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Il socialismo in Viet Nam

February 10th, 2011  |  Published in Vietnam

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Il Vietnam appartiene all’area culturale sinica[1]. Occupato dai cinesi per più di un millennio, dal 111 a.C. al 937 d.C., il paese acquisì la struttura sociale, economica e politica dell’Impero di mezzo, la fece propria e, paradossalmente, la usò per costruire il proprio stato e per mantenerlo ideologicamente unito e, quindi, per opporsi ai tentativi di invasione e occupazione, prima di tutto cinesi. I quali, dal 937 d.C., vennero sempre sconfitti. Vennero sconfitti perfino i temibili mongoli del XIII secolo.

Tuttavia l’aspirazione all’indipendenza, carattere profondo della civiltà vietnamita, non poté nulla contro la superiorità economica e militare della Francia che, attraverso la sua marina militare, tra il 1858 e il 1885 conquistò l’intero paese e lo inglobò nell’Indocina francese. La resistenza, feroce e romantica, che i letterati e il popolo opposero all’invasore tra il 1885 e gli ultimi anni dell’ottocento non poté nulla, poiché legata ad antiche e superate concezioni realiste, e ad antichi divisioni sociali, che sarebbero state ben presto spazzate via dai colonizzatori. Lo scarso coordinamento militare delle forze resistenti, inoltre, accelerò notevolmente il momento della sconfitta[2].

In questo contesto apparve e si sviluppò il socialismo. Essò arrivò, insieme a tutti gli altri scritti proibiti, a partire dai primi anni del novecento. Al nord si trattava di traduzioni in cinese di compendi o di altri scritti divulgativi, che arrivavano ad Ha Noi illegalmente, e che venivano gelosamente custoditi e nascosti. Al sud, nel Nam Bo (Cocincina nel nome francese) il carattere di colonia della regione permise con più frequenza le comunicazioni con Parigi, e quindi là il marxismo arrivò principalmente attraverso testi francesi. In ogni caso, se è vero che a partire dagli anni venti alcuni studenti vietnamiti conobbero il marxismo ed il leninismo in Francia, e alcuni ne appresero la lezione in madrepatria, solamente dalla fine degli anni venti, e precisamente con l’azione di Ho Chi Minh, il marxismo ed il movimento comunista si organizzarono nel paese.

Ho Chi Minh, figlio di un letterato povero e ribelle, nacque nel 1892 in un villaggio dello Nghe An, una delle province più povere e ribelli del paese. Nel 1911, ancora studente, si imbarcò per un lungo viaggio, durante il quale scoprì l’Occidente, con le sue contraddizioni di classe e oltre ogni edulcorazione colonialista. Stabilitosi a Parigi, divenne ben presto socialista e, al congresso di Tours del 1920, appoggiò la scelta di aderire alla III Internazionale. La motivazione fu che solamente Lenin aveva compreso la questione coloniale ed elaborato la conseguente linea d’azione.

Lenin e la questione nazionale

L’incontro tra il marxismo ed il mondo non europeo aveva bisogno di una mediazione. L’elaborazione marxiana, legata ad un contesto profondamente eurocentrico, che ancora non conosceva i contenuti della colonizzazione matura, rimase riguardo all’Asia sempre arretrata.

Vladimir Ilic Lenin, prima capo di uno stato socialista a cavallo tra Europa e Asia, fu colui che portò il marxismo da occidente a oriente. Egli, che a partire dal 1918 vide sempre più sfumare la possibilità di una rivoluzione in occidente, capì subito che le guerre nazionali e le ribellioni anticoloniali, durante l’epoca dell’imperialismo, sarebbero state inevitabili, e che i lavoratori occidentali avrebbero potuto costruire un sistema non basato sull’accumulazione del capitale e sul profitto solamente se si fossero disfatti delle proprie colonie[3].

Il rapporto tra borghesia nazionale e proletariato nelle colonie e nei paesi di nuova indipendenza è stato, prima e dopo la seconda guerra mondiale, terreno di confronto e di scontro all’interno della III Internazionale, tra i partiti comunisti e tra gli stati socialisti. Non si vuole riportare qui la storia di quelle posizioni. I principi sopra esposti e stabiliti da Lenin furono però, seppur non da tutti praticati col massimo dello zelo, da tutti accettati e introiettati. Divennero cioé patrimonio comune del movimento comunista internazionale.

Ho Chi Minh, che divenne ben presto il punto di riferimento della III Internazionale in Indocina, passò lunghi periodi a Mosca, e poté tornare in Asia Orientale solamente nel 1924, quando venne aggregato in qualità di interprete alla missione Borodin. Cominciò in quegli anni la sua attività d’organizzatore, e dovette subito rispondere alla domanda: come lavorare per la rivoluzione e l’indipendenza in un paese colonizzato e a stragrande maggioranza contadino?

Il Viet Nam, infatti, era un paese risicolo. La mise à valeur francese si era concretizzata nella creazione di una economia complementare a quella della madrepatria: al fianco di un aumento della quantità di riso prodotta, soprattutto al sud, che veniva esportata, nacquero le piantagioni di gomma e caffè (al sud), e iniziò lo sfruttamento minerario (al nord). Nelle città una miriade di attività legate all’economia coloniale videro la luce, con la conseguente nascita del tipico semi-proletariato, composto di contadini che, per periodi più o meno lunghi, lasciavano le campagne per trovare di che vivere nelle città. Sulle coste, le città di Haiphong e Saigon divennero sede di scambi internazionali. Nel settore del commercio imperava l’etnia cinese[4].

Un paese contadino, un movimento anticolonialista che ripiegava continuamente sulle azioni di sabotaggio, e continuamente veniva represso. Come reagire?

Ho Chi Minh, rivoluzionario di professione, trovò il modo di legare in un progetto organico, diretto dai quadri del partito, la necessità di emancipazione economica e sociale delle masse contadine e il nazionalismo patriottico. Masse contadine, sia chiaro, che durante tutti i primi anni cinquanta del novecento videro peggiorare le loro condizioni di vita.

Venne rifiutata ogni impostazione per la quale un manipolo di uomini, convinto e consapevole delle proprie azioni, avrebbe potuto sbaragliare il regime francese e raggiungere l’indipendenza. Per arrivare alla rivoluzione, e per mantenere il potere, bisognava avere un vasto e radicato consenso tra le masse oppresse, e lavorare per avere come alleati la piccola borghesia e gli intellettuali. Il centro dell’azione non sarebbe dovuto essere l’instaurazione dei soviet, quanto la lotta per l’indipendenza e per la redistribuzione della terra.

La prima organizzazione di Ho Chi Minh, la Thanh Nien, non a caso si concentrò sul lavoro di formazione ideologica, rifiutando così il volontarismo delle altre organizzazioni nazionaliste[5]. Circa trecento rivoluzionari parteciparono ai corsi della Thanh Nien, la quale già nel 1928 diede i primi segnali di crisi[6].

Da allora la storia del movimento socialista vietnamita iniziò un lungo e travagliato periodo, influenzato dagli avvenimenti internazionali, dalle svolte della III Internazionale (socialfascismo del V Congresso e Fronte Popolare del VI), dagli drammatici, travolgenti ed esaltanti avvenimenti dell’interno (biennio rosso, soviet dello Nghe Tinh, esperienza de La Lutte al sud, scioperi operai e popolari del 1935-36), durante il quale i comunisti furono sempre in prima fila, sebbene la loro organizzazione, che acquisiva ampio consenso tra i contadini e la popolazione, non riuscisse mai ad ingrossare adeguatamente le proprie file né elaborasse una prospettiva politica e propagandistica capace di indicare come mettere fine all’oppressione coloniale francese[7].

I primi anni della seconda guerra mondiale cominciarono con la repressione: in seguito al patto Ribbentrop-Molotov e ai tentativi insurrezionali del 1940, i comunisti vennero decimati. Il Partito era allo sbando. Fu in questo momento che Ho Chi Minh ne riprese il controllo e lanciò la grande operazione del Viet Minh, secondo la quale il compito dei comunisti era d’organizzare un grande fronte, nel quale ci fosse tutto il popolo, i piccoli proprietari terrieri e i commercianti, che avesse quale obiettivo primario l’indipendenza, e solo dopo la riforma agraria e nuovi rapporti di potere.

Attraverso tale operazione, che era di lungo periodo e mirava alla conquista del consenso profondo e di massa della popolazione prima di ogni azione insurrezionale, il Viet Minh riuscì ad apparire e a diventare l’unica forza alla quale affidare la propria lotta[8].

In questa operazione si può ravvisare tutta l’influenza dell’elaborazione dei comunisti cinesi, e specificatamente di Mao Tse-tung, sulla tattica e la strategia vietnamita[9].

Cina e Vietnam avevano una situazione socio-economica simile, e subivano entrambe il giogo coloniale. Tutta l’elaborazione dei comunisti vietnamiti, a partire dal concetto delle larghe alleanze (Viet Minh) per arrivare alla conquista dell’indipendenza, alla cosiddetta “propaganda armata” e l’impostazione della guerra di guerriglia di Vo Nguyen Giap, sono collegate e legate con la dottrina cinese.

In ragione delle particolari condizioni storiche e geografiche, tali principi furono riadattati e rimodulati, e i vietnamiti dimostrarono di poter riadattare ogni lezione del marxismo e del maoismo alle specifiche condizioni storiche del paese. Per esempio, dal punto di vista sociale, a differenza che nella Cina, non esistevano, se non in un numero infimo e soprattutto al sud, grandi capitalisti vietnamiti, e ciò permise che il fronte proposto dal PCV fosse più ampio e più onnicomprensivo di quello proposto dai cinesi.

Dal punto di vista militare, invece, i grandi spazi cinesi, che non erano presenti in Viet Nam, non permisero all’Esercito Popolare del Viet Nam le grandi manovre tipiche dell’Esercito Popolare cinese, e anche il legame tra propaganda politica, controllo del territorio, mobilitazione militare, di ogni singolo contadino, di ogni singola donna e di ogni singolo giovane attraverso le unità di autodifesa, dovette essere modulato in maniera diversa.

In particolare, i vietnamiti, così come i cinesi, compresero subito che la teoria secondo la quale “le armi decidono tutto” non era vera in un paese colonizzato e contadino, in cui, in un’ottica di lungo periodo, la conquista del consenso di coloro che controllano, con la loro stessa presenza, il territorio (i contadini delle risaie), diventa fondamentale.

Il personaggio principale, per scoprire l’azione militare vietnamita, è Vo Nguyen Giap[10].

Secondo Giap, tre elementi contribuiscono al successo militare del Vietnam:

  • La dottrina marxista-leninista sull’organizzazione militare, la guerra di popolo e la guerra rivoluzionaria;
  • Le caratteristiche di difesa proprie del popolo vietnamita;
  • Le esperienze compiute da altri popoli del terzo mondo[11].

Dallo studio di questi tre fattori si può dedurre in quale modo l’organizzazione militare vietnamita debba essere irreggimentata.

Per quanto riguarda il rapporto tra marxismo e organizzazione militare, l’esercito è una organizzazione statale, e, quindi, la sua natura dipende dalla natura dello stato. Conseguentemente, sono esistiti, nel corso della storia, tre tipi di eserciti: gli eserciti degli stati che praticavano la schiavitù, gli eserciti degli stati feudali, e gli eserciti degli stati borghesi.

Solo con il marxismo si compie il passaggio ad una nuova teoria e pratica militare. Giap, in particolare, sottolinea una felice e storicamente necessaria evoluzione nella dottrina militare dalle opere di Marx e Engels alle opere e azioni di Lenin[12]. Per Marx ed Engels le forze popolari armate devono rimpiazzare l’esercito permanente. Le vecchie forme di organizzazione militare devono essere rimpiazzate dai lavoratori armati che, in maniera autonoma, decidono del proprio futuro. Si tratta di un nuovo modo di concepire la forza militare e i rapporti tra popolo ed esercito.

Lenin, sulla scia di Marx ed Engels, sottolineava come gli eserciti non vengano usati solo per combattere contro l’aggressore esterno, ma anche per reprimere e sconfiggere il dissenso interno. La natura delle forze armate, quindi, deve essere radicalmente cambiata. Il nuovo esercito sovietico si deve basare su una alleanza tra le forze del proletariato e le forze popolari.

A differenza di Marx ed Engels, che preconizzavano un esercito di popolo in cui ognuno fosse armato, Lenin introduce e attua l’idea di un esercito permanente rivoluzionario di tipo nuovo, capace di difendere i lavoratori e allo stesso tempo di sviluppare la necessaria professionalità per operare vittoriosamente[13]. Tale esercito deve essere completamente fedele al Partito e, a questo proposito, gli alti livelli dell’esercito devono continuamente fare riferimento ad esso. I vantaggi di un esercito regolare sono la maggiore professionalità e la possibilità di muoversi di regione in regione. Inoltre, nella battaglia strategica sempre presente con gli altri stati, la presenza di un esercito permanente è necessaria.

Giap, a tal proposito, arriva a delle conclusioni molto chiare: “Armare le masse rivoluzionarie in combinazione con la costruzione dell’esercito rivoluzionario è il principio cardine del marxismo-leninismo riguardo alla forma dell’organizzazione militare del sistema delle forze socialiste, e delle guerre di liberazione, delle guerre nazionali e delle guerre rivoluzionarie dei popoli.[14].

Per quanto riguarda la storia militare vietnamita, essa è caratterizzata da continue lotte di popolo per la difesa armata del paese dall’invasore. Giap, anche se non dimentica il carattere repressivo interno che spesso gli eserciti hanno avuto anche in Vietnam, riconosce nella lotta popolare per l’indipendenza una specificità della civiltà vietnamita[15]. La stessa insurrezione dei Tay Son, che portò alla riunificazione del paese, è stata una rivolta contadina che si è sviluppata in movimento nazionale.

Per quanto riguarda le esperienze compiute da altri popoli del terzo mondo, e sulla guerra di popolo cinese si è già detto.

L’obiettivo dello stato maggiore vietnamita è ottenere l’indipendenza. Per raggiungere tale obiettivo, Giap e lo stato maggiore si basano, quindi, sulla dottrina marxista-leninista in materia militare, sulla peculiare storia di guerre d’indipendenza del Vietnam e sull’esperienza delle lotte di liberazione nel mondo. Conseguentemente, si punta ad armare l’intera popolazione, e contemporaneamente a creare un esercito permanente dotato di una preparazione e di un equipaggiamento il più possibile adeguato alla lotta contro lo straniero.

Tenendo conto della particolare storia e geografia del Vietnam, inoltre, l’esercito viene ripartito in truppe regolari, truppe regionali e unità di autodifesa e milizie di autodifesa[16]. La caratteristica delle unità e delle milizie di autodifesa è che esse non sono esonerate dalla produzione, ed entrano in azione solo quando necessario. Si tratta di unità che riuniscono le masse popolari, e danno alla lotta di liberazione vietnamita il loro carattere di massa[17].

L’esercito, tuttavia, può essere creato solo nel momento in cui il partito conquista il potere o riesce a gestire una porzione di territorio talmente grande che è possibile far nascere una armata nazionale. Precedentemente, la lotta può svilupparsi in forma di guerriglia o in una forma ancora piùlarvale di resistenza che Giap, aderendo al contesto storico vietnamita, chiama “gruppi di autodifesa”[18]. Tale era la situazione durante gli anni trenta.

È interessante notare come per gli avvenimenti dell’agosto 1945 Giap usa il termine insurrezione, invece che rivoluzione come Truongh Chinh, e più in generale tutto l’apparato di stato vietnamita ha usato negli anni a venire e utilizza ancora oggi[19]. Il termine insurrezione segnala che per Giap c’è una differenza, dal punto di vista militare, tra ciò che successe nell’agosto del 1945 in Vietnam, e ciò che, per esempio, successe nel 1954 a Dien Bien Phu.

La differenza sta nella natura del conflitto e nel grado di partecipazione autonoma della popolazione. Nell’agosto del 1945 la partecipazione popolare fu solo parzialmente controllata e orientata dal partito, e anche le forze armate regolari vietnamite non ebbero il ruolo principale che ebbero invece a Dien Bien Phu. Conseguentemente, Giap parla di insurrezione per l’agosto 1945 e di vittoria per la liberazione nazionale per Dien Bien Phu nel 1945[20].

Ma la storia del socialismo in Vietnam, inestricabilmente legata alla lotta militare contro i francesi e gli americani, non fu solamente lotta per l’indipendenza. La vittoria fu possibile poiché il partito propose alle classi che costituivano la stragrande maggioranza del popolo un processo di emancipazione, che altri, quali il cattolico Ngo Dinh Diem, non erano in grado di indicare.

In questo modo, e attraverso un’attenta politica internazionale, composta di equidistanza tra i due giganti URSS e RPC, allora in lotta tra loro, e di denuncia continua agli altri popoli del mondo della loro situazione, il Viet Nam, il 30 aprile 1975, riconquistò l’indipendenza.

La creatività mostrata durante la guerra di liberazione, però, non impedì che, in un paese martoriato dalla guerra e ancora profondamente agricolo, si adottasse il sistema pianificato dell’URSS degli anni trenta, con una prevalenza netta dell’industria pesante rispetto a tutti gli altri settori. Le guerre con la Cambogia e con la Cina del 1978-79, poi, dimostrarono come la presa del potere da parte dei comunisti non faceva scomparire la questione nazionale e le ragioni di stato.

Sull’orlo del baratro, al VI Congresso del 1986 il PCV lanciò il Doi Moi (rinnovamento), che possiamo sbrigativamente definire una strategia complessiva di riforme, di stampo cinese per quanto riguarda l’economia, e di stampo sovietico per quanto riguarda la politica. In realtà, gli avvenimenti del 1989 e del 1991 e alcune scelte economiche allontanarono il Doi Moi vietnamita da quest’impostazione.

Oggi, a venti anni dal lancio di quella politica, il consenso della popolazione verso il Partito è stabile, il paese ha ridotto i livelli di povertà drasticamente, passando dal 58,1% di tasso di povertà nel 1993, secondo standard internazionali, al 24,1% nel 2004, mentre la povertà alimentare è passata dal 24,9% del 1993 al 7,8% del 2004[21]. Il paese cresce a livelli che, in Asia, sono secondi solamente alla Cina.

Conclusioni

Il socialismo in Viet Nam non è stata solamente la storia del PCV o della guerra di liberazione. Ci sono stati anche altri filoni, i quali però non influirono e non incisero quanto il filone marxista legato alla terza Internazionale.

Il socialismo in Cina venne sinizzato, da Mao e dal PCC. La stessa svolta di Deng Xiao-Ping può essere compresa dentro questa cornice. In Viet Nam, la vietnamizzazione del socialismo ebbe luogo, ed ebbe però una portata e una profondità minore rispetto al caso cinese. Le cause principali sono da ricercarsi nella diversa taglia e storia del paese. Ho Chi Minh, inoltre, fu meno teorico e più pragmatico di Mao Tse-tung. Ciò nonostante, le sue scelte politiche fanno chiaramente intravedere una profonda conoscenza del marxismo, del leninismo, e della storia e delle condizioni materiali del suo paese.

Il nodo fondamentale, intorno al quale si è sviluppato anche il Doi Moi, è che il PCV deve sempre “ricercare primariamente il benessere del popolo, porsi al servizio del popolo, e dal popolo acquisire il consenso”.

In definitiva, la storia del socialismo in paesi non europei conferma la posizione braudeliana per cui il marxismo non è una dottrina che fa terra bruciata della storia di un paese, e soprattutto della storia di lungo periodo. Il marxismo è una filosofia della prassi che, come un velo, si posa, agisce e interagisce su un substrato storico e culturale dato, del quale bisogna tener conto, e comincia un’opera di cambiamento che necessita, appunto, di periodi storici e, quindi, come sottolinea spesso Domenico Losurdo, di un approfondimento maggiore della questione della teoria dello Stato e della persistenza di stati socialisti dentro un contesto non socialista.

I vietnamiti sono consapevoli dei rischi del Doi Moi, e nessuno può prevedere quali saranno gli sviluppi futuri in quell’area di mondo. Le scelte del PCV, però, si sono dimostrate giuste: se si volevano migliorare, concretamente e in quel contesto, le condizioni di vita della popolazione, il Doi Moi era l’unica politica possibile.


[1] Cfr. Le Thanh Khoi, Storia del Viet Nam Dalle origini all’occupazione francese, Einaudi, Torino 1979

[2] Cfr. David Marr, Vietnamese Anticolonialism 1885-1925, University of California, Berkeley 1971

[3] Cfr. Hélene Carrère d’Encausse, Stuart Schram, Le Marxisme et l’Asie 1853-1964, Colin, Paris 1965

[4] Per un quadro sul Vietnam coloniale Jean Chesneaux, Storia del Vietnam, Editori Riuniti, Roma 1965

[5] Huynh Kim Khanh, Vietnamese Communism The Pre-power phase 1925-1945, N.Y. Cornell University Press, Ithaca 1982, pp. 55-79

[6] La Thanh Nien aveva sede in Cina, e la repressione anticomunista, dopo la svolta del movimento nazionalista del 1927, fu durissima.

[7] Cfr. David G. Marr, Vietnamese tradition on trial: 1920-1945, California University Press, Berkeley & London 1981, Francesco Montessoro, Vietnam Un secolo di storia, Franco Angeli, Milano 2000, Daniel Hémery, Révolutionnaires vietnamiens et pouvoir colonial en Indochine, Maspero, Paris 1975

[8] Cfr. Paul Mus, Sociologie d’une guerre, Editions du Seuil, Paris 1950

[9] La svolta che Ho Chi Minh impresse al partito nel maggio 1941, che prevedeva un attacco nazista contro l’Unione Sovietica, lo sviluppo dell’imperialismo giapponese, e quindi la necessità della formazione di un ampio fronte disposto a lottare per la libertà dal nazifascismo, fu di qualche mese precedente alla svolta del giugno 1941, quando l’Unione Sovietica fu attaccata dalla Germania, e i partiti comunisti poterono riprendere l’impostazione del VI Congresso della III Internazionale. Alcuni autori, tra cui David Marr, spiegano tale atteggiamento attraverso la capacità di Ho Chi Minh di vedere al di là del contingente. In realtà, l’impostazione vietnamita derivò probabilmente, oltre che dalla condizioni storiche date, anche dall’influenza che l’elaborazione dei comunisti cinesi svilupparono in quegli anni. Ho Chi Minh, infatti, prima di raggiungere il sud della Cina e dopo il Viet Nam, visse a Yenan, e quegli anni sono gli anni in cui Mao sviluppa i concetti di Sulla democrazia, che sarà pubblicato per la prima volta nel gennaio 1940. Cfr. David G. Marr, Vietnam 1945: the quest for power, University of California press, Berkeley 1995

[10] Vo Nguyen Giap, che pure non fu capo incontrastato dell’esercito popolare vietnamita, ne fu però il più grande interprete.

[11] Vo Nguyen Giap, To arm the revolutionary masse to build the people’s army, Foreign language publishing house, Hanoi, 1975, pag. 10

[12] Idem, p. 18

[13] Idem, p. 31

[14] Idem, p. 41. Traduzione libera

[15] Idem, p. 52

[16] Idem, p. 88

[17] Idem, p. 211

[18] Parlando degli anni trenta in Vietnam, Giap scrive: “The Party pointed out […] that while a Red Army or a guerrilla force cannot be created immediately whenever we like, the self-defense corps can and must be organized without delay, however weak they are”. Idem, pag. 97

[19] Il 2 settembre 1945 venne proclamata da Ho Chi Minh la nascita della Repubblica Democratica del Viet Nam. Il Viet Minh avevano approfittato del vuoto di potere lasciato dai giapponesi, costretti alla resa dopo le bombe atomiche del 6 e del 9 agosto, e dai francesi, che il 9 marzo 1945 erano stati estromessi dal potere dai giapponesi.

[20] Addirittura per Giap la battaglia di Dien Bien Phu è la prima vittoria militare di una lotta di liberazione nazionale contro un paese colonialista: “This was the first victory for a national liberation war in a colonial country. It proves that in our era, a small nation with no vast territory and no large population and nodeveloped economy, is quite capable of waging a revolutionary war to defeat an old-type colonialist war of aggression”. Idem, pag. 118

[21] Socialist Republic of Vietnam, Viet Nam Achieving the Millennium Development Goals, Ha Noi agosto 2005, p. 17

pubblicato in Marxismo Oggi, n. 3, anno 2005

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