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Francesco Tirro – Risposta ad Enrico Lobina

March 11th, 2018  |  Published in Cagliari, In evidenza, Mondo, Politica, Sardegna

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potere al popolo

 

Buongiorno, 

vi propongo la risposta di Francesco Tirro al mio post di due giorni fa, che trovate in questo sito. L’unico commento che mi sento di fare è che condivido l’articolo. Sta alle organizzazioni nelle quali lavoro (circolo Me-Ti, Cagliari Città Capitale, Caminera Noa) dare una risposta collettiva, la quale secondo me deve essere positiva. Come già scritto, spero anche di conoscere posizioni simili da parte delle compagne e dei compagni che hanno lavorato per Potere al Popolo in Sardegna. 

Il circolo Me-Ti si è incontrato giovedì per discutere di campagna elettorale, e tutti quelli che c’erano hanno votato Potere al Popolo.

EL

 

Rispondo alle osservazioni di Enrico, che ringrazio, capovolgendo l’ordine del ragionamento e partendo dal dato complessivo. In Italia e in Sardegna stravince – con risultati eguagliati finora solo dalla DC, dal PCI e da Forza Italia – un’opzione populista e dichiaratamente anti-ideologica. Non entrerò nel merito delle caratteristiche politiche del M5S, su cui tanto è stato già detto e scritto, perché ciò che mi interessa di più è l’istanza che il Movimento si trova a rappresentare, non l’orientamento della rappresentazione che loro sceglieranno di avere. Il M5s vince, dopo 13 anni di lavoro politico costante – sui territori, nelle piazze, su internet e nei teatri prima, su internet e in TV poi – perché si configura, aldilà di ciò che concretamente farà, come l’unica opzione anticompatibilista, “anti-inciucio”, radicalmente alternativa al sistema di potere dominante. Lo fa nonostante le esperienze di governo, a Roma, a Torino, a Livorno e altrove, non siano state particolarmente esaltanti, questo perché riesce ancora a presentarsi come alternativo nonostante faccia ormai parte da tempo del panorama politico generale. L’opzione populista vince un po’ su tutto il territorio italiano e sardo, tranne che nelle roccaforti leghiste: di fatto solo la Lega, laddove è storicamente presente e forte, riesce a sottrarre voti ai 5 Stelle.

Ad essere sconfitte sono, a destra come a sinistra, le organizzazioni politiche storicamente più disponibili al compromesso con gli avversari politici: Forza Italia che soccombe, seppur relativamente, all’ingombrante alleato leghista; il PD, la cui crisi di consensi va ben al di là del fatto di essere stato il partito di governo degli ultimi 5 anni; Liberi e Uguali, il cui risultato di almeno il 50 % inferiore alle attese è soprattutto il risultato della scarsa credibilità come forza di alternativa e di una campagna elettorale, condotta principalmente dall’improvvido Grasso, tutta orientata ad una continua affermazione della disponibilità al compromesso. Faccio una menzione solo per onore di cronaca del ridicolo risultato nazionale delle forze della destra estrema, ancora più bruciante se paragonato alla sovraesposizione mediatica di cui hanno goduto per mesi: anche questo ci dice tanto, ma esula sostanzialmente dal tema del dibattito.

Veniamo infine a Potere al Popolo: il risultato elettorale è conforme alle rilevazioni dei principali istituti d’indagine, che ci davano anche al di sotto dell’1%, tranne uno, Lorien Consulting, che a pochi giorni dal termine per la pubblicazione ci dava al 2,7%. Anche le poche informazioni avute successivamente non ci hanno mai lasciato sperare in qualcosa di meglio: l’ottimismo relativo alla possibilità di farcela è stato essenzialmente dovuto ai feedback positivi ricevuti direttamente durante la nostra campagna elettorale, cioè tra coloro che sono stati raggiunti dal nostro messaggio, ma abbiamo pagato essenzialmente una sottoesposizione mediatica che ha fatto sì che solo pochi milioni di elettori sono semplicemente venuti a conoscenza della nostra esistenza. Non a caso i risultati migliori sono stati ottenuti laddove le e i militanti di Potere al Popolo erano già conosciuti e riconosciuti: a Napoli centro, Fuorigrotta e Bagnoli si sono raggiunti in alcune sezioni picchi del 7,6%, a Livorno in alcuni quartieri è stata quasi toccata la doppia cifra, nel sud della Puglia, in un territorio difficile, ci si è attestati su un 2% medio, e via discorrendo.

Questi elementi non sono né consolatori né giustificatori, ma servono semplicemente a restituire un quadro corretto, separando le legittime attese e speranze dai dati concreti: è sicuro che, se non ci fosse stata l’esplosione dei 5 Stelle, almeno in alcuni territori le percentuali sarebbero state molto più alte.

Le critiche di Enrico, dunque, vanno contestualizzate in questo quadro. Passo così a discuterle punto per punto.

Enrico parla di praterie che non percorriamo: è vero, sono davanti a noi ed abbiamo appena iniziato ad avventurarci, ma non sono deserte. Quello spazio vuoto esiste solo nella testa di chi ritiene che il popolo a cui parliamo noi sia “protetto” da un recinto invalicabile, quando invece è vero il contrario: il popolo del lavoro dipendente o falso autonomo, quello dei disoccupati, degli inoccupati e dei precari è da un decennio almeno interlocutore dei 5 Stelle. In questo senso, l’Italia costituisce un’eccezione a livello europeo, perché è l’unico paese in cui quello spazio – lo spazio della critica e del rifiuto del sistema dominante – è stato da tempo occupato da una forza che non è ascrivibile a tradizionali identità politiche. Parliamo di un movimento che spesso, e giustamente, abbiamo indicato come “di destra” (pensiamo ai discorsi su immigrazione e accoglienza) ma che non è tale nell’identificazione e nella rappresentazione che ne danno i suoi elettori, né lo è nella composizione del suo voto e degli attuali eletti.

Il paragone che Enrico fa con forze come Podemos e France Insoumise, dunque, va limitato al fatto che noi vogliamo inserirci in quel discorso e costituirci come forza in grado di fare un simile percorso politico, ma nulla più, al momento. Podemos nasce da un movimento di piazza che noi non abbiamo avuto; la France Insoumise da una “rifondazione” del discorso politico di una certa parte della sinistra francese che inizia almeno 6 anni fa.

Diverso, invece, è il discorso relativo alla critica sul linguaggio e sulla “liturgia”: è vero, da questo punto di vista dobbiamo ancora compiere diversi passi. Un tentativo è stato fatto – quello di essere “popolari” senza essere “populisti”, di non parlare alla “sinistra” ma di presentarsi come una forza capace di rappresentare istanze più generali – ma molto ci resta da compiere. Il linguaggio è un problema importante, molto più importante è il tema della ripetizione di liturgie, dell’affermazione di identitarismi, di riflessi condizionati espressione di un mondo politico che non c’è più: di tutto questo dobbiamo liberarci quanto prima.

Rispetto alla questione dell’autodeterminazione del popolo sardo, che è stata “congelata” dopo accese discussioni, per essere ripresa dopo l’appuntamento elettorale, ho già avuto modo di esprimermi in assemblea a Cagliari il 5 Gennaio: il diritto all’autodeterminazione dei popoli vale sempre e comunque, non solo per quelli “lontani” o per quelli per i quali la sinistra nostrana ha storiche simpatie. Le critiche all’indipendentismo sono state di tre tipi: anteporre la questione nazionale alla questione di classe; essere nazionalisti invece che internazionalisti; sostenere una battaglia marginale e non sentita dalla popolazione. Credo che a queste critiche si possa rispondere semplicemente che l’unità internazionale della classe non è pregiudicata dal contesto nazionale a cui si appartiene  – quello italiano non è immediatamente più progressista di un eventuale contesto sardo – ma dal poter fare o meno degli avanzamenti in termini di coscienza e organizzazione. Se una “questione sarda” esiste, è dovere dei comunisti agitarla e piegarla in un senso favorevole alle proprie istanze, non rimuoverla. Assumerla non vuol dire essere “nazionalisti”: fino a prova contraria chi è contro la “nazione sarda” non diventa automaticamente “cittadino del mondo” ma resta nella nazione storicamente determinatasi in seguito al trionfo della borghesia, che non è migliore ma solo già esistente. Infine, se vogliamo discutere di “marginalità” a giudicare dalle percentuali ottenute siamo marginali tutti, sia quelli che restano nell’alveo tradizionale della sinistra, sia quelli che provano a declinare in modo più deciso il tema dell’autodeterminazione: per questa ragione, non c’è “marginalità” che possa sottrarci al ragionamento politico.

Enrico continua scrivendo che la parola “sinistra” gli fa venire l’orticaria; a me per fortuna non viene, ma condivido la provocazione. Non a caso, in campagna elettorale, rispondendo ad una domanda su “perché popolo?” abbiamo dichiarato che certe parole e certi simboli “nostri” sono purtroppo e ormai, nella migliore delle ipotesi, dei significanti vuoti; nella peggiore, sono carichi di senso negativo. Quest’ultimo aspetto è stato opportunamente notato da una nostra attenta osservatrice d’Oltralpe, compagna di LFI, che dice testualmente che noi paghiamo anche, nell’immaginario collettivo, il tradimento del PD renziano. Non per caso, infatti, a Napoli i 5 Stelle hanno avuto gioco facile a presentarci addirittura come lista civetta del PD: se questo messaggio, per noi ridicolo, è passato senza difficoltà, lo è anche perché la nostra opzione è ancora facilmente confondibile con la sinistra storica italiana, i cui fallimenti e tradimenti ovviamente non sono ascrivibili solo al PDS-PD ma anche alla sinistra d’alternativa, compresa quella presente dentro Potere al Popolo, che storicamente ha fatto delle scelte sbagliate, pagandole caramente.

“Populismo e mutualismo sono per me due fari. O, se non vi piace la parola populismo, possiamo anche dire che dobbiamo essere “popolari”, ma la sostanza non cambia”. Questo dice Enrico, e questo stiamo facendo, anche se preferiamo “popolari” perché riteniamo che la sostanza cambi, e molto. Riteniamo, infatti, soprattutto in uno spazio già egemonizzato da una forza come il M5S, che se c’è qualcosa da recuperare possiamo farlo non mettendoci sul loro piano né chiudendoci nella nostra identità storica, ma recuperando i nostri contenuti e le nostre analisi, benché con linguaggio e simboli nuovi. La capacità di riconoscere gli avversari, di indicare chiaramente le responsabilità, di separare il campo tra amici e nemici è qualcosa che noi abbiamo, i 5 Stelle no.

In questo senso apprezzo anche il riferimento all’ “ordine nuovo”: noi abbiamo il dovere di ricostruire un modello di società, di non limitarci alla critica dell’esistente ma di mostrare a tutti come per noi possono funzionare le cose. Noi diciamo che possiamo mostrarlo in due passi: col controllo popolare – che si traduce nella riattivazione e nella ripresa di conoscenze e competenze sul complesso delle questioni economiche, sociali, politiche – e col potere popolare, cioè con l’assunzione diretta di responsabilità per la risoluzione dei nostri problemi. L’ “ordine nuovo”, infatti, non arriva dalle elezioni, benché siano uno dei campi di battaglia, ma dalla costruzione quotidiana, quartiere per quartiere, strada per strada, posto di lavoro per posto di lavoro, di un nuovo potere. Lo abbiamo già fatto occupando le chiese, riaprendo le strade, occupando le case; lo fanno altri comitati popolari occupando gli ospedali, organizzandosi per riaprire spazi vuoti e abbandonati, inserendosi laddove lo Stato si ritrae. Il nostro campo di battaglia è ovunque, dalla scuola al quartiere, dalle lotte per i diritti individuali a quelle ambientali, insieme a quelle per lavoro, salute, libertà. Per questi motivi per noi le elezioni sono state solo un trampolino per tuffarci nel “mondo grande e terribile”: da adesso navighiamo in mare aperto e lo facciamo con incredibile ottimismo, perché davvero, oggi come 170 anni fa, non abbiamo nulla da perdere.

 

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