
Care e cari,
la mozione che leggerete è stata depositata presso la presidenza del Consiglio Comunale di Cagliari.
Enrico Lobina
Premesso che:
– nella manovra finanziaria operata dal governo Berlusconi sono presenti disposizioni che non hanno nessuna attinenza con la risposta alla crisi economica e finanziaria, ma molto hanno a che vedere sulla tenuta democratica e civile della Repubblica Italiana;
– in particolare si sottolinea la volontà di spostare le uniche festività civili (25 aprile, 1° maggio e 2 Giugno) con la sopravvivenza delle sole festività della religione di Stato (la cattolica) in forza del Concordato tra Stato e Chiesa sottoscritto dal cav. Benito Mussolini nel 1929;
si ricorda che:
– la festa del 1° maggio venne proibita e soppressa dal regime fascista – con conseguente persecuzione degli attivisti sindacali e dei lavoratori che “si ostinavano” a festeggiarla lo stesso – e ripristinata solamente dopo la riconquista della democrazia. Si festeggia in tutto il mondo e vuole significare l’enorme contributo dato dai lavoratori e dalle lavoratrici allo sviluppo economico, sociale e culturale dell’umanità, nonché alla tutela della dignità del lavoro, della libertà sindacali e di autorganizzazione dei lavoratori stessi. Il lavoro per la nostra Costituzione non è una merce da lasciare alle sole leggi del mercato ma un valore fondante della Repubblica stessa (art. 1 della Costituzione);
– a Cagliari il 1° maggio è anche la data in cui si celebra la festa dedicata a S. Efisio. La festa è dedicata al santo a cui l’amministrazione Cagliaritana fece voto nel 1656 affinché ponesse fine a una terribile epidemia di peste. Si tratta della festa più importante della città nonché una delle più belle e affascinanti di tutta l’isola. La festa per S. Efisio è un evento irrinunciabile per i Cagliaritani e rappresenta un’occasione formidabile di incontro fra tradizioni folk e culto cristiano. Cancellare la festa dei lavoratori del 1° maggio significherebbe impedire di partecipare alla festa a migliaia di sardi per ovvie ragioni lavorative. La ricorrenza finirebbe per essere impoverita e snaturata;
– la festa del 25 aprile è il giorno della liberazione dal nazifascismo e dal ventennio della dittatura. Rappresenta il giorno più sacro della Repubblica, perché ricorda i caduti per la libertà, l’orrore della guerra, la memoria degli eccidi e dello sterminio, nonché il valore fondante del patto democratico che ha consentito la costruzione di una delle Costituzioni democratiche più avanzate al mondo: l’antifascismo;
– la festa del 2 giugno è la festa della Repubblica, in cui si ricorda la libera scelta con cui – per la prima volta con la partecipazione e il voto delle donne – si decise di porre fine alla monarchia dei Savoia, compromessa con la dittatura fascista, che aveva portato il Paese nelle tragiche avventure coloniali e all’orrore della seconda guerra mondiale al fianco della Germania di Adolf Hitler. Se si vuole raggiungere un reale risparmio si può rinunciare alla costosa parata militare del 2 giugno a Roma, retaggio anch’essa della dittatura fascista;
considerato che:
– non corrisponde al vero quanto affermato dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Economia in sede di presentazione alla stampa della manovra economica, ovvero che negli altri Paesi democratici le festività civili sono accorpate o “disciolte” nella prima domenica utile;
– secondo i dati OCSE del 2010, gli italiani dedicano al lavoro 1.778 ore all’anno: esattamente come quelli Usa (1.778) ma più di giapponesi (1.733), australiani (1.686), spagnoli (1.663), britannici (1.647), belgi (1.551), tedeschi (1.419) e olandesi (1.337). Appare insensato l’aumento delle ore di lavoro a chi il lavoro ce l’ha già, che semmai andrebbe ripartito in modo più razionale ed equo con chi lo ha perso o non ce l’ha mai avuto;
– l’abolizione delle festività civili avrebbe inoltre un impatto pesantemente negativo – come sottolineato anche dalle associazioni di categoria – sul comparto turistico e ricettivo, in questo aggrava la crisi economica e non certo contribuisce a superarla;
ricordando che:
– la ricchezza di un Paese non la si misura soltanto in termini di PIL o di denaro ma anche dal tempo che i lavoratori e le lavoratrici hanno da dedicare ai propri affetti, alle cure della famiglia, alla crescita culturale propria e dei figli. La logica che ispira anche questa parte della manovra appare punitiva verso il mondo del lavoro e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici;
– il miglioramento tecnologico e la introduzione di macchine moderne ha comportato negli ultimi decenni un aumento esponenziale della produttività del lavoro alla quale non è però corrisposta una più equa ripartizione della ricchezza prodotta. Si assiste – ed è una delle cause scatenanti e strutturali della crisi economica attuale – al fatto che a fronte di immensi guadagni concentrati in poche mani (il 10% delle famiglie in Italia detiene il 45% della ricchezza) la larga parte della popolazione (il 50% delle famiglie costretto a vivere con il 10% della ricchezza nazionale) è sottoposta ad un progressivo impoverimento e ad una cancellazione dei diritti acquisiti in anni di lotte e di progresso sociale e civile;
Tutto ciò premesso:
– Si chiede al Governo e al Parlamento di cancellare dal provvedimento economico in discussione le disposizioni riguardanti la soppressione o lo “scioglimento” delle festività civili nella prima domenica utile;
– Si delibera di inviare la presente mozione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti di Camera e Senato e ai capigruppo di entrambi i rami del Parlamento.
– Ci si appella al Presidente della Repubblica affinché, in quanto custode dei valori costituzionali, tuteli le feste civili che valorizzano l’irrinunciabilità delle libertà;
– Si impegna il Sindaco ad appellarsi al Presidente dell’ANCI affinché egli si faccia interprete di una iniziativa a difesa delle festività civili della Repubblica;
– Si impegna il Sindaco ad agire a tutti i livelli istituzionali possibili contro la sostanziale soppressione del 25 aprile, del 2 giugno e della festa dei lavoratori del 1° maggio, anche tenendo conto delle ricadute negative che avrebbe sulla festa di S. Efisio.
I consiglieri
Enrico Lobina
Sergio Mascia

Tre appunti, credo importanti, alla mozione in questione:
1) non è vero che la proposta del governo sia quella di “spostare alla prima domenica” le festività, ma di “accorparle” al fine settimana più vicino, il che non significa abolirle, ma accostarle ad un finesettimana per evitare il dannosissimo fenomeno dei “ponti”, che costa miliardi ad un’economia spossata come quella italiana;
2) non è vero che il 4 luglio negli Usa sia una festività “intoccabile” – “sacre” e “solenne” sì, ma non intoccabile; quest’anno lo sarà (intoccabile) perché cade di lunedì, ma l’anno scorso ad esempio cadeva di domenica, ed il giorno festivo è stato concesso di lunedì; l’anno prossimo cadrà di mercoledì, e probabilmente non si lavorerà il venerdì 6 (N.B.: le celebrazioni ufficiali, quelle invece si fanno SEMPRE il 4 di luglio);
3) il dato tout-court delle ore lavorative italiane, in rapporto ad altri paesi OCSE, è fuorviante: in primo luogo perché la produttività del lavoro italiana è inferiore rispetto a quella di tutti i paesi elencati, ultima tra i paesi del G7, e persino più bassa della media OCSE; ed una delle ragioni di tale bassa produttività, con ogni probabilità, è l’aleatorietà dell’annata lavorativa italiana, e la conseguente necessità da parte delle aziende di dover sopperire con straordinari (che spesso non sono pagati, ed infatti le statistiche OCSE danno all’Italia un rapporto ore non pagate / ore lavorate molto alto).
Ultima osservazione: la traslazione della festività ad un lunedì e ad un venerdì, in 2 casi su 7, si risolve in un vantaggio per il lavoratore, che così non rischia di perdere la festività se questa cade di finesettimana (com’è successo quest’anno con il 25 aprile di domenica e il 1 maggio di sabato – senza contare Natale e S. Stefano 2010 di sabato e domenica). Il sistema americano serve proprio a questo: a garantire 11 giorni di ferie l’anno, piova o nevichi o tiri vento, in qualunque giorno essi cadano. In un’economia industriale moderna, sapere qual è ogni anno il numero di giorni lavorativi, è un grande vantaggio. Vantaggio al quale l’Italia si è finora sempre sottratta.
Alberto,
riguardo il primo ed il secondo punto, e l’ultima osservazione, ti incollo il comma del decreto legge
24. A decorrere dall’anno 2012 con decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei
Ministri, da emanare entro il 30 novembre dell’anno precedente, sono
stabilite annualmente le date in cui ricorrono le festivita’
introdotte con legge dello Stato non conseguente ad accordi con la
Santa Sede, nonche’ le celebrazioni nazionali e le festivita’ dei
Santi Patroni in modo tale che, sulla base della piu’ diffusa prassi
europea, le stesse cadano il venerdi’ precedente ovvero il lunedi’
seguente la prima domenica immediatamente successiva ovvero
coincidano con tale domenica.
Come puoi vedere, c’è scritto, proprio alla fine, che possono coincidere con la domenica. E non è questo abolirle? E trasferirle al venerdì o al lunedì, non è svilirle? Per me si. Queste feste non sono vacanze, sono, appunto, feste laiche. Il 25 aprile rappresenta la resistenza, e cioè la religione civile su cui si basa la Costituzione, che è il patto che gli italiani hanno stretto tra loro dopo la seconda guerra mondiale.
Riguardo al terzo punto, credo che la bassa produttività dei lavoratori non possa essere risolta facendoli lavorare di più. In questo modo, ci adeguiamo ad una concorrenza al ribasso, che può solamente fare danni. E fa vivere tutti un po’ peggio di prima.
Al di là di queste considerazioni, però, bisogna fare due osservazioni di fondo.
1. Con un provvedimento di questo tipo, che colpisce 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, si smantella, una volta ancora di più, la Costituzione, anche dal punto di vista simbolico;
2. Pensiamo di risolvere in questo modo la crisi epocale dell’Italia e dell’Europa? Mettere questa norma in un decreto legge intitolato “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e lo sviluppo” significa dire che questa è una delle soluzioni per uscire dalla crisi. Su questo punto, il mio giudizio è fermamente contrario.
Enrico
Caro Enrico, dai la stessa lettura che qualsiasi cittadino che sa leggere e scrivere dovrebbe dare. Queste disposizioni normative non hanno come rifeirmento la nostra meravigliosa Costituzione ma il programma eversivo della Loggia p2 di Licio Gelli. Combattiamo con tutti i mezzi che la nostra Carta ci mette a disposizione questa cricca di parassiti golpisti ladri di libertà. Antonello
Enrico,
Premesso che tutto ciò ormai decade perché il governo, con l’ennesimo salto della quaglia, ha deciso di nascondere anche questa carta, e così sia.
Ma ancora nel merito: se la festività in questione cade di domenica (o di sabato), mi pare che si ricrei una situazione esattamente uguale a quella attuale, nel caso appunto in cui essa cada di finesettimana. Quindi non vedo la differenza.
Altrove in Europa o in Nordamerica, dove questa prassi è consolidata, anche in ragione dell’impronta meno idolatrica della cultura anglosassone, accade persino di più: se la festività cade di sabato o di domenica, non la si perde tout court, come in Italia, ma la si recupera comunque di lunedì o di venerdì. Il che costituisce un contraltare (ma regolare e prevedibile) alla lotteria dei ponti.
Del resto, come ho già detto, le celebrazioni ufficiali si svolgono ugualmente nel giorno in data, ed è unicamente la perdita del giorno lavorativo che si accorpa al finesettimana.
Non mi pare che spostarle queste feste al lunedì o al venerdì significa svilirle: come ho già detto, la celebrazione ufficiale può restare nel giorno in data, cambia solo il giorno festivo. E se ammettiamo che la festività non è il centro del problema, beh allora la celebrazione della ricorrenza può benissimo svolgersi in un giorno lavorativo.
A proposito di produttività, non parlavo di produzione (che aumenta con l’aumento delle ore lavorate, a parità di produttività), ma, appunto, di produttività, ovvero di produzione per ora lavorata per lavoratore. La regolarizzazione delle ore lavorate annuali (non l’aumento, bada bene) consente dei guadagni di produttività legati all’accorpamento e alla sistematizzazione dei turni lavorativi aziendali. Questo è un dato di fatto che in altre economie è stato preso in considerazione per adottare l’accorpamento. Un aumento delle ore lavorate (ma non di questo si tratta) produrrebbe infatti non un già un aumento di produttività, ma solo un aumento di produzione.
Non capisco che cosa significa “concorrenza al ribasso”. Al ribasso di che cosa? Di prezzi? Di costi? Di salari? Credo onestamente di non aver capito il riferimento.
Da ultimo: una Costituzione simbolica che si fonda sui giorni di vacanza è ben poca cosa, e mi sembra già bell’e smantellata prima ancora di portarle i primi colpi d’accetta. Una Costituzione è una carta di principi, di diritti e di doveri, e alberga nelle menti dei cittadini ogni giorno dell’anno.
In Canada il 1 luglio è il giorno in cui si celebra la nascita della federazione canadese, e come ogni buona festa canadese, si accorpa. Eppure il sentimento federale canadese e l’orgoglio di condividere il Canadian Charter (la costituzione canadese) non ne risulta per niente svilito. Anzi. E’ lavorando che un cittadino canadese celebra la propria patria, perché il lavoro è il suo valore supremo. La vacanza, quella si fa in famiglia nel venerdì che segue.
Concordo sulla tua ultima affermazione riguardo al fatto che una misura simile possa portare ad una “stabilizzazione finanziaria e allo sviluppo” del Paese. Il solo pensarlo è ridicolo. I problemi dell’economia italiana sono molto più grossi e gravi di questo.
Ma la direzione è sempre quella: riforma del sistema economico, gravato da enormi arretratezze e sclerosi. E a giudicare dall’alzata di scudi sulla faccenduola dell’accorpamento delle festività, onestamente, visto da fuori, non mi sembra un Paese in vena di cambiare granché.
Caro Alberto,
ti devo confessare che, appena alcune compagne e compagni mi hanno chiesto di presentare la mozione sul 25 aprile, che poi non è stata discussa perché è venuto meno il fattore scatenante della stessa, ho avuto qualche perplessità. Non è questo l’aspetto centrale e più grave di questa terribile manovra.
Mi sono chiesto: ma non è che vogliono farci concentrare su questo piccolo fatto per non farci vedere tutto il resto?
Alla fine, però, ho optato per presentare la mozione. Ad un attacco così efferato e stupido bisognava opporre resistenza. Efferato perché si trattava di una provocazione. Stupido perché pensare di mettere questo provvedimento in una manovra economica priva di senso la politica.
Se nessuno avesse protestato, il provvedimento sarebbe passato, ed avremmo abolito di fatto il 25 aprile. Perché il 25 aprile, a differenza delle feste che evochi tu, evidentemente non è un momento condiviso. Sono in molti, a destra, a rimpiangere la dittatura fascista. Sono tutti quelli che non festeggiano il 25 aprile.
In questo contesto, spostarle significa svilirle. Tu parli giustamente di cultura anglosassone riferendoti al Canaca. Ecco, noi non siamo in quella situazione.
Per “concorrenza al ribasso” intendo che l’Italia ha deciso di fare concorrenza agli altri paesi europei e del mondo sul lato del costo del lavoro, e non sugli altri aspetti del processo produttivo. Ecco, questa mi sembra una questione centrale. Più centrale del 25 aprile, che pure va difeso.
Sulla costituzione: essa è stata sostanzialmente smantellata. Quando, infatti, si va in piazza per la difesa della Costituzione, io vado in piazza per la sua attuazione. Si tratta di ripensare completamente i rapporti economici e di potere in Sardegna e in Italia, e non di difendere qualcosa che non c’è.
Grazie comunque per le tue osservazioni Alberto.
Enrico