questi dovessero contrastare con le tendenze militarmente dominanti.

Tali principi sono quelli della ricerca della pace, del rispetto dell’indipendenza e della sovranità degli stati, della non-ingerenza negli affari interni degli stati, dell’apertura al dialogo, del multilateralismo e della diversificazione delle relazioni internazionali.

Le prospettive e le sfide

Crescita economica: volano per lo sviluppo o per il dualismo centro-periferia?

Durante i primi anni del XXI secolo il Việt Nam ha continuato sulla via tracciata durante gli anni novanta. Gli obiettivi socio-economici stabiliti nel nono Congresso del PCV sono stati perseguiti e in gran parte raggiunti, quantomeno nella loro misura intermedia. La crescita macroeconomica si è accompagnata a una riduzione della povertà: infatti il tasso di povertà si è ridotto ulteriormente e ha raggiunto il 29% nel 2002.

Tuttavia, le zone rurali sono sei volte più povere delle zone urbane, e le zone abitate dalle minoranze nazionali sono sette volte più povere delle zone abitate dalla popolazione Kinh. Circa il 95% dei poveri vive in zone rurali. In particolare, per quanto riguarda le minoranze, il tasso di povertà è diminuito ad un tasso sensibilmente più basso che per il resto della popolazione, passando da circa 75% nel 1998 a 70% nel 2002.

Gli indicatori macroeconomici del 2003, ugualmente, si rivelano estremamente positivi. Il PIL è cresciuto intorno al 7-7,5%, una percentuale seconda in Asia alla sola Cina. Tale prestazione è dovuta principalmente all’aumento della produzione industriale, che cresce del 15%. L’agricoltura, la silvicoltura e la pescicoltura crescono ad tasso del 5%, e si tratta di un risultato assolutamente apprezzabile per tali settori. I servizi crescono del 7%.

Per quanto riguarda le esportazioni, esse crescono molto velocemente (17%), anche se la bilancia dei pagamenti fa segnare un forte segno negativo, dovuto alla gran quantità di materiali importati, la maggior parte dei quali vengono processati e trasformati nel paese. Non vi sono ragioni per pensare che la riduzione della povertà si sia arrestata o che gli indicatori economico-sociali prima elencati si siano modificati durante il 2003.

Vari fattori sono alla base della continua crescita del paese. Il basso costo del lavoro è la ragione principale che attira gli investitori stranieri. La manodopera inoltre, sebbene manchi talvolta delle capacità richieste e spesso non sia abituata alla disciplina di fabbrica, è capace di leggere e scrivere, fattore da non trascurare, e di vivere in gruppo.

La stabilità politica garantisce gli investimenti, siano essi stranieri o nazionali. Un sempre più chiaro e articolato sistema legale, infine, ha creato un ambiente più favorevole alla nascita e allo sviluppo di imprese private (l’approvazione della legge sull’impresa da parte della Assemblea Nazionale è del 2000). Il settore industriale è il settore che traina la crescita. In termini di creazione di posti di lavoro, gli investimenti privati interni sono più importanti sia degli investimenti diretti esteri (IDE) sia degli investimenti statali[12].

La crescita del settore agricolo, che per ragioni strutturali è minore di quella del settore industriale, ha tuttavia contribuito in maniera decisiva alla riduzione della povertà. Il settore dei servizi è ancora relativamente poco sviluppato, e sconta un ritardo tecnologico e organizzativo.

Il CPRGS (The Comprehensive Poverty Reduction and Growth Strategy) è un documento nel quale la Repubblica Socialista del Việt Nam si impegna, di fronte alla comunità dei donatori, che in questo caso sono la controparte, a perseguire e attuare una lunga e particolareggiata serie di misure per ridurre la povertà e aumentare e ridistribuire la ricchezza.

Il CPGRS è stato solennemente firmato nel 2002 e riprende, nelle sue linee fondamentali e nei suoi obiettivi quantitativi, la strategia decisa al nono Congresso. La crescita del PIL viene identificata come il primo e imprescindibile passo per il benessere nazionale.

Per fare ciò è necessario rafforzare e portare a termine la transizione verso una economia di mercato a orientamento socialista, in cui sia le imprese nazionali che straniere possano agire. Insieme alla crescita economica, il Việt Nam ha anche l’obiettivo di ridurre la povertà, di riformare l’apparato statale, e di migliorare le condizioni della popolazione in molti campi del sociale, dall’educazione allo stato sociale.

Si tratta di capire quali sono stati i punti di forza nel passato, quali problemi sono emersi, quali sono i punti di debolezza del paese, e quali politiche, quindi, si dovrebbero sviluppare.

Per quanto riguarda i problemi emersi, essi possono essere raggruppati in due grandi gruppi: il dualismo e le debolezze strutturali dell’economia.

Con dualismo intendiamo quel processo per il quale alcuni settori della vita sociale ed economica del paese crescono rapidamente, mentre altri rimangono sostanzialmente fermi. Si può parlare di dualismo a proposito del rapporto tra settore primario e secondario, tra settore statale e settore privato, tra crescita delle zone urbane e stagnazione delle zone rurali. Il dualismo può condurre a pesanti crisi sociali e politiche.

Il Việt Nam, analogamente a tanti altri paesi in via di sviluppo, soffre del dualismo. In un paese agricolo e con un reddito pro capite ancora molto basso ciò può avere pesanti conseguenze sociali. I dati prima evidenziati e lo studio di David Dapice sottolineano come, se lo Stato non interviene, è altamente probabile che dei frutti dello sviluppo economico benefici solo una parte ristretta della popolazione.

Tale pericolo si accompagna a una debolezza strutturale dell’economia. Gli IDE, per esempio, negli ultimi anni sono stati minori che negli anni passati, e inferiori, sia in termini assoluti che percentuali, rispetto agli IDE in Cina, in Tailandia, o in Malaysia. Il Việt Nam manca di competitività, e gli alti livelli di corruzione respingono gli investitori. La quantità di investimenti necessari per aumentare dell’1% il PIL è aumentata negli ultimi anni.

Il mercato del lavoro manca di lavoratori qualificati, soprattutto nei settori medio-bassi della catena di produzione. La classe dirigente, non solo delle imprese statali, spesso non è all’altezza. L’apparato statale, infine, non è capace di mettere a frutto gli ingenti finanziamenti che il governo gli concede.

L’entrata nell’OMC, l’aumentare della concorrenza mondiale e regionale, i pericoli del dualismo e le carenze strutturali dell’economia sono problemi che il paese e il PCV dovranno affrontare nei prossimi anni.

Il Việt Nam, quindi, non ha di fronte a sé anni di crescita economica e sociale omogenea e priva di preoccupazioni. Il paese, tuttavia, individua la crescita economica ancora come il volano per lo sviluppo. La crescita economica è il mezzo per raggiungere altri obiettivi, quali, per esempio, la riduzione della povertà.

Date le premesse, quindi, appare chiaro come in Việt Nam perda di senso la discussione sul “seguire il mercato in tutto”. Il mercato non è capace di risolvere i problemi del paese. Inoltre, la crisi asiatica del 1997 dimostra come la stretta dipendenza da fattori esterni alla propria volontà possa rivelarsi estremamente controproducente. É dubbio, infine, che un paese che ha riconquistato l’indipendenza a così caro prezzo sia disposta a cederla a centri di potere esterni.

In conclusione, il ruolo dello stato rimarrà centrale negli anni a venire. E ad esso rivolgiamo ora la nostra attenzione.

Lo stato agrario tra urbanizzazione e migrazione

Lo spostamento delle persone dal luogo di nascita è un fenomeno che condiziona tutta la storia del Việt Nam[13]. La configurazione territoriale del paese è figlia della lunga marcia verso il sud dell’etnia Kinh che, per trovare terreni coltivabili e per sfuggire a zone sovrappopolate, da millenni si dirige verso il sud.

Solo nel XIV secolo la parte centro-meridionale dell’attuale Việt Nam sarà strappato definitivamente al regno Champa, e sono all’inizio del XIX secolo, con la riunificazione del paese dopo secoli di divisione, il territorio Vietnamita assumerà l’estensione attuale[14].

Tale processo di allargamento dei confini avvenne con le armi e con lo spostamento della popolazione. La migrazione storica del Việt Nam, quindi, è quella di popolazioni che per ragioni di sopravvivenza si spostano dal nord al sud. Tuttavia, la storia contemporanea del paese ha conosciuto anche altri tipi di migrazioni.

Per quanto riguarda le migrazioni interne, si è assistito, durante la guerra contro gli statunitensi, al progressivo spostamento degli abitanti delle città (Hà Nội, Hải Phòng etc.) verso le campagne, dove il nemico aveva più difficoltà ad attaccare. In quello stesso periodo Saigon conosceva uno sviluppo tanto portentoso quanto incontrollato, con centinaia di migliaia di persone che cercavano rifugio dalla guerra.

Terminato il conflitto, poi, il PCV ha cercato di decongestionare Città Hồ Chi Minh, premendo perché la popolazione tornasse nei loro villaggi di origine, o perché andasse a lavorare nelle cosiddette Nuove Zone Economiche (NZE)[15].

Per quanto riguarda la migrazione internazionale, si assistette al fenomeno dei boat people, che poi diedero luogo alla nascita della comunità dei Việt Kiều, dei vietnamiti d’oltre mare, soprattutto negli Usa. Le riforme economiche hanno cambiato notevolmente le caratteristiche della migrazione vietnamita, sia essa interna che internazionale. Nei paragrafi seguenti si esaminerà la migrazione interna e la migrazione internazionale, con una particolare attenzione alle tendenze per il futuro e ai problemi sociali emergenti.

Migrazione interna

La migrazione di popolazioni è sia una causa che un effetto dello sviluppo economico. Tuttavia, anche se il fattore economico è preponderante nella decisione di migrare, altri fattori influenzano la scelta del momento e del luogo in cui migrare. Tra essi possiamo riconoscere le politiche governative, i legami familiari e amicali, e le connessioni tra il luogo di origine e il luogo di arrivo.

Il Việt Nam contemporaneo sta conoscendo un costante e consistente processo di urbanizzazione, dovuto principalmente alla crescita economica delle aree rurali. Non di meno, il paese è ancora un paese a maggioranza agrario, e il processo di urbanizzazione pare non sia così intenso da trasformarlo in un paese urbano. Le direzioni della migrazione interna si sviluppano dalle zone rurali del nord alle città del nord, dalla zone rurali del sud alle città del sud, e dalle zone rurali del nord alle città del sud. Sorprendentemente, gli altipiani centrali registrano il più alto tasso di migrazione.

Città Hồ Chi Minh è il centro della migrazione interna. Ogni anno 700.000 persone vi si recano alla ricerca di un lavoro[16]. Si calcola che gli abitanti registrati in città siano 7 milioni, e ve ne siano altri 3 non registrati. Anche le altre città del Việt Nam (Hà Nội, Hải Phòng etc.) hanno alti tassi di immigrazione.

Tale fenomeno è destinato ad acuirsi nei prossimi anni. I migranti possono essere divisi in differenti gruppi, tra cui migranti permanenti, stagionali, circolari, temporanei, illegali, spontanei, forzati. Ogni gruppo ha speciali caratteristiche, ma se dovessimo fare l’identikit generale del migrante vietnamita dovremmo dire che esso è maschio, con una età compresa tra i 21 e i 24 anni, viene dalla campagna, e ha un livello d’istruzione non eccellente ma più alto rispetto alla media dei suoi coetanei del villaggio.

Se l’impatto economico dei migranti è positivo, il processo di urbanizzazione apre nuove problematiche socio-politiche:

• Attualmente i cittadini vietnamiti hanno la libertà di spostarsi all’interno del paese. Tuttavia, a causa di un antiquato e discriminatorio sistema di registrazione, che riprende il modello cinese, i migranti sono spesso marginalizzati nel luogo di arrivo, e non possono usufruire dei servizi pubblici e della assistenza sociale;

• Il fenomeno migratorio crea difficoltà sociali e di reinserimento, che si possono facilmente trasformare in marginalizzazione sociale;

• L’aumento della migrazione femminile pone nuove sfide e nuovi problemi;

• Vi è una stretta relazione tra povertà, migrazione e prostituzione;

• Il problema abitativo è spesso la preoccupazione maggiore del migrante.

Il governo non vede nell’urbanizzazione, e nei nuovi bisogni dei migranti, delle questioni da affrontare e risolvere. Il tema è delicato, e i documenti ufficiali del PCV e del governo raramente lo citano apertamente. Tuttavia, esso dovrebbe diventare, e probabilmente lo diventerà, una delle priorità per l’azione sociale del governo.

Le azioni da intraprendere sono svariate: il sistema di registrazione deve essere riformato, la discriminazione salariale e sociale che oggi i migranti vivono deve essere eliminata, deve essere garantito loro l’accesso ai servizi sanitari e di assistenza sociali, il sistema di spedizione delle rimesse deve essere migliorato, devono essere introdotte politiche che favoriscano il ritorno dei migranti nel villaggio d’origine, e uno sforzo particolare deve indirizzarsi a colmare la mancanza di dati e studi sull’argomento.

Dato l’alto tasso di disoccupazione e sottoccupazione rurale, la migrazione verso le città nei prossimi anni continuerà. Ciò contribuirà alla crescita economica delle città e del paese. Il governo deve fare in modo che tale processo, inevitabile poiché connesso al passaggio da una economia agraria ad una economia industriale, sia vantaggioso non solo per la nazione nel suo complesso, ma anche per la parte più debole, il migrante.

Infine, alcune generali misure di politica economica possono contribuire a creare un sistema economico più bilanciato e stabile:

• La povertà rurale deve essere alleviata;

Gli investimenti nei piccoli e medi centri urbani devono essere aumentati e facilitati, in modo che la popolazione si diriga verso questi centri, vicini al loro luogo d’origine, e non nelle città più popolose e lontane.

Migrazione internazionale

Tre fattori determinano la migrazione internazionale:

• I cambiamenti demografici e i bisogni del mercato del lavoro nei paesi industrializzati;

• La crescita della popolazione, la disoccupazione e le crisi dei paesi in via di sviluppo e sottosviluppati;

• La relazioni tra i paesi, che possono esser di tipo legale, culturale, storico o familiare[17].

Nonostante una delle caratteristiche principali della globalizzazione sia il libero movimento dei beni, dei capitali, delle informazioni, e dei consumatori attraverso i confini, la attuali politiche migratorie dei paesi sviluppati non garantiscono l’accesso ai migranti, e discriminano i poveri[18].

Sino al 1990 la migrazione internazionale vietnamita era diretta verso i paesi socialisti. Il 1990, tuttavia, fu un momento di svolta, e oggi il Giappone, la Malaysia, la Corea del Sud e Taiwan sono le principali destinazioni per i vietnamiti, oltre alla Cambogia e il Laos che registrano presenze significative.

Infine, nonostante sino ad oggi la migrazione internazionale sia stato un affare prevalentemente maschile, il numero delle donne che si recano all’estero è in continua ascesa. Il Dipartimento per l’Amministrazione dell’Impiego e del Lavoro all’Estero del Ministero del Lavoro – l’agenzia governativa che gestisce il movimento delle persone dal Việt Nam all’estero – ha riconosciuto 152 organizzazioni, la maggioranza delle quali di proprietà statali, quali società che possono allocare lavoratori vietnamiti all’estero, usando gli accordi internazionali che il governo stabilisce con i paesi d’arrivo.

L’esportazione di mano d’opera è parte di una strategia a lungo termine, i cui obiettivi ufficiali sono:

• Creare posti di lavoro;

• Aumentare la capacità e le conoscenze dei lavoratori;

• Aumentare le entrate nazionali;

• Migliorare le relazioni tra il Việt Nam e i paesi d’arrivo.

Tuttavia, tale sistema ha fatto registrare alcune difficoltà negli ultimi anni anche per via del fatto che la migrazione internazionale è determinata dalle politiche interne degli stati riceventi, che non può essere controllata dal Việt Nam.

In particolare si è registrato:

• Un’alta percentuale (59% in Corea del Sud quest’anno) dei lavoratori legali non rispetta il proprio contratto e abbandona il luogo di lavoro;

• I lavoratori non sono adeguatamente qualificati;

• Dati gli alti costi iniziali, proibitivi per le famiglie più povere, l’impatto della migrazione internazionale sulla riduzione della povertà è minimo;

In generale, il libero movimento dei lavoratori sarà un argomento di discussione a livello internazionale nei prossimi anni. Tuttavia, è ancora poco chiaro se vi sarà una liberalizzazione del fenomeno migratorio.

Il Việt Nam favorisce l’immigrazione dei lavoratori all’estero per via dei vantaggi economici che porta. Per far ciò, sono necessari alcuni cambiamenti nelle politiche e nell’approccio al problema:

• La capacità di supervisione e di controllo del Dipartimento per l’Amministrazione dell’Impiego e del Lavoro all’Estero deve essere rafforzata;

• Deve essere garantita la trasparenza nella procedure di selezione dei lavoratori da mandare all’estero;

• La parte più povera della popolazione deve prender parte alla migrazione internazionale. Perciò, il governo deve identificare, per esempio attraverso il microcredito, specifiche misure atte a permettere ai più poveri di sostenere le spese iniziali per la partenza;

• Le nuove capacità acquisite dai Vietnamiti d’oltre mare devono essere sfruttate dalle comunità di provenienza;

• Il Việt Nam deve collaborare con la Cambogia, il Laos e la Cina, affinché venga ridotta e infine eliminata l’immigrazione illegale e il traffico di donne e bambini.

Conclusioni

La ripresa della migrazione, sia interna che internazionale, é il segnale di un paese che cambia, che si muove, in senso letterale e in senso figurato. Il governo e il PCV, tuttavia, non hanno compreso appieno il senso dei cambiamenti, le sfide, e i nuovi compiti che devono assolvere, soprattutto per quanto riguarda il gran numero di migranti che oggi vivono nelle più grandi città del Việt Nam.

Per quanto riguarda la migrazione interna, essa è il segno del passaggio da una società agraria a una società industriale, e quindi continuerà negli anni a venire. Essa non può essere fermata. Tuttavia, il governo deve fare tutto il possibile sia per allargare l’industrializzazione ai piccoli e medi centri urbani, così da decongestionare le città più grandi, sia per migliorare la vita nelle campagne. Nonostante l’industrializzazione, il Việt Nam rimarrà, almeno nei prossimi anni, uno stato agrario.

Per quanto riguarda la migrazione internazionale, essa può essere una preziosa risorsa per formare lavoratori qualificati e per importare nuove tecnologie. La sua gestione però deve essere migliorata, in modo che sia più efficace e che gli effetti positivi della migrazione colpiscano le aree più disagiate.

Un discorso a parte meriterebbero i Việt Kiều di lunga data, cioè coloro che hanno lasciato il Việt Nam prima del 1975, o subito dopo la riunificazione.

Dopo un iniziale rifiuto, oggi il paese cerca di attirarli, di attirare i loro capitali e la loro esperienza, in modo che contribuiscano alla crescita economica.

Relazioni industriali e ruolo del sindacato in una economia di mercato a orientamento socialista

L’esistenza e lo sviluppo di un sistema di relazioni industriali è un fattore assolutamente nuovo per la vita sociale vietnamita. Prima del 1986, l’assenza di un tessuto economico non statale rendeva impossibile la contrattazione collettiva, nonostante il sindacato fosse una delle organizzazioni di massa più importanti e numerose del paese.

Con l’avvento di una economia di mercato a orientamento socialista di mercato e la nascita e il fiorire delle imprese private, nuovi e divergenti interessi sono sorti all’interno della società, i quali hanno costretto il governo a emanare provvedimenti legislativi che li regolassero, come il Codice sul Lavoro e tutti i decreti e i regolamenti ad esso collegati.

Contemporaneamente, con il sorgere di organizzazioni che difendono gli interessi dei datori di lavoro, è emersa sia la necessità di una contrattazione collettiva nazionale e locale, sia la volontà delle parti sociali di stabilire un sistema di relazioni industriali.

Gli attori coinvolti nella contrattazione collettiva e nel più generale sistema delle relazioni industriali sono:

• Il Ministero del Lavoro, che ha il compito di proporre al governo i provvedimenti da adottare in materia di legislazione del lavoro e di partecipare alla contrattazione collettiva a livello nazionale;

• La Confederazione Generale Vietnamita del Lavoro (CGVL), unico sindacato riconosciuto e operante nel paese, che ha il compito di organizzare i lavoratori, sia nell’amministrazione statale, che nelle imprese pubbliche o private, e di contrattare a livello nazionale e locale. La partecipazione al sindacato è su base volontaria;

• La Camera del Commercio e dell’Industria del Việt Nam (CCIV), che rappresenta gli interessi dei datori di lavoro, e partecipa alla contrattazioni a livello nazionale e locale. La partecipazione delle imprese è volontaria;

• L’Alleanza Cooperativa del Việt Nam, che rappresenta piccole e medie imprese e le cooperative. Anch’essa partecipa alla contrattazione nazionale e collettiva, e la partecipazione delle cooperative e delle imprese è volontaria;

• Le associazioni degli imprenditori stranieri, quali l’associazione degli imprenditori giapponesi, o taiwanesi. Alcune di esse fanno parte della CCIV.

• I Comitati Popolari. Essi svolgono le funzioni del Ministero del Lavoro a livello locale, cioè essenzialmente mediatrici;

Il sistema delle relazioni industriali in Việt Nam è inadeguato. La CCIV non è presente in tutte le province e il sindacato a livello locale è spesso legato al Comitato Popolare. Conseguentemente, molti accordi siglati a livello nazionale non vengono rispettati a livello locale.

In particolare:

• Secondo la stessa CCIV, nonostante i datori di lavoro conoscano la normativa in materia salariale e di condizioni di lavoro, essa non viene rispettata;

• Tutti gli scioperi che hanno avuto luogo negli ultimi anni sono illegali, poiché la legislazione che li regola è complicata e perché il sindacato, anche se è presente all’interno della fabbrica, non riesce ad esercitare una reale egemonia tra i lavoratori;

• La cultura delle relazioni industriali è poco sviluppata;

• Sia i rappresentanti sindacali che i datori di lavoro non sono all’altezza dei compiti;

• Le imprese straniere, in molti casi, mostrano di non rispettare i diritti dei lavoratori;

Le prospettive per i prossimi anni sono di un aumento della conflittualità. Anche se gli scioperi oggi interessano una componente minima dei lavoratori, è probabile che aumentino. Conseguentemente, l’importanza delle relazioni industriali aumenterà.

Tutti gli attori coinvolti non dimostrano di aver compreso appieno il ruolo delle relazioni industriali. Il Ministero del Lavoro, per esempio, non considera una priorità la modifica della legge che regolamenta lo sciopero. Il sindacato, largamente assente nel settore privato, è ancora strettamente legato al Ministero del Lavoro. La CCIV non fornisce adeguati servizi ai propri membri, e quindi non vi è un incentivo a farne parte.

L’egemonia esercitata dal governo, dal PCV e dalle organizzazioni di massa nella società garantisce il paese dallo svilupparsi di fenomeni di protesta di massa dei lavoratori. Tuttavia, il consenso del PCV si basa essenzialmente sull’alleanza tra lavoratori, contadini e intellettuali.

Alienarsi il favore dei primi, quindi, sarebbe letale per il partito. Questa è la ragione, per esempio, per cui la legislazione in materia di lavoro è tra le più avanzate, in termini relativi e assoluti. Tuttavia, il PCV non ha ancora compreso il ruolo delle relazioni industriali e non ha ancora stabilito, per esempio, quale deve essere il ruolo del sindacato nelle nuove condizioni e contraddizioni che si vengono a creare in una economia socialista di mercato.

Il ruolo del sindacato

Il ruolo del sindacato in una società in cui governa il partito comunista non è un argomento nuovo. Già durante i primi anni della Russia sovietica ci si pose il problema. Dopo un aspro confronto, prevalse la linea che vedeva nel sindacato una “cinghia di trasmissione” delle indicazioni e della linea del partito tra i lavoratori. Tale impostazione si è poi affermata a livello internazionale all’interno del movimento comunista.

Durante la guerra il sindacato vietnamita è stato in prima fila nell’organizzare la resistenza e la produzione industriale volta al sostegno delle forze al fronte e delle forze combattenti all’interno del territorio controllato dagli statunitensi. Il rapporto con il PCV era strettissimo ed è rimasto, apparentemente, ancora invariato.

Oggi la CGVL è una delle organizzazioni più importanti non solo per via del gran numero di aderenti, essa gestisce una vasta rete di attività economiche, tra cui una casa editrice, alcuni quotidiani e svariate riviste.

Il rapporto tra la CGVL e il partito è ancora stretto, e negli atti dell’ultimo congresso, tenutosi nel 2003, si afferma che il sindacato deve seguire e attuare la linea del partito[19]20. Tuttavia, se si compara il ruolo e l’importanza del sindacato in Cina e in Việt Nam, si notano delle differenze.

In Cina il segretario generale del sindacato è il numero 6 del Politburo, e gioca un ruolo centrale nella vita interna del PCC. In Việt Nam, il ruolo del sindacato è nettamente minore, e il suo segretario generale, una donna, è semplicemente membro del Comitato Centrale del partito. Conseguentemente, ha un grado di autonomia maggiore.

Effettivamente, nelle dichiarazioni pubbliche e nei documenti ufficiali, la CGVL presenta rivendicazioni salariali e di miglioramento di condizioni di lavoro tipicamente “conflittuali[20]. Oggi la CGVL è presente soprattutto nell’amministrazione e nelle aziende statali e, nonostante abbia l’obiettivo di aumentare i suoi membri fino ad un milione entro il 2005, gli sforzi per aumentare la propria presenza nelle aziende private è largamente al di sotto del necessario. Ciò accade per varie ragioni.

Innanzitutto, è difficile trasformare il sindacato da organo di gestione del potere a organo che, in maniera conflittuale, contratta le condizioni di lavoro e salariali dei propri dipendenti, dopo che per decenni i datori di lavoro e i sindacalisti erano tutti membri del partito. Conseguentemente, vi è una scarsa capacità d’innovazione, derivata dalla mancanza di quadri all’altezza, e da una direzione centrale indecisa sulla linea da intraprendere.

La domanda a cui il sindacato deve rispondere è quale deve essere il suo ruolo nelle nuove condizioni create da una economia di mercato. Deve esso rappresentare solo gli interessi dei lavoratori statali, e continuare nelle sua pratiche consociative con il governo e il partito oppure deve ergersi a organo collettivo di difesa degli interessi di tutti i lavoratori, e proprio in virtù di questo, porsi necessariamente in conflitto con le organizzazioni dei datori di lavoro, e sviluppare un rapporto dialettico con il governo e, in ultima istanza, anche con il partito?

Disagio sociale in Việt Nam, tra povertà antiche e malesseri contemporanei

Sino a dieci anni fa il disagio sociale era strettamente legato alla povertà estrema di una fetta maggioritaria della popolazione. L’aumento del reddito pro capite, il veloce processo d’industrializzazione, l’aumento dell’economia informale, l’urbanizzazione, l’apparire di valori consumistici tipici occidentali, hanno portato a forme di disagio contemporaneo, comuni al Việt Nam e a paesi dell’area del sudest.

Tali mali, che la propaganda governativa definisce social evils, sono il frutto dell’antico e del nuovo, di vecchie e nuove forme di discriminazione e marginalizzazione sociale. L’allentarsi del controllo del governo sulla vita privata dei singoli ha in parte favorito l’espandersi di tali fenomeni.

Tuttavia, l’apparato propagandistico del governo e del partito, ancora robusto e capace di raggiungere tutta la popolazione, è strenuamente impegnato nella lotta a tali fenomeni, che rischiano di indebolire e danneggiare la società. Sta qui il senso, per esempio, delle varie campagne che i comitati locali e il governo nazionale periodicamente lanciano contro l’AIDS, o contro l’uso di sostanze stupefacenti. Il futuro è incerto.

Se le autorità saranno capaci di contrastare i mali sociali e, contemporaneamente, di creare un consenso attivo intorno alle proprie campagne, la società vietnamita potrà sviluppare un modello sociale inclusivo e positivo. Altrimenti, il rischio è quello di uno sgretolamento della coesione sociale e di un aumento dei mali tipici di tante società contemporanee. Alcune società dell’area, oltretutto, stanno attualmente fronteggiando fenomeni simili. Qui di seguito si esaminano alcune forme di disagio sociale presenti nel paese.

Il lavoro infantile

Il lavoro infantile non è un fenomeno nuovo. Nel passato era assoluta normalità per i fanciulli e le fanciulle lavorare in campagna o a all’interno delle mura domestiche. Fenomeni simili sono ancora presenti, e ad essi se ne sono aggiunti degli altri.

In particolare, l’aumento esponenziale dell’economia informale, specialmente urbana, ha accresciuto le possibilità di sfruttamento della manodopera infantile. Il settore turistico, infine, comporta un aumento della prostituzione, anche infantile, e manodopera infantile è adoperata anche negli hotel e nei servizi legati al turismo.

In particolare, nonostante l’alta percentuale di scolarità tra i giovani, un’alta percentuale di essi, terminata la scuola, aiuta la propria famiglia nei lavori agricoli o nelle faccende domestiche, rendendo così impossibile un corretto e sano sviluppo della personalità del fanciullo e della fanciulla.

È senso comune pensare che in una società povera il lavoro infantile sia necessario, perché i figli, seppur piccoli, devono contribuire al sostentamento della famiglia. In realtà, svariate ricerche hanno dimostrato come sia antieconomico impedire ai fanciulli di avere una educazione adeguata e costringerli a lavorare. La loro capacità di creare ricchezza, infatti, rimarrà estremamente limitata per tutta la loro esistenza.

Secondo i dati del Ministero del Lavoro, il lavoro infantile tra il 1993 e il 1998, è diminuito. Tuttavia, l’andamento dell’economia tra il 1998 ad oggi, e alcune ricerche parziali fanno pensare che esso sia aumentato in questi anni e che vi sia un trend all’aumento, seppur minimo[21].

Dal punto di vista legislativo, è vietato l’utilizzo di forza lavoro che abbia meno di 15 anni, ad eccezione di alcuni lavori leggeri, che però non devono essere compiuti in maniera continuativa. In particolare, il Việt Nam è stato il primo paese asiatico ad approvare la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del bambino e la Legge sulla Protezione, Assistenza e Educazione dell’Infanzia. In generale, quindi, il governo è sensibile al tema.

Tuttavia, è necessaria una intensificazione delle azioni atte a combattere il lavoro infantile, in particolare attraverso azioni concertate con organizzazioni di massa, o attraverso programmi locali di eliminazione del lavoro infantile. Anche il sistema legislativo e dei controlli andrebbe migliorato. Oggi, per esempio, la sanzione per una impresa che utilizza lavoro infantile può variare tra i 64$ e i 320$, mentre il guadagno è nell’ordine di migliaia di dollari.

Le priorità: lotta alla corruzione e alla povertà

In Africa, e in alcuni paesi dell’Asia e dell’area del Pacifico, le organizzazioni internazionali quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le Nazioni Unite, godono di una fiducia tanto ampia quanto immeritata. La ragione principale è che molti governanti vedono nei fondi di tali organizzazioni l’unico modo per mantenere il potere e non far morire di fame e malattie la propria popolazione.

In alcuni paesi dell’Asia, invece, il rapporto tra governo e donatori internazionali è molto diverso. Il governo, strutturato e con una propria idea di sviluppo, non accetta che modelli esogeni vengano importati nel proprio paese, e ancor più non accetta che le organizzazioni internazionali impongano la propria visione.

Nel caso del Việt Nam, la storia antica e recente del paese alimenta una continua diffidenza verso le proposte delle organizzazioni internazionali. Conseguentemente, il rapporto tra organizzazioni internazionali e governo è molto simile ad una contrattazione diplomatico-politico-economica, con un dispendio di tempo ed energia maggiore rispetto ad altri paesi.

Le organizzazioni internazionali, inoltre, sono culturalmente impreparate ad operare nel paese. Il loro personale, di cultura occidentale anche se l’origine può essere asiatica o africana o latino-americana, non possiede e non è educato alla elasticità mentale e all’analisi storico-politica necessari per comprendere e avere a che fare con le autorità vietnamite.

All’interno delle organizzazioni internazionali, poi, il lavoro appare non coordinato, senza obiettivi comuni e spesso conflittuale. Mancano luoghi di discussione e confronto, vi sono opzioni politiche differenti, e raramente ha luogo una valutazione dei progetti effettuati, dei loro risultati e della loro sostenibilità a lungo termine. Tuttavia, nel sistema Onu, negli ultimi anni ha avuto inizio un processo tendente a far dialogare le diverse organizzazioni, a coordinare il lavoro, a stendere programmi di azione comune e principi guida che devono essere seguiti da tutti.

Inoltre, anche tra le ONG e le altre organizzazioni internazionali il problema del coordinamento e della sostenibilità dei progetti messi in campo è diventata una delle priorità. Al fine di ottimizzare le risorse e massimizzare i risultati, l’insieme delle organizzazioni internazionali dovrebbe individuare alcuni grandi obiettivi, e coordinare i loro sforzi perché tali obiettivi siano raggiunti. Essi dovrebbero essere fondamentalmente due: eliminazione della corruzione ed eliminazione della povertà.

Il Việt Nam ha molte altre sfide di fronte a sé, ma è in questi due campi che l’azione delle organizzazioni internazionali potrebbe rivelarsi particolarmente utile. Per quanto riguarda la corruzione, si calcola sia pari al 5% del PIL[22]. Essa indebolisce il processo di crescita in vario modo: riduce gli investimenti, riduce il tasso di crescita dell’economia, diminuisce la democrazia e la fiducia nei meccanismi rappresentativi, diminuisce la fiducia nell’apparato statale.

La corruzione non interessa solo l’apparato statale, si tratta di un sistema che coinvolge tutte i rami dell’economia e tutti gli strati della popolazione, col risultato che la popolazione, oltre ad avere una scarsa fiducia negli apparati statali, vive in uno stato di rassegnazione verso il fenomeno.

Tuttavia, vi sono ricorrenti rivolte, di breve durata e territorialmente limitate, verso ufficiali o autorità locali giudicate eccessivamente corrotte. Il governo e il PCV, che pure considerano la lotta alla corruzione una priorità, non sembrano in grado né di programmare riforme generali atte ad eliminare alla radice il fenomeno, né di porre in essere le necessarie misure repressive, né di coinvolgere adeguatamente gli ufficiali pubblici e la popolazione in questa crociata.

Le organizzazioni internazionali, per le quali la corruzione era un tabù sino agli anni ‘70, si limitano a citare il fenomeno, ma non adottano né propongono strategie generali per combatterla. Tuttavia, se in tanti settori economico-sociali il governo può agire da solo, nella lotta alla corruzione deve essere coadiuvato dalla comunità internazionale.

La lotta alla corruzione, infatti, si compone di una serie complessa di misure e riforme, atte a cambiare lo stile di lavoro dei pubblici ufficiali e delle aziende private, il metodo di funzionamento della pubblica amministrazione, e a cambiare, in definitiva, il senso comune tra la popolazione. Le organizzazioni internazionali potrebbero svolgere in questo campo un importante ruolo di consulenza, consiglio e controllo.

Per quanto riguarda la povertà, essa è già oggi uno degli obiettivi principali delle organizzazioni internazionali. Nel caso del Việt Nam, l’accento dovrebbe essere posto su una crescita economica capace di eliminare il dualismo sociale del paese. In definitiva, si tratta di continuare e migliorare il cammino già intrapreso con il governo con la stipulazione dei VDGs e con il CPRGS.

Conclusioni

Gli obiettivi del paese

Lo stato vietnamita si è sempre fondato sul sistema e sulla morale confuciana. Ciò comportava un mandato al buon governo che i mandarini dovevano rispettare e in caso contrario, dava diritto alle popolazioni rurali di insorgere e sostituire il sovrano. Sebbene questo modello abbia subito delle trasformazioni è rimasta l’eredità storica di un forte senso dello stato.

Durante la guerra, coi francesi prima e cogli statunitensi dopo, il PCV ha basato il proprio consenso sulla lotta per l’indipendenza e la libertà. Sconfitti gli statunitensi, dopo un decennio caratterizzato dalla penuria economica e dalle guerre con la Cambogia e la Cina, la base del consenso popolare è diventato il miglioramento delle loro condizioni di vita.

Per far ciò, la crescita economica attraverso il passaggio da una economia centrale pianificata ad una economia di mercato a orientamento socialista è stato individuato quale mezzo atto a ridurre la povertà e a migliorare il livello di vita della popolazione.

I risultati, come abbiamo sottolineato, sono estremamente positivi. Il Việt Nam cresce ad un ritmo secondo in Asia solo alla Cina[23], e le condizioni di vita della popolazione hanno conosciuto un netto miglioramento negli ultimi dieci anni. Tuttavia, emergono anche preoccupanti contraddizioni.

Oltre alla corruzione, al dualismo economico e a tutte la altre difficoltà prima esaminate, la modificazione dei rapporti di produzione, l’espansione di modelli culturali occidentali e consumistici, il crescente individualismo, sono fattori che potrebbero minare il processo di costruzione, nel futuro, di una società socialista.

Per quanto riguarda i rapporti di produzione, la creazione di un settore privato legato alle logiche di mercato è considerata dal PCV un elemento necessario per il passaggio da una economia agricola a une economia industriale. Tuttavia, il PCV non ha ancora adeguatamente indagato come, dopo tale fase di transizione, si intende continuare la lotta per lo sviluppo e il socialismo.

In particolare, non si è esaminato quale dovrebbe essere il ruolo del sindacato nella nuova situazione. Per quanto riguarda i modelli culturali occidentali e consumistici e l’individualismo, essi sono il portato dell’attuale fase economico-sociale, caratterizzata dall’egemonia politica, culturale e militare del modello statunitense. Si tratta di capire quanto tali valori sono penetrati in profondità nella società, specialmente nelle zone rurali. L’azione del PCV su questi fronti è continua, ma la portata della questione è di tipo generale e sovranazionale.

In ogni caso, il processo di transizione non sarà, nei prossimi anni, né facile né indolore. Riforme quali il riammodernamento delle imprese pubbliche, l’introduzione di un efficace sistema sanitario e pensionistico, l’introduzione di un rinnovato sistema di registrazione, richiedono un apparato statale efficace ed efficiente che basi la propria azione sul consenso attivo della popolazione. In questa ottica, le organizzazioni internazionali possono, con le loro conoscenze, le loro professionalità, le loro risorse, essere una fonte d’aiuto per il governo ed il PCV.

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Fonti in vietnamita (disponibili attraverso la rassegna stampa dell’Organizzazione

Internazionale del Lavoro) Đầu Tư – Hà Nội Mới – Lao Động – Nông Thôn Ngày Nay – Pháp Luật/ILD – Tuổi Trẻ – Việt Nam Agricultue/ILD – Vir/ILD


ENRICO LOBINA, THE FUTURE OF VIETNAM: ISSUES, CHALLENGES, AND THE ROLE OF THE INTERNATIONAL ORGANIZATIONS

With the launch of Doi Moi (renovation) in 1986, Vietnam started a transition from a State-planned economy to a market economy with a socialist orientation. The essay gives an overview of the past economical achievements, the present situation and the challenges for the future.

After an introduction regarding the international context and the economy, the essay focuses on social and political issues such as the role of the state, industrial relations, the internal and external migration and the “social evils”.

The main objective of Vietnamese foreign policy is to sustain the economic growth. As a result, Vietnam always maintains a low international profile. During the last fifteen years Vietnamese economy has been the second fast-growing economy in Asia. Furthermore, many social goals have been achieved. However, economic and social improvements are slowing down and a strong dualism has emerged within the country.

Therefore, Vietnam is facing new challenges. The role of the State has significantly changed. Its intrusiveness in the daily life of Vietnamese people has sharply declined. However, in order to guarantee an efficient business environment and high social security standards, the State must be strengthened and reformed.

Therefore, Vietnam identified three major goals: public administration reforms, State Owned Enterprises reform and social security systems reform. They are all facing many shortcomings, and the trends for the future are not clear. Along with the economic and the state reform problem, many social issues, which are the results of modernization, are emerging.

Industrial relations are weak, and this is leading to an increase of illegal strikes. An uncontrolled urbanization process is being partially ignored. “Social evils” such as child labour, drug abuse, and HIV/AIDS are affecting the country.

Given the weakness of the State and the speed of the changes, it is questionable whether Vietnam will solve them in the next years. The new social pact between Vietnamese people and the VCP is consent versus economic and social growth.

Therefore, the general objective of VCP is to reduce the poverty and improve the living conditions of the people through a stable and high economic growth.

However, the article argues that Vietnam should design innovative policies and further implement some of the current reforms.

In this field, international organizations could play a great role. Particularly, they should focus on combating corruption and achieving the Millennium Development Goals.

The VCP identifies in the economic and social improvements of the country the first step, in order to build socialism. However, the socialist perspective encounters two difficulties: firstly, it can hardly be achieved by a single country; secondly, VCP has not yet a clear strategy for building socialism in the next decades, when the industrialization process will be completely achieved.


[1] Cfr. LAURENT CESARI, L’Indochine en guerres 1975-1993, Edition Belin, Paris 1995.

[2] Cfr. MURRAY HIEBERT ,”A new gerontocracy, The party congress concedes mistakes and makes way for…”, FEER, 1 gennaio 1987; “Library of Congress – Federal Research Division – Country Studies – Area Handbook Series – Việt Nam – Appendix B.htm”, www.loc.gov.com; Carlyle A. Thayer, “Việt Nam’s Sixth Party Congress: an overview”, Contemporary Southeast Asia, vol. 9, 1987, pagg. 12-22.

[3] Cfr. BOFFA GIUSEPPE, Storia dell’Unione Sovietica, L’Unità, Roma 1990

[4] Vedi BERESFORD MELANIE, National unificatioin and economic development in Việt Nam, Mamillan Press Ltd, London 1989, pagg. 113-114 e 181.

[5] Traduzione a cura dell’autore. LE DUC THUI, “Economic Doi Moi in Việt Nam: Content, Achievments, and Prospects”, in TURLEY WILLIAM S., SELDDEN, MARK, Reinventing Việt Namese socialism – Doi Moi in comparative perspective, Westview Press, USA 1993, pag. 99 e segg.

[6] Cfr. PORTER GARETH, “The politics of ‘renovation’ in Việt Nam”, Problems of communism, June 1990, pagg. 72-88.

[7] “The implementation of the ten-year 1991-2000 Strategy started at a time when the economy was undergoing certain positive changes, but the country had not come out the socioeconomic crisis”. PCV, Strategy for Socio-Economic Development 2001-2010, Hà Nội, pag. 1.

[8] Per tutti questi dati vedi Socialist Republic of Việt Nam, The Comprehensive Poverty Reduction and Growth Strategy (CPRGS), Hà Nội, 2002.

[9] PORTER GARETH, op. cit., pag. 86, e HIEBERT MURRAY, “Inflationary pressures – leadership calls for economic, not political, reforms”, FEER, 13 April 1989, pag. 34.

[10] The recorded achievements and progress are not enough for us to rise above the status of poor and underdeveloped country, and are yet to match the country’s potential”. PCV, Strategy for Socio-Economic Development 2001-2010, Hà Nội, 2001, pag. 2

[11] “To ensure that by 2010, GDP will have at least doubled the 2000 level. […]. To ensure macro-economic stability […]. To raise substantially our country’s Human Development Index (HDI). The population growth rate is to have dropped to 1.1-1.2% by 2010. To eliminate the category of hungry households, and reduce quickly the number of poor households. To solve the employment issue in both urban and rural areas […]; to raise the trained labour ratio to around 40%. To ensure schooling to all school-age children; to accomplish junior secondary education universalisation nationwide. To provide medical treatment to patients; to reduce (under-five) child malnutrition to around 20%; to increase the average life expectancy to 71 years. […] The infrastructures are to […] make steps in advance. […]. The leading role of the State economic sector is to be enhanced, governing key-domains of the economy; State enterprises are to be renewed and developed”. Ibidem, pagg. 5-6

[12] Traduzione dell’autore. DAPICE DAVID O., Việt Nam’s Economy: Success Story or Weird Dualism? A SWOT analysis, UNDP, Hà Nội 2003, pag. 3.

[13] Cfr. CHESNEAUX JEAN, Storia del Việt Nam, Editori Riuniti, Roma 1965.

[14] Cfr. LE THAN KHOI, Storia del Việt Nam, Torino, Einaudi, 1979.

[15] “Although Việt Nam has a relatively low proportion of urban residents (around 24% of the population of over 80 million), it has increased rapidly during 1990s”. ILO, UNDP, UNFPA, Internal Migration: Opportunities and Challenges for Development in Việt Nam, Hà Nội 2003

[16] Idem, pag. 7.

[17] Cfr. www.iom.int.

[18] “The current structure of MNP (Movement of Natural Persons NdA) commitments under the GATS does not provide meaningful access, and discriminates against the poor, exacerbating inequalities. They do not cover the various categories of professionals and workers where developing countries have a comparative advantage”. UNDP, UNCTAD, Trades in services – Movement of Natural Persons and Human Development – Country Case Study – Việt Nam, Institute of Economics and National Centre for Social Sciences and Humanities, Hà Nội 2003, pag. 4.

[19] VGCL, Report of the executive committee of the Việt Nam General Confederation of Labour (VII Tenure) at the IX National Congress of Việt Namese Trade Unions, Hà Nội 2003.

[20] Cfr. ILO Press Release.

[21] I dati qui riportati sono il risultato degli appunti di una tre giorni di formazione dal titolo “Trade Union and Child Labour Issue”, che l’ILO ha organizzato insieme alla CGVL tra il 22 e il 24 settembre 2004

[22] FFORDE ADAM, “Vietnam in 2003 The road to ungovernability”, Asian survey, vol. XLIV, no. 1, gennaio/ febbraio 2004, pag. 124.

[23] Tale affermazione fa riferimento agli anni Novanta e ai primi anni del XXI secolo. Nel 2003, infatti, alcune economie asiatiche sono cresciute più di quella vietnamita.

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