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La rivoluzione dei tulipani mette radici

January 2nd, 2011  |  Published in Accademia, Asia

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“La rivoluzione dei tulipani mette radici”, di Pepe Escobar (traduzione di Enrico Lobina), in http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/GC26Ag03.html, pubblicato su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ki/poki5d08.htm, 2005

Tutto è venuto giù in un batter d’occhio. Giovedì, in poche ore, nella capitale del Kyrghizistan Bishkek, il palazzo presidenziale è stato attaccato, il tiranno è fuggito e un nuovo ordine ha cominciato a prendere forma. O no?

La rivoluzione aveva viaggiato in autobus per 500 chilometri, da Osh, città-simbolo della via della seta, verso sud, attraverso difficili passi di montagna, sino a Bishkek, sino a quando la pianificata kurutai (assemblea), di fronte al palazzo presidenziale, ha assunto un’altra, epica, valenza.

Tutto riguardava l’accusa di aver truccato le elezioni di febbraio e marzo e la sorprendente corruzione di Askar Akayev, presidente autocrate del paese, che in questo momento ha lasciato il paese.

Mosca, attraverso il Ministro della Difesa Sergei Ivanov, aveva già criticato l’Unione Europea e ricordato a tutti che Bishkek era un partner di un trattato di sicurezza collettiva. L’alto diplomatico russo Sergei Lavrov ha accusato Javier Solana, il più importante rappresentante diplomatico dell’UE, di essere politicamente scorretto: Solana aveva insistito che le elezioni kirghize non avevano rispettato i criteri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Durante quella importante congiuntura Akayev, al potere da 15 anni, ha malamente calcato la mano.

Due mesi fa Akayev è andato a Mosca per presentare suo figlio. Stava già programmando una cessione dinastica del potere: dopo tutto, questa aveva funzionato per il clan Aliev in Azerbaijan. Sabato scorso, Akayev si è nuovamente recato a Mosca, per un secondo viaggio segreto, rivela il giornale russo Vremnia Novisti. Ha cercato di incontrare Putin, ma questa volta non ci è riuscito. Tuttavia, ha incontrato diplomatici russi.
Una volta tornato a Bishkek, ha dichiarato che avrebbe preso in considerazione dei negoziati con l’opposizione.

Ma, nel momento in cui la situazione gli sfuggiva di mano, ha dichiarato che non avrebbe negoziato con i “rivoluzionari”, che erano “finanziati e controllati dall’esterno”. I “rivoluzionari” l’hanno deposto con fragore. Per l’Occidente, questa è la “Rivoluzione dei tulipani” (o la “Rivoluzione dei Limoni”, come viene chiamata in Francia e Belgio). Per molti russi, d’altra parte, questo è il lavoro di un gruppo di criminali.

Gli esperti dell’Asia centrale si chiedono cosa stiano pensando in questo momento il kazako Nursultan Nazarbayev e l’uzbeko Islam Karimov. Potrebbe essere l’inizio della (loro) fine? Potrebbero anche loro essere defenestrati dal potere popolare? Dovrebbero considerare un trasloco verso il lago di Ginevra – dopo ciò che è successo nella cosiddetta Svizzera dell’Asia centrale? Oppure questo dovrebbe essere il segnale per l’inizio di una repressione totalitaria?
Rispetto ai suoi ultra-massicci vicini, il Kyrghizistan era un paradigma della democrazia. Ora l’opposizione kirghiza, qualcosa di simile ad una folla senza regole, composta di baroni del sud e di ex-militanti del regime, deve risolvere nuovi, pressanti problemi. I media occidentali sono positivamente eccitati poiché non possono mostrare la “faccia” della Rivoluzione dei Tulipani – a differenza di Mikhail Saakashvili in Georgia e dell’intossicato Viktor Yushchenko in Ucraina. Potrebbe essere l’ex-primo ministro Kurmanbek Bakiyev? O l’ex ministro degli esteri Roza Otunbaeva? O forse Omurbek Tekerbayev? Non vanno d’accordo l’uno con l’altro, però adesso devono andare d’accordo, perché detengono il potere e non possono correre il rischio di una guerra civile. Il parlamento ha nominato Bakiyev quale facente funzioni di premier e presidente.

E’ l’economia, stupido
Il Kyrghizistan fu spinto verso l’indipendenza alla fine del 1991, con la distinzione di essere l’unica delle ex-repubbliche sovietiche nell’Asia centrale controllata da una (relativa) democrazia, e non da vecchi pezzi di apparato. Akayev introdusse la democrazia multi-partitica. Applicò anche una politica di privatizzazioni e seguì i diktat del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Nel 1998, il Kirghizistan fu la prima repubblica dell’Asia centrale ad entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma Akayev divenne vittima dell’usura del potere e cominciò a comportarsi come Stalin e Suharto, rispettivamente dal punto di vista politico ed economico. L’economia divenne l’economia del clan di Akayev.

La ricetta del FMI, una per tutte le situazioni, si rivelò per l’ennesima volta un disastro. Grazie al FMI, la piccola repubblica centroasiatica oggi ha il più largo debito pro-capite dell’Asia centrale. Questo significò, negli anni, una massiccia perdita di posti di lavoro, con circa il 60% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, secondo i dati della Banca Mondiale. La povertà crescente ha portato con sé un dissenso crescente. Ancora una volta, “è l’economia, stupido” – niente a che vedere con il terrorismo islamico.

Quando un credibile oppositore, l’ex-vice presidente Felix Kulov, apparve nel 2000, Akayev lo mise in prigione per “abuso di potere”. Kulov, oggi rilasciato, ha molte chances di diventare il prossimo leader kirghizo.
Asia on Times ha viaggiato lungo il Kyrghizistan nell’autunno del 2003. Già in quel periodo, gli uomini d’affari, così come la classe media russificata del nord, non sopportavano più la corruzione ufficiale e i loro miseri guadagni.

Ma questo era niente se paragonato al sud, luogo dell’instabile vallata del Ferganaun oasi di 300 chilometri divisa da Josef Stalin tra tre repubbliche sovietiche, l’Uzbekistan, il Kyrghizistan e il Tagichistan. Il Fergana kirghizo è attraversato da una scontenta, rumorosa e relativamente ben organizzata minoranza usbeka. A Osh e Jalalabad – le capitali dell’attuale Rivoluzione dei Tulipani – ognuno si lamentava della mancanza di potere politico a Bishkek, e come non vi fossero investimenti per la loro regione. Uno doveva solo camminare nelle buie, sfatte e vuote strade di Osh di notte nel freddo polare per rendersene conto.

Una visita all’esteso bazar di Dar Doli, fuori da Bishkek, uno dei più grandi dell’Asia centrale, dimostra inoltre come una gran parte della popolazione kirghiza dipende per la sua sopravvivenza dal commercio con la Cina.
Almeno 700.000 kirghizi, su una popolazione di 5 milioni, sono stati forzati ad emigrare per trovare lavoro. La maggioranza sopravvive come lavoratori schiavi clandestini presso siti in costruzione in Russia o Kazakistan. La stagnante economia si compone di miniere d’oro, materiale idroelettrico e un po di turismo. Il debito esterno del paese – due milioni di dollari – è equivalente al prodotto interno lordo.

Nessun califfato, grazie
Geopoliticamente, i vicini centroasiatici più la Russia, la Cina e gli Usa semplicemente non possono permettersi un caotico o un etnicamente frammentato Kyrghizistan. Quale effetto collaterale della “guerra al terrorismo”, il Kyrghizistan è di fatto divenuto una pedina fondamentale per la Russia, gli Usa e la Cina nel Nuovo Grande Gioco – non ultimo a causa della sua postazione strategica, schiacciato tra la Cina e il Kazakistan.

La base militare russa a Kant, 20 minuti da Bishkek, è descritta dal Ministro della Difesa Ivanov come un “deterrente contro il terrorismo internazionale”. La base militare americana confinante presso l’aeroporto (civile) di Manas, è teoricamente stato costituito come supporto di Bagram in Afghanistan, ma è più effettivo nel ruolo di oggetto psicologico volto a innervosire la Cina, essendo così vicino allo Xinjiang.

Pechino, non soprendentemente, vuole anch’esso impiantare una propria base militare in Kyrghizistan.
I russi sono rimasti particolarmente sorpresi dalla Rivoluzione dei Tulipani: dal Cremino ai generali, il ritornello era sempre sulla minaccia centrasiatica del terrorismo islamico nella valle del Fergana.

Due seri sviluppi si possono avere dalla Rivoluzione dei Tulipani. Il movimento islamico aggressivo dell’Uzbekistan e il movimento non-violento dell’Hibz it-Tahrir possono avanzare nelle loro posizioni: posizionati nel Fergana kirghizo, potrebbero espandere la loro influenza verso il sud del Kazakistan, il Tagikistan occidentale e anche lo Xinjiang in Cina.

Ma dobbiamo anche ricordare che i kirghizi – discendenti della grande orda di Genghis Khan che migrò verso sud dalla Siberia – sono nomadi che furono assorbiti all’Islam solo nel XV secolo. A loro la visione mondiale di al-Qaeda è assolutamente aliena.
Un più probabile, e molto più preoccupante scenario, sarebbe un Kirghizistan che entra in una spirale simile a quella della guerra civile tagica del 1992-97, che ha causato decine di migliaia di vittime.

Una cosa è chiara: la Rivoluzione dei Tulipani sarà inevitabilmente strumentalizzata dalla seconda amministrazione Bush come la prima storia di “estensione della libertà e della democrazia” nell’Asia centrale. Tutto l’arsenale delle fondazioni Usa – National Endowment for Democracy, International Republic Institute, Ifes, Eurasia Foundation, Internews, tra gli altri – che hanno sostenuto i movimenti d’opposizione in Serbia, Georgia e Ucraina, sono state piazzate anche a Bishkek. Ciò ha fatto si, tra le altre cose, che un piccolo gruppo di giovani kirghizi sia andato a Kiev, finanziato dagli americani, per dare uno sguardo alla rivoluzione arancione, ed è diventata “infettato” dal virus democratico.

Praticamente tutto ciò che passa per società civile in Kyrghizistan è finanziato da queste fondazioni Usa, o dalla US Agency for International Development (USAID). Almeno 170 organizzazioni non-governative incaricate di sviluppare o promuovere la democrazia sono state create o sponsorizzate dagli statunitensi.
Il Dipartimento di Stato americano ha operato attraverso una sua propria casa editrice a Bishkek dal 2002 – il che significa che ha dato alle stampe almeno 60 differenti titoli, tra cui anche un paio di fieri giornali di opposizione. USAID ha investito almeno 2 milioni di dollari prima delle elezioni kirghize – abbastanza in un paese in cui il salario mensile è 30 dollari al mese.

Il leader dell’opposizione Otun Baeva ha riconosciuto pubblicamente che “si, noi siamo supportati dagli Usa”. L’investimento sarebbe stato ripagato se una “rivoluzione democratica” fosse stata venduta a livello mondiale come esempio eccellente di un paese a maggioranza musulmano che si unisce alla crociata di Bush. Ma il blitz di pubbliche relazioni avrà un risultato nullo se il nuovo ordine kirghizo non sarà immune dalla corruzione e non tenterà in maniera seria almeno di alleviare il diffuso senso di ingiustizia economica. Si, è l’economia, stupido.

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