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Le rivoluzionarie in Indocina

January 27th, 2011  |  Published in Vietnam  |  1 Comment

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  1. Molti popoli, una sola colonia: l’Indocina francese

L’Indocina prima del 1858 non esisteva[2]. Nel 1954, quando l’esercito francese venne sconfitto a Dien Bien Phu, l’Indocina era un concetto universalmente accettato, e utilizzato dagli stessi popoli abitanti, appunto, la penisola indocinese.

Dal punto di vista geografico, l’Indocina è la parte continentale del sudest asiatico stretta tra la quel territorio che nel corso dei secoli venne chiamato Siam, e solamente dal 1932 Thailandia, ed il continente cinese. Attualmente esso comprende gli stati del Viet Nam, della Cambogia e del Laos. Prima dell’invasione francese, l’impero vietnamita e quello khmer erano le entità che meglio rappresentavano quello che noi chiamiamo stato.

Nel 1858 cominciò l’espansione francese in quest’area[3]. Espansione dei capitali francesi verso nuovi mercati e ragioni di politica internazionale sono le principali ragioni di un’avventura coloniale che, nella sua fase iniziale (conquista territoriale completa e “pacificazione”) poté dirsi conclusa, con grandi sacrifici, nel 1901. Per quanto riguarda l’espansione dei capitali francesi verso nuovi mercati, a differenza dei casi inglese ed olandese, il ruolo dello stato fu cruciale: le imprese francesi da sole non avrebbero avuto la forza di conquistare i necessari mercati sia di materie prime che di sbocco[4]. Sul fronte internazionale, il contrasto con la Gran Bretagna in India ed in Cina, e la stessa corsa alla Cina suggerirono un intervento al sud. Si pensava che il Mekong sarebbe stato navigabile, e che attraverso esso si sarebbero aperti i mercati cinesi agli interessi di Parigi.

Il colonialismo quale fattore unificante interno, il peso e la spinta della Chiesa per la difesa dei missionari furono elementi presenti e concorrenti, seppur in maniera minore, al lancio di una conquista coloniale che, almento nei primi trent’anni, in realtà venne vissuta in Europa come una questione secondaria.

Venne creata un’economia dipendente, subordinata alla metropoli, protezionista. Si fecero fruttare, soprattutto a partire dalla mise en valeur del governatore generale Paul Doumer dei primi del novecento, gli investimenti dei coloni e delle grandi imprese, guidate dall’onnipotente Banca d’Indocina. Si importavano materie prime (riso), anche giocando con delle triangolazioni di mercato regionali, e se ne mettevano a coltura delle nuove (gomma e caffè). Venne sfruttato il sottosuolo (miniere). I prodotti francesi avevano una corsia preferenziale, grazie a politiche tariffarie e monetarie.

La costruzione economica andò di pari passo con quella amministrativa: lo sfruttamento economico non era più quello dei portoghesi, dell’emporio. C’era bisogno, per organizzare la produzione, di controllare il territorio. Nacque così l’Indocina. Inizialmente la sovranità francese ebbe la forma di cerchi concentrici (più ci si allontanava dal centro del potere militare, minore era il grado di sovranità), e solamente a partire dal 1897 con la formazione dell’Unione Indocinese l’apparato venne dotato di chiari strumenti amministrativi, organizzativi e finanziari.

I risultati economici furono l’aumento delle terre coltivate, specialmente in Cocincina (latifondo), l’aumento della quantità di riso prodotta (la Cocincina esportava il 50-60% del riso prodotto), lo sviluppo di piantagioni estensive della gomma, del caffè e, in misura minore, del tè, lo sviluppo dell’industria mineraria al nord. Il monopolio del sale, dell’alcool, dell’oppio, l’importazione di prodotti artigianali o industriali furono un attacco violentissimo all’economia di villaggio, vero centro e struttura economico-sociale del Viet Nam e, in maniera diversa, della Cambogia e del Laos. Il commercio aumentò e Saigon, Haiphong ed Hanoi aumentarono la loro numerosità. Divennero città.

Le conseguenze sociali furono profonde: i contadini, cioè la quasi totalità della popolazione, non migliorarono le proprie condizioni di vita, la quantità di riso pro-capite diminuì, nacque un semi-proletariato che lavorava nelle piantagioni, nelle miniere o nelle città, e si insediò una piccole élite coloniale francese la quale, insieme ad una altrettanto piccola élite vietnamita francofona, tentarono di innovare, in maniera contradditoria, la cultura e la vita del paese.

Ma l’altro dato caratteristico, dal punto di vista politico, fu la spinta alla ribellione dei vietnamiti, che non fece mai venir meno la lotta per l’indipendenza contro l’invasore

2. Il drago mai sopito: nazionalismo vietnamita e sonno altrui

Greg Lockart sostiene che lo spirito d’indipendenza e la capacità di resistenza militare dei vietnamiti sia uno dei tratti più profondi della civiltà e della mentalità vietnamiti[5]. Il Laos e la Cambogia, e in generale i popoli non kinh, non conobbero effettivamente un livello di ribellione e di organizzazione della stessa comparabile a quello messo in campo dal popolo kinh, l’etnia maggioritaria dell’odierno Viet Nam[6].

In Viet Nam i movimenti nazionalisti e anticolonialisti attraversarono diverse fasi, le quali furono il risultato dell’incontro tra la struttura e la sovrastruttura tradizionale ed i cambiamenti innescati dalla presenza francese. Gli effetti di questo incontro furono progressivi.

La ribellione all’invasore non smise mai di manifestarsi. Tra il 1858 ed il 1885 i contrasti e gli scontri tra vietnamiti e francesi erano in parte il risultato di relazioni internazionali che, ancora, non avevano sancito la sottomissione del paese all’invasore, ed in parte effetto dello spontaneo rigetto da parte dei vietnamiti di qualunque presenza straniera sul loro territorio.

Nel 1885, quando la pacificazione del Bac Bo (la zona a nord del Viet Nam) era ancora di là da venire, la fine della guerra tra Francia e Cina (1883-1885) che vide soccombere l’Impero di mezzo, significò la fine dell’indipendenza, ormai già sbiadita, della monarchia imperiale di Hue. Il sovrano, e una parte della corte, rifiutò una soluzione di questo tipo, e si lanciò il can vuong, un movimento realista che, chiamando il popolo intero (uomini, donne, bambini, vecchi, ricchi e poveri) ad unirsi in armi contro l’invasore e al fianco del re, per dieci anni tenne in apprensione l’esercito coloniale[7].

Incapace di organizzarsi militarmente e di comprendere il nuovo sistema di relazioni internazionali ed economiche all’interno del quale la resistenza andava ad agire, il can vuong venne neutralizzato, nella sua concreta capacità insurrezionale, già nel 1888 con l’arresto del re Ham Nghi e la sua deportazione, e però, a livello locale, i problemi continuarono sino a circa il 1995.

Il fallimento del can vuong costrinse l’intellettualità vietnamita, in una prima fase ancora strettamente legata alla cultura confuciana propria della cultura viet del XIX secolo, ad una rielaborazione delle proposte per una rinascita del paese. Phan Boi Chau, rivoluzionario interclassista che guardò sia al Giappone che alla Cina, e Phan Chu Trinh, riformista anticolonialista che rimase legato alla cultura francese, furono i due simboli delle diverse opzioni che il nazionalismo, nel primo e nel secondo decennio del ventesimo secolo, propose.

Le modificazioni sociali di quegli anni, dovute principalmente alla mise en valeur ed alla volontà metropolitana di creare un ceto di funzionari vietnamiti francofoni in grado di gestire l’Indocina, portò però velocemente alla nascita di anche altre tendenze e manifestazioni della protesta politica: critoanarchismo ma, soprattutto, radicalismo.

In questo periodo la questione femminile divenne parte dello scontro ideologico tra vietnamiti e francesi, ed all’interno dei vari gruppi anticolonialisti vietnamiti.

3. La questione femminile in Viet Nam negli anni venti: permanenze e trasformazioni

Il Viet Nam era, al momento della colonizzazione francese, un paese a cultura confuciana con profonde permanenze non cinesi, le quali agivano in profondità sull’organizzazione sociale[8].

La condizione femminile vietnamita non fu mai assimilabile a quella cinese[9]. Ciò fece si che, sin dai suoi albori, il movimento nazionalista si ponesse il problema del ruolo delle donne nella lotta di liberazione nazionale. Nel 1911 Phan Boi Chau scrisse un dramma per ricordare le sorelle Trung, rivoluzionarie anticolonialiste del I secolo, le quali guidarono una vittoriosa, almeno inizialmente, rivolta contro gli occupanti cinesi. Phan utilizzò le sorelle Trung per sottolineare come le donne potessero e dovessero partecipare alla lotta di liberazione nazionale, ammettendo implicitamente sia la loro parità rispetto agli uomini, fatto allora rivoluzionario in Viet Nam. Contemporaneamente, si subordinava la loro emancipazione al raggiungimento dell’indipendenza nazionale.

Col passare degli anni, e col modificarsi della società, emersero nuove classi sociali e nuove esigenze. Insieme ad una proletarizzazione sia delle contadine che delle giovani operaie (tessili, per esempio), emerse anche un nuovo ceto di giovani donne di estrazione piccolo-borghese, educate alle scuole francesi, che rielaborarono in maniera conflittuale ciò che avevano appreso o sui libri di scuola o dentro una società che utilizzava abbondantemente il concetto di mission civilisatrice.

Gli anni venti furono caratterizzati da questa dialettica[10]. La questione femminile divenne uno dei nodi intorno ai quali i radicali, la nascente piccola-borghesia e le loro organizzazioni e tutti gli anticolonialisti discussero e si divisero. A Hue nel 1926 nacque la Nu Cong Hoc Hoi (Associazione di studio e lavoro delle donne), la quale invitò Phan Boi Chau alla sua inaugurazione. L’associazione conobbe una vivace discussione interna, nella quale si confrontavano posizioni moderate, che rivendicavano la collaborazione franco-vietnamita, e posizioni che chiedevano una chiara presa di posizione contro i francesi, la cui propaganda progressista si scontrava con la realtà dell’oppressione coloniale. In ogni caso, l’associazione non riuscì mai ad avere chiare connessioni di massa, e rimase legato ad ambienti socio-economici medio-alti.

Con la crisi di fine anni venti, e l’acutizzarsi della questione sociale, si impose un cambio di

fase.

4. Il passaggio dall’individuale al sociale a fine anni venti: donne, rivoluzione e marxismo

Con la crisi del 193-31, che in Viet Nam fu solo in parte dovuta alla depressione mondiale, divenne chiaro ed evidente la crisi complessiva del sistema coloniale francese in Indocina, il quale non riuscì mai più a riconquistare l’autonomia finanziaria e la profittabilità economica, e perciò divenne sempre più un fardello per la madrepatria, che rispose alla crisi tentando di aumentare la produzione e la produttività della colonia, e cioè il livello di sfruttamento.

I movimenti che avevano fatto della collaborazione franco-vietnamita la barra della loro attività sperimentarono la fine del concetto di mission civilisatrice. L’individualismo piccolo-borghese, affermatosi tra i piccoli intellettuali che si formavano in città nelle scuole superiori e nelle università, si fece da parte per lasciar spazio ad una rinnovata ed allargata questione sociale.

La questione femminile venne investita da questo cambiamento. Emersero partiti rivoluzionari, e con essi le rivoluzionarie. Nel febbraio del 1930, nel manifesto fondativo del Partito Comunista Vietnamita (che nell’ottobre dello stesso anno acquisirà il nome di Partito Comunista Indocinese), l’emancipazione e la parità tra uomini e donne divenne una delle dieci questioni fondanti l’organizzazione[11].

Ma l’emancipazione femminile legata alla questione sociale non era tema solamente dei comunisti. Il giornale che, a Saigon, più fece concorrenza, a partire dal 1929, al Thanh Nien, il giornale della gioventù anticolonialista (futuro nucleo del PCI), guidato da Nguyen Ai Quoc (il futuro Ho Chi Minh), era Phu Nu Tan Van (Notizie di donne), un giornale che legava la questione femminile alla questione sociale, che ospitava spesso notizie, per lo più entusiastiche, sulla questione femminile in Unione Sovietica, e varie volte pubblicò foto di Alexandra Kollontai, la rivoluzionaria sovietica a lungo simbolo del femminismo marxista.

Il primo banco di prova per la nuova impostazione, che legava questione di classe e questione di genere, fu l’insurrezione del 1930-31 che sfociò nel soviet dello Nghe-Tinh. Tran Huy Lieu, che può essere considerato uno degli storici “ufficiali” del Viet Nam, ma su questo particolare aspetto concordano tutti, sottolinea nella sua ricostruzione dell’evento la grande partecipazione femminile, in alcuni casi anche contrastava rispetto all’impostazione maschile, sia alla ribellione che alla successiva organizzazione del contro-potere nelle due province del paese[12].

La successiva repressione francese decapitò il movimento anticolonialista, il quale poté riemergere in maniera significativa, a parte il caso di Saigon e dell’esperienza de La Lutte, solamente al momento del fronte popolare, che comportò una maggiore libertà d’azione e, perciò, una maggiore facilità d’organizzazione per i rivoluzionari.

5. Le rivoluzionarie negli anni del fronte popolare attraverso i giornali del movimento

Il fronte popolare segnò una fase inedita della storia francese. I socialisti, alleati con i comunisti, governarono dal 1936 al 1939. In Viet Nam il nuovo governò significò una nuova stagione di libertà di stampa e sommovimenti sociali. I primi grandi scioperi della storia della penisola avvennero nel 1936.

Uno dei tratti caratteristici del periodo fu la libertà di stampa. Fiorirono decine di giornali, in quoc-ngu la maggior parte, i quali facevano riferimento a gruppi variamente comunisti e anticolonialisti. Il precursore di questo fenomeno fu La Lutte, giornale di Saigon che cominciò le pubblicazioni nel 1933 e che venne chiuso nel 1939[13].

Dalla lettura congiunta di En Avant, La Lutte, Le Progrès social, Le Rassemblement, Le Travail, Notre Voix, tutti giornali in cui erano presenti i comunisti, emergono alcuni dati peculiari riguardo la questione femminile e la lotta di emancipazione[14]:

  1. La presenza femminile nelle redazioni era minimale, così come la presenza femminile all’interno degli organismi di contropotere (partiti, sindacati, raggruppamenti, comitati), che in quegli anni tentarono di contrapporsi al potere coloniale
  2. L’emancipazione femminile non venne quasi mai considerata una questione a sé stante, che potesse essere considerata separatamente dalla più generale lotta di classe. In quest’ottica, per esempio, la notizia che le donne laureate in giurisprudenza avessero diritto di esercitare la professione forense, viene accolta positivamente, ma non senza sottolineare che sono bel altri i problemi da risolvere se si vuole preparare un mondo migliore per le donne
  3. La condizione femminile in Unione Sovietica, ad eccezione dei numeri de La Lutte nei quali la redazione era in mano ai trotskysti, era un argomento continuamente propagandato per dimostrare come potesse concretamente esistere la possibilità di diverse condizioni materiali e sociali per la donna
  4. La vita delle rivoluzionarie veniva romanticamente descritta come una vita di sacrifici continui, in cui la famiglia veniva sostituita dalla nazione e dal partito, che diventava l’unico organismo al quale rendere conto delle proprie azioni

In generale, la questione femminile per lo più non viene proprio citata dai giornalisti. Essa veniva ricompresa nelle più generali questioni che avevano a che fare con il costo della vita e con le condizioni di vita dei lavoratori. Quando si parlava esplicitamente di donne, si collegavano i loro problemi a quelli del colonialismo.

6. Nguyen Thi Minh Khai

Nguyen Thi Minh Khai fu la più importante rivoluzionaria vietnamita degli anni trenta, ed una delle più importanti del XX secolo[15]. Nata nel 1910 a Vinh, una città del centro-nord del paese, a scuola fu reclutata da un gruppo patriotico, e nel 1927 entrò a far parte del Tan Viet, un gruppo nazionalista che negli anni successivi assunse posizioni marxiste-leniniste. Fu perciò scontata per lei l’adesione al partito comunista, che subito la mandò ad Hong Kong, dove conobbe Nguyen Ai Quoc. Venne arrestata nel 1931, deportata a Canton e successivamente liberata.

Nel 1934 la svolta: venne selezionata per partecipare al VII congresso del Komintern in rappresentanza del PCI. Da quel palco si rivolse a tutti i delegati per perorare la causa della lotta contro il militarismo francese e contro l’oppressione femminile in Asia, mille volte più grave di quella delle donne accidentali, e della lotta rivoluzionaria che donne eroiche asiatiche, non solo indocinesi, stavano portando avanti. Si lotta, affermò per un salario uguale a quello degli uomini, per la libertà dal colonialismo e per l’indipendenza.

Minh Khai rimase a Mosca sino al 1937 per studiare alla scuola Stalin. Fu poi rimandata ad Hong Kong per cercare di costruire il fronte popolare. Da là, con posizioni di responsabilità sempre crescenti, si trasferì a Saigon, dove divenne segretaria nel 1940. Qua venne arrestata nello stesso anno, ed assassinata dai francesi nell’agosto del 1941.

Nguyen Thi Minh Khai rappresentò, per generazioni di rivoluzionarie ed anticolonialiste vietnamite l’esempio della donna che, sfidando la morale tradizionale, l’ostilità familiare, le difficoltà raddoppiate che trova una donna che vuole diventare una rivoluzionaria di professione, riesce ugualmente a dedicare la sua intera esistenza all’emancipazione del popolo, e principalmente delle donne.

7. Il Viet Minh e l’organizzazioni di salvezza delle donne

Il Viet Minh fu l’organizzazione di massa, anticolonialista ma non classista, il quale riuscì tra il 1941 ed il 1945 ad acquisire una forza tale che le permise, nell’agosto del 1945, di approfittare di una favorevole situazione internazionale per conquistare il potere e dichiarare, il 2 settembre 1945, l’indipendenza nazionale[16].

Il Viet Minh era il luogo in cui convergevano diverse associazioni di massa e le prima organizzazioni guerrigliere e militari dei comunisti. Le associazioni di massa mantenevano un forte accento anticolonialista, ma accantonavano la questione di classe a favore di un interclassismo basato sul concetto di “salvezza nazionale”.

Una delle più importanti organizzazioni di massa del Viet Minh era la Phu Nu Cuu-Quoc, l’associazione  movimento femminista vietnamita vi sarebbe una continuità tra le organizzazioni di massa create dal PCI negli anni trenta che s’occupavano specificatamente di organizzare le contadine e le donne, e la Phu Nu Cuu-Quoc. In realtà, lo studio dello statuto dell’associazione, le indagini di archivio e svariate fonti secondarie dimostrano come la Phu Nu Cuu-Quoc sia altra cosa rispetto alle organizzazioni degli anni trenta.

Come afferma l’articolo due del suo statuto compito dell’associazione è “unire tutte le patriote vietnamite nella difesa degli interessi quotidiani della donne e, con altre organizzazioni, preparare la lotta per combattere il colonialista francese e cacciare il fascista giapponese, per fondare un Viet Nam totalmente indipendente”. A questo proposito tra il 25 ed il 27 settembre si tenne una conferenza dei quadri del Bac Bo, la quale insistette sulla necessità di formare quadri femminili. Nella risoluzione finale si possono trovare le seguenti considerazioni: “sarebbe opportuno anche lanciare un appello alle donne della città, ed utilizzare tutte le forme di organizzazione opportune per unire le donne degli altri strati sociali”.

Il Viet Minh, sino al 1944, fu presente quasi esclusivamente nel nord del paese. Esso riuscì, attraverso una miscela di opposizione sociale radicale, creazione di contropotere dal basso, ed adesione agli elementi culturali di lungo periodo propri della cultura vietnamita, ad acquisire un consenso profondo tra la popolazione, che lo sostenne e lo sospinse sino alla conquista del potere. L’adesione a tutte le pieghe della società, però, non significò accettare la subordinazione della donna all’uomo tipica della società tradizionale vietnamita. Da una parte, si cominciò un lungo lavoro culturale tra le masse volto ad inculcare l’idea e la pratica dell’uguaglianza tra i sessi. Dall’altra, si rinviò ad una fase successiva, non di emergenza, la risoluzione della questione femminile.

La partecipazione femminile alla lotta anticolonialista tra il 1941 ed il 1945 fu, in definitiva, ampia e decisiva.

8. Conclusioni

I comunisti non furono i primi a scoprire il dramma della condizione femminile in Viet Nam cme hanno dimostrato gli studi di Hue-Tam Ho Tai e David Marr sul radicalismo vietnamita[17].

I comunisti furono i primi a chiamare all’azione ed organizzare direttamente le donne. Quando nel 1925 Ho Chi Minh scrisse “La Via della rivoluzione” per i primi quadri che si apprestavano a seguire un corso della Thanh Nien, l’Internazionale femminile, cioè un’organizzazione di massa gestita dalle compagne e che alle contadine e alle proletarie fosse indirizzata, era la prima delle internazionali, cioè delle organizzazioni di massa, da costituire.

Ciò non significa che la vita delle rivoluzionarie, negli anni trenta e negli anni quaranta in Indocina, fosse una vita segnata dalla massima attenzione da parte del PCI. Come ha sottolineato Sophie Quinn-Judge, lontano dall’essersi liberate, anche all’interno del partito, del patriarcato, le donne che aderivano al partito per diventare rivoluzionarie di professione dovevano sacrificare tutta la loro individualità al partito[18]. Se esisteva una parità, era solamente lo stesso grado di sacrifici richiesto indifferentemente agli uomini e alle donne.


[1] L’intervento che si presenta è la sintesi di alcuni studi portati avanti in questi anni. Il primo è contenuto in un saggio dal titolo “Donne leader e ideologie – Emancipazione femminile, ideologia e lotta anticoloniale del Partito Comunista Indocinese alla luce della lettura di giornali a guida comunista durante il periodo del fronte popolare”. Il secondo è uno studio, ancora in itinere, su “La via della rivoluzione”, uno scritto di Ho Chi Minh del 1925, che veniva usato per i corsi di educazione politica che tenne a Canton negli anni 1925-1927, del quale verrà pubblicata una traduzione in italiano. Il terzo è uno studio sulla questione femminile ed il Viet Minh tra il 1941 ed il 1945, propedeutico alla stesura della tesi di dottorato, il cui titolo è “”Organizzazione del consenso e strategia militare del Partito Comunista Indocinese nel nord Viet Nam tra la conferenza di Pac Bo ed il 2 settembre 1945”

[2] Daniel Hémery, “Incostante Indochine… L’invention et les dérives d’une catégorie géographique”, Outre mers Revue d’histoire, 2000, pp. 137-158, e Christopher E. Goscha, Vietnam or Indochina – Contesting concepts of Space in Vietnamese Nationalism, 1887-1954, NIAS Report No. 28, Copenhagen 1995

[3] La bibliografia sul colonialismo francese in Indocina è ampia e variegata. Uno dei testi più completi è Pierre Brocheux, Daniel Hémery Daniel, Indochine La colonisation ambigue 1858-1954, La Découverte, Paris 1994

[4] La regione lionese, con la sua conformazione economica, ebbe e mantenne un ruolo di primo piano in quest’aspetto

[5] Cfr. Greg Lockhart, Nation in Arms: The Origins of the People’s Army of Vietnam, Allen & Unwin, Sidney 1989

[6] In realtà, le organizzazioni nazionaliste, e specialmente il Partito Comunista Indocinese (PCI) prima ed il Viet Minh dopo curarono in maniera particolare la propaganda tra le popolazioni di montagna, cioè tra i popoli non kinh, il cui appoggio veniva considerato strategicamente necessario per la vittoria contro l’invasore

[7] Uno dei testi migliori su questo periodo è Charles Fourniau, Vietnam Domination coloniale et résistance nazionale (1858-1914), Les indes savants, Paris 2002

[8] Per una discussione sul confucianesimo in Viet Nam e sugli studi sull’argomento cfr. Liam C. Kelley, “’Confucianism’  in Vietnam: A State of the Field Essay”. Journal of Vietnamese Studies, vol. 1m Nr. 1-2, pp. 314-370.

[9] Cfr. per esempio Insun Yu, Law and Society in Seventeenth and Eighteenth Century in Vietnam, Asiatic Research Center, Seoul 1990

[10] David G. Marr, “The 1920s Women’s Rights Debates in Vietnam”, The Journal of Asian Studies, vol. 35, no. 3 (May 1976), pp. 371-389

[11] Sull’argomento vedi Mai Thi Tu, Le Thi Nham Tuyet, Women in Viet Nam, Foreign Languages Publighing House, Hanoi 1978

[12] Tra Huy Lieu, Les Soviets du Nghe-Tinh, Editions en langues Etrangères, Hanoi 1960

[13] Sicuramente lo studio più approfondito sul tema è Daniel Hémery, Révolutionnaires vietnamiens et pouvoir colonial en Indochine, Maspero, Paris 1975

[14] Copie di questi giornali sono disponibili sia agli Archivi d’oltremare di Aix-en-Provence che alla biblioteca nazionale di Parigi

[15] Per le notizie sulla sua vita vedi Sophie Quinn-Judge, “Women in the early Vietnamese Communist movement: sex, lies, and liberation”, South East Asia Research, 2001, 9, 3, pp. 245-269; Sophie Quinn-Judge, Ho Chi Minh: the Missing Years 1919-1941, Hurst, London 2003; Bergman Arlene Eisen, Women and revolution, Peoples Press, San Francisco 1974; Mai Thi Tu, Le Thi Nham Tuyet, cit.

[16] I due testi di riferimento per il periodo sono David G. Marr, Vietnam 1945: the quest for power, University of California press, Berkeley 1995, e Stein Tønnesson, The Vietnamese revolution of 1945: Roosevelt, Ho Chi Minh and de Gaulle in a World at War, SAGE, London 1991

[17] Vedi Hue-Tam Ho Tai, Radicalism and the Origins of the Vietnamese Revolution, Harvard University Press, London 1992; David G. Marr, Vietnamese tradition on trial: 1920-1945, California University Press, Berkeley & London 1981

[18] Sophie Quinn-Judge, “Women in the early Vietnamese Communist movement: sex, lies, and liberation”, South East Asia Research, 2001, 9, 3, pp. 245-269

Il saggio che si presenta è stato pubblicato nel volume collettaneo

Cecilia Dau Novelli (a cura di), Nel segno dell’empowerment femminile: donne e democrazia politica in Italia e nel mondo Atti del convegno, Aipsa, Cagliari 2007

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