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Cina 2008 – Il Tibet e gli scontri del 14 marzo 2008

April 13th, 2011  |  Published in Cina, Mondo

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Lunedì 26 Gennaio 2009 11:20

L’attuale provincia autonoma del Tibet ha una superficie di 1.228.000 km² (sei volte la Francia) e una popolazione di circa 2.700.000 abitanti. Secondo il censimento del 2000 il 93% degli abitanti è classificato come tibetano, il 6% come han (maggioranza in Cina), e l’1% come hui (minoranza musulmana). La presenza han sta aumentando.
Nonostante gli investimenti del governo centrale siano consistenti e straordinari (si pensi alla ferrovia sul tetto del mondo, che collega Pechino a Lhasa) se rapportati al numero di abitanti, il Tibet è ancora oggi una delle province più povere della Cina. La crescita economica tibetana è costante, ma inadeguata se si usano i parametri dello sviluppo umano (aspettativa di vita, alfabetismo, grado di ospedalizzazione etc.).
Il Tibet ha un rapporto di vassallaggio/sudditanza/collaborazione con il governo centrale cinese che risale al XIV secolo. Sin dall’età antica il Tibet è stato sia luogo di confronto tra le grandi potenza asiatiche (India, Cina, Iran, mongoli e gruppi turcofoni) sia luogo di sviluppo di una civiltà autonoma. Anche per questo la Cina popolare, laica e con una travagliata storia interna, ha in questi 60 anni di vita incontrato numerose difficoltà nel costruire una società armoniosa e progressista in Tibet.
Il 10 marzo 2008, forti dei riflettori internazionali puntati sull’Impero di Mezzo per via delle Olimpiadi, in un monastero vicino a Lhasa (capitale della provincia) alcuni monaci hanno inscenato una protesta e cantato slogan come “free Tibet” o “Dalai Lama”. L’11 marzo le truppe cinesi hanno sparato ai monaci di Sera, che stavano manifestando, e il 12 sono state bloccate tutte le manifestazioni nei monasteri intorno a Lhasa.

Le manifestazioni sono continuate, anche con scioperi della fame, ed il 14 la violenza urbana ha colpito Lhasa. Sono stati attaccati e distrutti un migliaio di negozi di han e hui e alcuni uffici pubblici. Per Pechino sono morte una decina di persone, per le organizzazioni tibetane della diaspora 26 manifestanti sono stati uccisi. In quei giorni le proteste si sono estese al Gansu, una provincia nel nord ovest della Cina, al Qinghai e al Sichuan, province in cui alcune contee sono a maggioranza tibetana. Ci sono state manifestazioni di tibetani anche a Katmandu, capitale del Nepal.
Le proteste sono terminate il 18 marzo, lo stesso giorno in cui il Dalai Lama, guida spirituale dei buddisti lamaisti tibetani e personaggio politico internazionale da vari lustri, minacciò di dimettersi se fossero continuate le violenze.
I cinesi, a stragrande maggioranza han, hanno vissuto i fatti di Lhasa con sconcerto, preoccupazione e rabbia. Per loro l’integrità territoriale della Repubblica Popolare, ancora non completata per via della questione Taiwan, è un principio semplicemente indiscutibile. Pensare all’indipendenza del Tibet, che in realtà occupa uno spazio ben maggiore dell’attuale provincia autonoma, significherebbe ferire mortalmente la Repubblica. Senza tener conto delle implicazioni internazionali e geopolitiche della nascita di un nuovo stato, presumibilmente filo-statunitense e reazionario nei valori, in un’area così strategica.
Le televisioni cinesi hanno continuamente mandato le immagini dei saccheggi e degli omicidi, inframmezzate da analisti che spiegavano la quantità di soldi spesi per modernizzare il Tibet.
A seconda delle fonti, i morti variano da 22 a 140. In quello stesso periodo, le truppe britanniche e statunitensi, nell’attacco all’esercito Mahdi in Iraq, hanno fatto 700 morti. Come reagire? Pur continuando a discutere, bisogna prendere atto che se un governo non vuole rispettare i diritti umani, così come definiti dall’ideologia dominante, ha bisogno del supporto di una potenza occidentale. Oppure deve essere una potenza occidentale.

http://www.unmondonuovo.it/news/index.php?option=com_content&view=article&id=135:cina-2008-il-tibet-e-gli-scontri-del-14-marzo-2008&catid=65:archivio2009&Itemid=87

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