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INTERVENTO DI JACOPO BENE ED ENRICO LOBINA ALLA LECTIO MAGISTRALIS “Rinascimento, Risorgimento, Resistenza: così e nata l’Italia della Costituzione” – ORGANIZZATA DALL’ANPI, CAGLIARI 18 MARZO 2011

March 21st, 2011  |  Published in Mondo, Politica, Sardegna

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Abbiamo deciso, venerdì 18 marzo, di non leggere l’intervento che vi proponiamo. Abbiamo preferito interloquire con gli interventi che ci hanno preceduto. Vi forniamo ugualmente, tuttavia, il testo scritto del contributo che abbiamo preparato. W l’ANPI!

L’anniversario del 17 marzo 2011 cade nel mezzo di una decadenza materiale e morale di cui non si vede l’uscita. Il 17 marzo, anziché unire e far riflettere, è stato piegato a polemiche contingenti e di scarso valore. Così è andata persa un’altra occasione.

A nostro avviso il 150° sarebbe dovuto essere anche il momento per fermarsi a fare un bilancio ragionato e concreto su questo secolo e mezzo. Nel nostro caso ciò significa partire dalla specificità della Sardegna, dai suoi rapporti con i Savoia prima e con lo stato italiano dopo. Questo non vuol dire negare l’esistenza della nazione italiana o la necessità della sua unificazione. Vogliamo però essere concreti, evitando di fare astrazione dei problemi e dei nodi irrisolti dell’Italia. Uno di questi, assieme alla questione meridionale, è la questione sarda, del sottosviluppo economico e della sua specificità culturale.

La storia sarda si caratterizza in modo molto diverso, nei secoli antecedenti al XX, rispetto a quella della Penisola. La Sardegna, infatti, venne sottomessa dai Catalani tra il 1324 e il 1409, i quali imposero il feudalesimo,  mettendo fine all’epoca dei regni giudicali.

A seguito della Guerra di Successione spagnola e del Trattato di Londra (1718), la Sardegna venne ceduta ai Savoia nel 1720. Questa cessione non fu paragonabile a una qualsiasi forma di liberazione o a qualcosa di assimilabile al processo di unificazione italiano. Al contrario, si trattò di una forma di asservimento: il Vicerè spagnolo fu sostituito, dentro allo stesso palazzo, dal Vicerè sabaudo. Il sistema feudale non venne scalfito dai nuovi governanti. Mentre le rivoluzioni e il progresso sociale e tecnologico infiammavano l’Europa, in Sardegna si trascinava il medioevo.

Dopo 74 anni di dominio sabaudo scoppiò a Cagliari la rivolta che diede inizio a qualcosa di simile ad un Risorgimento Sardo. Nel 1794, dopo la cacciata dei piemontesi, Giovanni Maria Angioy guidò il popolo sardo verso una Rivoluzione anti-feudale. La sua Rivoluzione venne sconfitta dai piemontesi, ritornati in forze sull’isola, e dal tradimento dei notabili sardi. Il biennio rivoluzionario 1794-96 non fu un’espressione di generico ribellismo o di banditismo: si trattò di un movimento rivoluzionario ispirato dalle idee Illuministe e di progresso. Fu il tentativo di rompere la struttura del sottosviluppo, ribellandosi contro il trascinarsi di un medioevo imposto.

La repressione fu spietata. Angioy fuggì a Parigi dove morì esule nel 1808, con il sogno di una Repubblica sarda luogo di libertà e progresso. Nel giugno del 1802 partì dalla Corsica una spedizione guidata da un gruppo di seguaci angioyani, ma furono anch’essi nuovamente sconfitti.

I Savoia e i governanti piemontesi trattarono con disprezzo la Sardegna, giustificandone lo sfruttamento con teorie razziste.

Nel 1823 ci fu l’editto delle chiudende. Esso rispondeva agli interessi piemontesi di razionalizzare lo sfruttamento capitalista. L’effetto fu quello di combinare gli aspetti peggiori del feudalesimo con quelli del nascente capitalismo: venne annullata la proprietà collettiva dei terreni, tutto a vantaggio dei feudatari e del clero che se ne poterono facilmente appropriare. Per le popolazioni rurali fu un disastro.

Qualcosa di analogo accadde nel secondo dopoguerra con il Piano di Rinascita del 1962. Con la volontà di smantellare le strutture agro-pastorali e di risolvere gi squilibri innescati dall’editto delle chiudende, e quindi in parte con l’obiettivo di attuare i principi di eguaglianza inseriti in Costituzione, si impiantò un’industria dipendente dagli aiuti pubblici, debole e arretrata. Finché questi poli industriali sono stati sussidiati dal pubblico, l’industria è andata avanti in condizioni di crisi perenne. Oggi, finiti i sussidi, gli stabilimenti chiudono, lasciando dietro di sé disastri ambientali e deserti occupazionali.

Ecco un problema: dalla conquista catalana il popolo sardo è stato escluso dal governo dell’isola e le decisioni importanti in materia di gestione economica e sociale spettarono ai Viceré, spagnoli o piemontesi, che hanno utilizzato élite locali conniventi. Questa situazione di sudditanza oggettiva è stata causa di arretratezza, o meglio del sottosviluppo della Sardegna. Ancora oggi troppe decisioni passano al di fuori del potere delle istituzioni regionali e ancor di più dalla volontà del popolo sardo.

L’esempio più eclatante sono i Poligoni militari. Queste immense installazioni sono una vergogna, un’imposizione violenta e ingiustificabile.

Un altro esempio è la vertenza entrate, dove lo stato italiano, con sovrano disprezzo, continua a negare quanto costituzionalmente dovuto alla regione sarda. I maltrattamenti inflitti ai pastori sardi, con riferimento particolare al caso di Civitavecchia, sono emblematici del significato di questa unità d’Italia.

Ci chiediamo dove sia il punto di discontinuità tra l’oggi e la dominazione coloniale sabauda iniziata nel 1720. Il punto di discontinuità con la dominazione coloniale dovrebbe essere la Costituzione Repubblicana. Ma troppe volte è stata disattesa, trasformandola spesso in qualcosa di astratto. Dov’è oggi il diritto al lavoro dell’articolo 1 e dell’articolo 4, essenza della Costituzione?

Se unità vuol dire parità, che senso ha parlare di unità nazionale in una terra dissanguata dall’emigrazione, dallo sfruttamento, dai poligoni militari? Unità non può neanche voler dire omologazione, ma semmai Unità nella diversità, pluralismo come ricchezza.

Ci viene da chiederci, a più di sessant’anni dall’approvazione della Carta Costituzionale, chi è che non l’ha attuata? Sono state le classi dirigenti italiane e le élite sarde che, in numero percentualmente maggiore rispetto alle altre parti dello stato italiano, ne hanno fatto parte?

La Costituzione italiana è una delle migliori e più avanzate al mondo. La sua non attuazione è uno degli esempi di come i rapporti giuridici, che cristallizzano una situazione di fatto ad un dato momento, rimangano scritti con inchiostro su fogli bianchi e non diventino realtà se poi, in concreto, sono i rapporti di forza tra le classi ad individuare i punti di compromesso di cui è composta una  conformazione sociale.

Si parla spesso di Unione Europea. Alcuni pensano che questo processo porterà a un superamento degli stati nazionali. Non crediamo che questo sia possibile. Ma è credibile che il sottosviluppo possa essere superato sottomettendosi ad potere, quello di Bruxelles (cioè di Berlino e Parigi), già dimostratosi più volte ottuso e interessato a favorire economicamente solo le regioni più ricche dell’Europa?

Da questo bilancio storico traiamo la lezione che per debolezza, sottomissione o incuria, troppe volte negli ultimi secoli abbiamo lasciato che altri decidessero al posto nostro.

Oggi la statua di Carlo Felice, dominatore sabaudo, campeggia in Piazza Yenne a Cagliari, mentre ad Angioy e alla sua causa è dedicata una via secondaria. Il 17 marzo si festeggiano i 150 anni di Unità d’Italia, mentre le stesse istituzioni regionali festeggiano il 28 aprile, l’anniversario della Sarda Rivoluzione di Angioy. Sono elementi che convivono senza destare sorpresa, ma che indicano che la questione sarda permane. Neanche l’ultimo assetto istituzionale dello Stato italiano è riuscito a risolverla.

Risolvere la questione sarda vuol dire risollevare la bandiera di libertà e dignità sollevata da Angioy, nonché riprendere principi, eterni ed internazionali, stabiliti nella Carta Costituzionale. Gli articoli 1, 3, 4, 11, 33, 41 e tanti altri, rappresentano valori e idee guida che travalicano il contesto italiano. Lo stesso antifascismo, inteso nelle sue articolazioni partigiane negli anni della seconda guerra mondiale, si è sviluppato in tutta Europa. Fu un fenomeno internazionale. Nacque, come fenomeno di massa combattente, con le brigate internazionali di Spagna.

Riconoscere nella Carta Costituzionale italiana valori eterni, che attengono all’idea di uguaglianza e progresso, contro il dominio dell’economia neoliberista, non deve significare che tutto debba rimanere, anche nell’apparato istituzionale italiano, invariato. E neanche che, su alcune parti precise, non vi sia necessità di un cambiamento. Proprio per andare incontro a quei principi di eguaglianza e progresso appena citati.

Allo stesso modo, riconoscere e attuare quei valori che sono nella Carta Costituzionale italiana, in Sardegna, significa ridare un senso a questa terra, saccheggiata e spaesata.

La via per il nostro futuro è quella di non delegare, ma di riappropriarci del potere e della sovranità popolare per troppi secoli negata.

Io mi sono iscritto all’ANPI nel 2004, nella sezione di Lambrate, a Milano est. Una mitica sezione, dove ho incontrato compagni del calibro di Luigi Pestalozza e Libero Traversa, oltre a tanti ex partigiani. Sono stati una scuola di vita. Jacopo Bene, che insieme a me ha scritto questo intervento, è iscritto alla sezione ANPI di Recoaro Terme.

Ci sentiamo figli dei partigiani e della loro lotta: oggi seguire il loro eroico esempio vuol dire lottare contro la rassegnazione alle ingiustizie e per il cambiamento radicale della società. La Sardegna è il campo dove vogliamo combattere quella stessa lotta universale combattuta dai partigiani: vogliamo cambiare il mondo cambiando la nostra terra.

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