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Me-Ti sta con Syriza! – di Alessio Frau

February 14th, 2015  |  Published in Mondo, Politica, Sardegna  |  1 Comment

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Me-Ti sta con Syriza!

di Alessio Frau, per conto del circolo Me-Ti.

 

Le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento greco, svoltesi domenica 25 gennaio, hanno sancito la vittoria di Syriza, partito della sinistra radicale, guidato da Alexis Tsipras, con il 36,3% dei voti, aggiudicandosi 149 seggi su 300, a soli due dalla maggioranza.
La vittoria di Syriza costituisce un evento di portata storica, non tanto e non solo perché una coalizione di comunisti, socialisti democratici, ecologisti e femministe ha vinto le elezioni per la prima volta dal 1974 ad oggi, ma soprattutto perché per la prima volta un popolo europeo ha avuto il coraggio e la forza di esprimere un governo esplicitamente avverso alla cosiddetta Troika (ovvero il trio composto da Fondo Monetario internazionale, Banca Centrale europea e Commissione europea), che tenta di arginare la crisi attraverso misure di austerità: politiche fiscali restrittive (tagli sulla spesa pubblica, aumento delle tasse), progressiva soppressione dei diritti dei lavoratori, oggetto delle cosiddette “riforme strutturali”, abbassamento dei salari e del reddito diretto, indiretto e differito (pensioni; vedi in Italia l’infame legge Fornero), politiche di privatizzazione e di minori investimenti pubblici specialmente su infrastrutture, ricerca e formazione. Tutto questo è imposto sulla base dell’assunto che la crisi dell’eurozona è una crisi del debito pubblico, che ha il suo nemico principale nell’endemica oziosità e pigrizia di paesi come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia o l’Irlanda, i quali dovranno estinguere, attraverso immani sacrifici delle loro classi lavoratrici, i loro debiti (=schuld, che in tedesco significa anche colpa) soprattutto nei confronti della Germania.

 

Oltre all’insopportabile natura classista di queste posizioni ideologiche, vi sono vari aspetti che non tornano: per un verso è sottintesa l’idea che le crisi siano qualcosa di accidentale e non invece di organico e, addirittura, necessario per la riproduzione del sistema capitalistico, attribuendo così le colpe o agli speculatori o all’endemica incapacità produttiva dei latini contro la grande produttività degli anglosassoni; per altri versi si monta ad arte una retorica mistificatoria che incolpa gli Stati spendaccioni, mentre la verità è che la crescita del debito pubblico è derivata da una crisi preesistente che ha radici molto più profonde, da pregressi squilibri tra i paesi dell’Unione, accentuati dal fatto che l’unificazione europea ha significato un’unificazione monetaria (l’euro) ma non quella della politica economica. Ciò comporta, ad esempio, l’assenza di una politica fiscale comune, che ha permesso alle grandi imprese di spostarsi laddove gli sgravi fiscali sono maggiori e il costo del lavoro è più basso, in quanto i governi hanno potuto abbassare tasse e stipendi. La compressione salariale è stata portata avanti dalla Germania, che ha così difeso la propria vocazione manifatturiera e consolidato il ruolo di paese esportatore in Europa, favorendo una divisione internazionale del lavoro in cui i Paesi dell’Europa meridionale vanno progressivamente verso la deindustrializzazione e specializzandosi nel settore terziario. Se tutto ciò ha in un primo momento ha funzionato, l’introduzione delle politiche di austerità portate avanti dalla Troika ad egemonia tedesca, conducendo alla recessione, hanno causato e causeranno in futuro la riduzione del potere d’acquisto dei cittadini europei, lasciando le merci tedesche invendute e non valorizzate. Il caro vecchio Marx, tornato in auge anche tra i difensori del libero mercato, avrebbe parlato di crisi di sovrapproduzione. Infatti le merci rimaste invendute causano un calo della produttività, ovvero le forze produttive non vengono sfruttate al massimo, provocando la crescita della disoccupazione e del lavoro precario, che consente un utilizzo più “libero” del lavoratore e, più precisamente, della merce che offre sul mercato, ovvero la propria forza-lavoro, da parte del datore di lavoro. In questo senso la crisi finanziaria non è la causa di quella della cosiddetta economia reale, ma sono le attività creditizie che, garantendo il consumo senza un reale aumento del potere d’acquisto dei lavoratori, ne hanno solamente ritardato lo scoppio.

 

La vittoria di Syriza si colloca proprio in questo quadro politico e si trova fra le mani un paese, la Grecia, in recessione e massacrato dalle politiche di austerità. L’alleanza fatta, all’indomani della vittoria elettorale, con i conservatori euroscettici di AN.EL, per raggiungere i seggi necessari a governare il Paese, è comprensibile solo se inquadrata in questo contesto di terribile recessione e crisi, con un popolo stremato dalla disoccupazione, che a partire dal 2009, anno dell’inizio delle politiche di austerity in Grecia, è passata dal 9.6 % al 27%. Syriza non ha fatto politica, come la sinistra radicale nostrana, in maniera autoreferenziale cercando di riunire il fantomatico popolo della sinistra, ma ha parlato alle vittime della crisi nella sua generalità, ponendo in termini emancipativi la questione nazionale. L’ha fatto attraverso pratiche di lotta legate alla solidarietà concreta con il popolo greco e attraverso una decisa e onesta opposizione sia ai conservatori di Nuova Democrazia sia ai socialisti del PASOK (il Pd locale, per intenderci), senza cioè nutrire l’illusione di poter rappresentare l’ala sinistra di un partito totalmente subalterno all’ideologia neoliberista.

 

Le prime mosse del governo sono state positive e pragmatiche, inaugurando un conflitto tra Ue e Grecia che deciderà le sorti della stessa Unione. Ha dimostrato di non essere al soldo dell’élite europea avviando relazioni non conflittuali con la Russia, che sembra diventata il nemico numero uno di un’Europa che assume sempre più chiaramente la forma di blocco imperialista subalterno agli Usa, anche andando contro i propri interessi; ha, inoltre, denunciato apertamente i crimini perpetrati da Israele sulla striscia di Gaza.

 

Ma la battaglia che si è aperta in questi giorni, quella contro la Troika, rischia di essere una battaglia decisiva, in quanto assume un grande valore simbolico: da una parte coloro i quali lottano per un’Europa libera dalle politiche di austerità e dalla morsa neoliberista e dall’altra gli europeisti del rigore e del pensiero unico. Se la Grecia riuscisse anche a portare a casa un risultato minimo, sarebbe un durissimo colpo per le classi dominanti europee, che vedrebbero aumentare le pressioni da parte di tutti quei Paesi, come peraltro l’Italia, che si trovano in situazioni simili.

 

Oggi assistiamo, specie in Italia, ad una convergenza fra le posizioni politiche di destra e sinistra, che nonostante si fronteggino sul terreno dei diritti civili, sono complici sul terreno dei diritti sociali e dell’economia, presentando le misure di austerità come necessità naturali, ricavate dalla conoscenza delle leggi immutabili che governano l’economia e non, quali invece sono frutto di decisioni politiche e frutto di una scelta di campo a favore del Capitale contro il Lavoro. In questo quadro politico disastroso anche un riformismo socialdemocratico come quello di Syriza può avere conseguenze rivoluzionarie. Tuttavia, ponendo, come dicevo prima, la questione nazionale in termini emancipativi e non reazionari, ha mostrato una strada percorribile da tutte le forze democratiche europee che vogliano riavviare il percorso che porta ad un’Europa del welfare e della democrazia.

 

La battaglia di Syriza non è solo quella del popolo greco, ma di tutti i popoli europei. Per questo motivo, come Circolo Me-Ti, appoggiamo in pieno, senza se e senza ma, la lotta del popolo greco contro quest’Europa della povertà e del pensiero unico, auspicando che si avvii anche in Sardegna e in Italia un processo politico di costruzione di un’alternativa sociale, in grado di contrastare il blocco sociale dominante in Europa, in maniera similare a quanto sta avvenendo in Grecia, pur nell’ambito di precise specificità culturali e politiche. Il Circolo Me-Ti si mette a disposizione per l’avvio di questo processo e, anzi, è nato proprio dalla necessità di cominciare, con umiltà, un percorso politico e sociale che vada nella direzione della ricomposizione del campo antiliberista e anticapitalista, oramai dilaniato da conflitti interni e totalmente subalterno, anche culturalmente, alle logiche delle classi dominanti.

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  1. […] LA LETTERA D’INVITO Care e cari, a Cagliari, tra i quartieri di S. Michele e Is Mirrionis, in via Mandrolisai 60, ha sede il circolo Me-Ti. L’apertura della sede nasce dall’iniziativa di alcune persone che nei mesi scorsi si sono incontrate ed organizzate con l’intenzione di costruire uno spazio, anche fisico, in cui questa condivisione potesse avvenire regolarmente, anche con soggetti non facenti parte dell’associazione. Abbiamo già espresso una prima posizione politica, rintracciabile al link http://www.enricolobina.org/wp/2015/02/14/me-ti-sta-con-syriza-di-alessio-frau/ […]

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