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Donne e ideologia in Vietnam nel corso del XX secolo

January 10th, 2011  |  Published in Vietnam

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Si riporta un saggio pubblicato nel volume collettaneo Giampaolo Calchi Novati (a cura di), Essere donna in Asia, Carocci, Milano 2010

L’emancipazione femminile è uno dei più importanti fenomeni sociali del xx secolo. Col termine emancipazione si intende qui l’insieme dei fenomeni economici, sociali e politici i quali hanno contribuito a permettere che metà del genere umano cominciasse un lento e faticoso cammino per la parità e l’eguaglianza formale e sostanziale nei confronti dell’altra metà, la quale, tendenzialmente, aveva dominato e determinato i rapporti economici, sociali e politici nel passato. Naturalmente a proprio vantaggio.

Lo scopo di questo saggio è declinare questo tema in Vietnam. Partendo da una premessa sulla teoria marxista, che ha avuto un posto speciale nella storia del Vietnam, il tentativo è di tracciare brevemente, e per forza di cose in modo schematico e didascalico, un quadro della questione femminile in Vietnam nel xx secolo, senza prescindere da alcuni approfondimenti storici di più lungo periodo.

1 Il marxismo, teoria e prassi

Il marxismo è la filosofia politica che, travalicando lo stesso concetto di filosofia fino ad allora accettato, è divenuto guida per uno dei più imponenti movimenti politici e sociali della storia umana: il movimento comunista. Esso nacque e si sviluppò in Europa. Solamente con Lenin e con lo sviluppo della iii Internazionale il marxismo e il movimento comunista diventarono realmente internazionali.

Lenin, infatti, fu capace di aprire al marxismo le vie dell’Oriente, elaborando la teoria dell’imperialismo e comprendendo i rapporti di produzione che legavano inscindibilmente le colonie alla metropoli1. L’elaborazione del concetto di emancipazione femminile rimase però, almeno sino agli anni Venti del Novecento, legata all’esperienza che il movimento operaio aveva accumulato nei paesi occidentali2.

Il centro dell’elaborazione di Karl Marx fu l’analisi della produzione e del ciclo del capitale3. L’oppressione femminile non venne esaminata come questione a se stante, bensì come forma di sfruttamento inscindibilmente legata allo sfruttamento del capitale sulla forza lavoro. Marx rifiutò sia le impostazioni individualiste sia le posizioni esistenzialiste, così come la posizione di Pierre-Joseph Proudhon, che sostanzialmente rifiutava l’esistenza di una questione femminile come oppressione storica che i rapporti sia di produzione che sociali avevano costruito nei confronti del sesso femminile.

Al contrario, Marx nella sua elaborazione sulla questione della famiglia riprese Charles Fourier, il quale, già a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, si concentrò sul tema della libertà piuttosto che sull’eguaglianza, e su come la donna, attraverso l’oppressione e l’avvilimento, che Fourier individuava nel matrimonio, fosse diventata oggetto di un rapporto mercantile, in cui denaro e proprietà trasformavano appunto il rapporto uomo-donna in un rapporto di oppressione in cui la donna era la parte oppressa4.

Marx apprezzò questa impostazione, e la riprese arricchendola. La condizione femminile, argomenta il filosofo di Treviri, va posta in relazione all’evoluzione storica della situazione materiale. In questo senso, la famiglia borghese è diversa dalla famiglia proletaria. Nella famiglia borghese la donna – sotto il ricatto materiale e la possibilità di non farla lavorare – viene sottomessa e costretta all’ammissione della propria inferiorità.

La rivoluzione industriale, con la sua dissoluzione della famiglia proletaria, porta contemporaneamente un cambiamento in senso positivo e uno in senso negativo. La dissoluzione sta nel fatto che sia le donne che i bambini entrano a far parte del processo produttivo. Il cambiamento in senso positivo è che la dissoluzione della famiglia “classica”, dovuta al nuovo sistema di produzione, sarebbe il presupposto necessario per l’istituzione di nuove relazioni sociali tra uomo e donna. Il cambiamento in senso negativo è la dissoluzione del sistema-famiglia, forma elementare di solidarietà sociale che garantiva la sopravvivenza, e che invece adesso viene pervasa e fatta esplodere da un sistema produttivo che non si accontenta più del lavoro del singolo maschio capofamiglia, ma deve far partecipare anche la componente femminile e infantile5.

Il sistema capitalistico, insomma, crea il presupposto per la fine della vecchia forma di famiglia, basata sull’oppressione femminile, e per la nascita di nuove relazioni tra uomo e donna, basate sull’amore, che Marx definisce come «l’esperienza che per prima insegna veramente all’uomo a credere nel mondo oggettivo fuori di se stesso»6.

La questione femminile ebbe un ruolo marginale nella prima parte della storia del movimento marxista. Essa veniva semplicemente legata alla più generale questione dell’emancipazione umana. Sino ad August Bebel, che nel 1879 pubblicò un libro dal titolo La donna e il socialismo, la questione venne accantonata, e solamente nel 1891 il partito socialdemocratico tedesco accettò il principio dell’eguaglianza tra i sessi.

Il senso comune che considerava la politica e la militanza rivoluzionaria compiti principalmente maschili prevalse a lungo nei dirigenti del movimento comunista occidentale. La Rivoluzione d’ottobre segnò un passaggio di rottura. Il nesso tra liberazione delle donne e rivoluzione socialista si rafforzò. Aleksandra Kollontaj, commissaria del popolo e protagonista della rivoluzione, collegò per la prima volta, nei libri e nella pratica, femminismo e marxismo. Si chiedevano nuovi rapporti familiari e una nuova morale sessuale, necessari corollari in vista della completa realizzazione sociale delle donne.

Le durezze della rivoluzione e della costruzione del “socialismo in un solo paese” fecero ben presto rifluire queste visioni “sovversive”. L’emancipazione femminile, però, divenne un elemento importante della propaganda e dell’impostazione politica della iii Internazionale, cioè della scuola rivoluzionaria in cui si formò Ho Chi Minh e che venne vista dal Partito comunista indocinese (pci) come il faro dell’internazionalismo.

2 Storia e mito

Il concetto di matriarcato e di società patriarcale, rispetto alle società premoderne, è stato negli ultimi decenni messo in discussione7. Riguardo all’effettiva esistenza, in età prestorica, di regni matriarcali, sono in molti a dubitare8. Al contrario, sembra pacifica l’esistenza, in epoca prestorica e non solo, di sistemi sociali matrilineari.

Non si sa esattamente se ci siano stati regni matriarcali in Vietnam. Sappiamo che prima dell’arrivo dei cinesi e della sinizzazione dell’area esisteva una civiltà vietnamita, la quale aveva caratteri diversi rispetto a quella sinica9. Essa rimase elemento caratteristico del paese e nel corso dei secoli si trasformò in una delle permanenze della storia di lungo periodo vietnamita.

Per quanto riguarda la condizione femminile, Keith Weller Taylor nel suo The Birth of Vietnam è molto chiaro10. A partire dalle prime notizie, in parte mitiche, sulla storia vietnamita, sappiamo che le donne godevano di una considerazione e di uno status notevolmente elevato. Questo non significa, secondo l’autore, che esistesse un matriarcato. Le donne facevano parte di un sistema bilaterale, in cui potevano assumere la guida economica e politica della famiglia e del villaggio esattamente come gli uomini11.

L’arrivo dei cinesi non significò la sinizzazione dei costumi e della vita sociale vietnamita, almeno non immediatamente e non completamente. Intorno all’anno zero

la riforma del matrimonio di Hsi Kuang e di Jen Yen rivela una grande differenza tra i sistemi familiari dell’antico Vietnam e della Cina. […] La famiglia vietnamita, con la sua autorità larga, le sue tendenze individualistiche, e il suo carattere bilaterale, fu un obiettivo primario della politica amministrativa cinese. Il concetto cinese di autorità politica era basato su un sistema rigidamente patriarcale. La famiglia vietnamita era per sua natura refrattaria al concetto cinese di governo, poiché mancava delle relazioni che facevano della famiglia cinese il perno intono al quale costituire il governo e l’autorità cinese. […] I cinesi tentarono di incoraggiare sistemi di matrimonio monogamici e stabili come base per il loro tipo di governo. Il fallimento degli sforzi cinesi di cambiare il sistema familiare vietnamita durante i secoli di controllo politico comportò, in definitiva, il fallimento dello sforzo cinese di imporsi in Vietnam12.

Nel xv secolo, con l’avvento della dinastia dei Le, venne emanato un codice che fu il risultato storico sia della penetrazione del confucianesimo, adottato quale filosofia morale e di governo dal sistema imperiale, sia delle permanenze presiniche che pervadevano il paese e soprattutto il villaggio, vero e proprio contro-potere rispetto al potere centrale imperiale13.

La proprietà familiare consisteva della proprietà del marito, della proprietà della moglie e dei beni posseduti in comune da moglie e marito. Questo costume giuridico differiva da quello cinese […]. Anche la legge vietnamita sull’eredità differiva da quella cinese. In Vietnam la proprietà della famiglia era distribuita equamente tra tutti i figli, senza distinzione di sesso; in Cina essa era ereditata solamente dai figli maschi14.

Tale era la situazione nel xv secolo. A partire dal xvi cominciò, a opera del potere imperiale, un processo di ulteriore confucianizzazione della società, che comportò, nel corso dei secoli, un peggioramento delle condizioni materiali, giuridiche e sociali della donna vietnamita. Il codice Gia Long, risultato di un confucianesimo più “ortodosso” e reazionario, venne varato nel xix secolo. A esso si sovrapposero, progressivamente, le nuove forme di discriminazione e sfruttamento dei primi decenni della colonizzazione.

Così come nella Cina imperiale, più si avanzava nella scala sociale più le donne risultavano sottomesse e trattate come parte necessaria ma ininfluente nella vita di coppia, familiare e sociale15. La divisione del lavoro è il fenomeno attraverso il quale le donne contadine godono di una relativa maggiore libertà rispetto alle mogli dei funzionari e dei mandarini, sino alle mogli degli imperatori.

Le donne contadine, infatti, devono partecipare al lavoro dei campi, devono prendere decisioni sul destino della famiglia in caso di assenza del marito e si recano al mercato per vendere i propri prodotti e contrattare l’acquisto di altri. Gli uomini possono più difficilmente creare delle reti strette di controllo sociale, e le donne contadine spesso si riuniscono tra di loro per lavorare, discutere e prendere decisioni.

Ma non solo in questo si esplicò la partecipazione sociale femminile. Le sorelle Trung, eroine che guidarono una rivolta contro l’invasore nel i secolo d.C., sono solamente l’esempio di maggior spicco della partecipazione di massa femminile, seppur sotto diverse forme, alle continue ribellioni e rivolte contro l’invasore che caratterizzano l’intera storia vietnamita. Il detto «quando il nemico è alle porte del villaggio, anche le donne devono combattere» fu costantemente applicato e vissuto dal popolo vietnamita, il quale ha nella sua cultura profonda il sacrificio di qualunque legame sociale sull’altare della lotta per l’indipendenza.

La stessa favola di Kieu, vero poema nazionale vietnamita, mette in risalto la specificità femminile. Kieu è un’eroina la quale, per salvare la dignità dei genitori, diventò concubina e che tuttavia, successivamente, fu in grado di riscattarsi e di condurre una vita felice e accettata dal punto di vista sociale.

A partire dal 1858, e in maniera più articolata dal 1885, fece la sua apparizione il colonialismo francese, che costituì l’Indocina francese, composta dagli attuali Vietnam, Laos e Cambogia. Con l’arrivo dei francesi, le donne diventarono anche operaie, e alcune donne di città diventarono concubine dei francesi. In generale, però, con la scusa di voler mantenere le tradizioni e i costumi del Vietnam, i francesi non fecero nulla contro l’oppressione feudale di cui era vittima la donna vietnamita, che quindi si trovava nella condizione di essere “schiava dello schiavo”, essendo schiava dell’uomo vietnamita, che a sua volta era schiavo del francese.

Si tratta del “doppio giogo”, rispetto al quale, almeno sino agli anni Venti, i movimenti nazionalisti e anticolonialisti vietnamiti rimasero sostanzialmente muti.

3 Organizzazioni e riviste

Il colonialismo francese trasformò profondamente il Vietnam all’interno dell’Indocina. In questa sede non si accenna neppure alla sua organizzazione e alle conseguenze sull’insieme della storia del Sud-Est asiatico continentale16. La mise en valeur, fenomeno attraverso il quale Parigi trasformò il suo “balcone” sull’Asia, fu solamente uno degli aspetti dell’insieme dei cambiamenti che fecero sì che il Vietnam e l’Indocina del 1945 fossero radicalmente diversi dal Vietnam e dall’Indocina del 1858, anno con cui convenzionalmente si fa cominciare il periodo coloniale francese nell’area.

Già negli anni Venti era nata una nuova donna in Vietnam. O meglio, erano nate nuove donne. C’era la donna delle élite, che non era rivoluzionaria e non aveva a cuore la causa del paese. Era una schiava dei francesi, nel senso che godeva dei loro lussi senza averne coscienza. Si trattava di una piccolissima minoranza. Il resto della popolazione femminile era vittima del “doppio giogo”.

Dall’inizio del xx secolo vi furono fenomeni nuovi. Alla scuola Dong Kinh Nghia Thuc (Istituto di studi del Tonchino) di Hanoi, per esempio, le donne vennero ammesse a insegnare, oltre che a seguire lezioni, e nel 1919 apparve la prima rivista di genere, la “Nu Gioi Chung” (La Campagna delle donne)17.

La questione femminile venne affrontata in modo diretto dagli anticolonialisti. Phan Boi Chau volle subito coinvolgere le donne nella lotta anticoloniale18. Nel 1911 pubblicò un dramma sulle sorelle Trung. Pur non divenendo una tema con impatto di massa, nei tre decenni successivi radicali, anticolonialisti e piccola-media borghesia discussero e si divisero sulla questione femminile. Ancora nel 1927 la Women’s League for Peace and Freedom, a conclusione di un tour in Asia, affermò come, riguardo il coinvolgimento della donna nella vita pubblica, la Cina fosse più avanzata rispetto al Vietnam19.

I neotradizionalisti difendevano la visione classica della famiglia vietnamita, mentre i radicali, progressivamente, passarono da un’analisi in cui la questione femminile era essenzialmente individuale a una in cui, invece, si coglievano le basi sociali della mancata emancipazione femminile.

La Nu Cong Hoc Hoi (Associazione di studio-lavoro delle donne di Hué) e la “Phu Nu Tan Van” di Saigon (Notizie delle donne) furono importanti esperienze del movimento radicale. La Nu Cong Hoc Hoi, nata nel 1926 con la benedizione di Phan Boi Chau, aveva un atteggiamento conciliatorio verso le caratteristiche della civiltà vietnamita meno favorevoli all’emancipazione femminile. Arrivò a sostenere che le conquiste dell’Unione Sovietica nel campo della democrazia di genere erano troppo avanzate per il Vietnam20.

A partire dal 1929, però, l’organizzazione sociale familiare tradizionale vietnamita venne definita “antiquata” e da superare. Subito dopo la Nu Cong Hoc Hoi, che nel frattempo aveva esteso il suo raggio d’azione sino a Saigon, venne dichiarata illegale dai francesi. È significativo che il figlio della fondatrice della rivista fosse, nel 1930, uno dei capi della Tan Viet, un’organizzazione clandestina di sinistra dai contorni marxisti-leninisti21.

Il già citato settimanale Phu Nu Van Tan uscì a Saigon dal 1929 al 1934. Si rivolgeva a tutte le giovani donne in grado di leggere e nei primi anni assunse posizioni di tipo rivendicativo rispetto alla questione femminile ma fondamentalmente moderate. L’eredità confuciana veniva rifiutata.

Dal 1933 la redazione, però, adottò posizioni apertamente anticoloniali. Si scrisse di materialismo dialettico, lotta al fascismo, analisi sociale della prostituzione. Si attaccava il femminismo borghese. Il settimanale venne chiuso nel 1934 dai francesi. Phu Nu Van Tan era, in quegli anni, diretta concorrente di Thanh Nien (Gioventù), la rivista dell’omonima organizzazione fondata da Nguyen Ai Quoc (alias Ho Chi Minh) nel 192522.

Al nord, nel Bac Bo, rispetto alla questione di genere si ricorda lo sciopero delle ragazze delle scuole di Hanoi che, incuranti del divieto del governatore generale Alexandre Varenne, scesero in piazza in occasione della morte di Phan Chu Trinh nel 192623.

Dalle memorie, dai racconti e dagli studi risulta che l’adesione femminile al Partito comunista indocinese è stata identica a quella maschile, cioè principalmente legata alle proprie condizioni di classe24.

Così come tra i maschi, non mancarono i casi di giovani donne cresciute in famiglie di intellettuali, le quali divennero rivoluzionarie. Già al momento della sua fondazione, nel 1930, il pci inserì tra i punti essenziali del programma di lotta la parità tra uomo e donna. Da allora, è rimasta una delle priorità del partito. La questione femminile veniva considerata come inestricabilmente legata allo sfruttamento di classe, per cui l’emancipazione delle donne si sarebbe potuta compiere nel momento stesso in cui, attraverso una rivoluzione, si fosse realizzata una rivoluzione socialista.

Nel corso degli anni il pci promosse organizzazioni di massa specificatamente dedicate alle donne, le quali erano aperte, in alcune fasi, anche alla collaborazione con donne non proletarie. Per le dirigenti, il partito in alcuni casi sostituiva la famiglia, anche perché per una donna si rivelò molto più difficile che per un uomo coniugare militanza e vita privata25. Quasi tutte le più alte dirigenti comuniste si sposarono con militanti dell’organizzazione.

Per differenziarsi rispetto alle altre organizzazioni, la rivista Thanh Nien e il pci non si concentrarono solamente sulla lotta per la distruzione della società tradizionale, nemica dell’emancipazione femminile. L’imperialismo, sia nella sua versione internazionale sia nella sua diramazione locale vietnamita, divenne l’altro grande obiettivo contro il quale le donne si dovevano mobilitare.

All’interno di questo pendolo non era facile muoversi, per difetto d’iniziativa politica e per limiti legati alla conformazione sociale di Thanh Nien prima e del pci dopo. Le classi sociali a cui si faceva riferimento vivevano in una tale indigenza che era difficile anche solo pensare alla modifica radicale dei rapporti familiari. Nel caso, per esempio, che in una famiglia lo spirito rivoluzionario fosse comune a tutti i membri, era normale che all’attività rivoluzionaria si dedicasse l’uomo, e che la donna, seppur rivoluzionaria, rimanesse a casa, magari a procurare il sostentamento per il “rivoluzionario di professione”.

Il maschilismo non poteva essere eliminato con un articolo, fosse anche di Nguyen Ai Quoc, e rimase, seppur non espresso, quale elemento caratteriale in tanti militanti del pci26. Durante il soviet dello Nghe-Tinh (1930-31) le donne furono protagoniste della rivolta27.

4 Il Viet Minh e le due guerre d’Indocina

Il Viet Minh fu l’organizzazione di massa, anticolonialista ma non classista, la quale riuscì tra il 1941 e il 1945 ad acquisire una forza tale che, nell’agosto del 1945, approfittò di una favorevole situazione internazionale e conquistò il potere, sino a dichiarare, il 2 settembre 1945, l’indipendenza nazionale28.

Il Viet Minh era il luogo in cui convergevano diverse associazioni di massa, nonché le organizzazioni guerrigliere e militari dei comunisti. Le associazioni di massa facenti riferimento al Viet Minh accantonarono la questione di classe a favore di un interclassismo basato sul concetto di “salvezza nazionale”.

Una delle più importanti organizzazioni di massa del Viet Minh era la Phu Nu Cuu Quoc (Associazione per la salvezza nazionale delle donne). Lo studio dello statuto dell’associazione, le indagini di archivio e svariate fonti secondarie dimostrano come la Phu Nu Cuu Quoc sia stata costitutivamente diversa rispetto alle organizzazioni degli anni Trenta create dal pci per affrontare la questione femminile29.

Come afferma l’articolo 2 del suo statuto, compito dell’associazione è «unire tutte le patriote vietnamite nella difesa degli interessi quotidiani della donne e, con altre organizzazioni, preparare la lotta per combattere il colonialista francese e cacciare il fascista giapponese, per fondare un Vietnam totalmente indipendente».

A questo proposito tra il 25 e il 27 settembre 1940 si tenne una conferenza dei quadri del Bac Bo, durante la quale si insistette sulla necessità di formare quadri femminili. Nella risoluzione finale si possono trovare le seguenti considerazioni: «Sarebbe opportuno anche lanciare un appello alle donne della città e utilizzare tutte le forme di organizzazione opportune per unire le donne degli altri strati sociali». La partecipazione femminile alla lotta anticolonialista tra il 1941 e il 1945 fu ampia e decisiva.

Questa partecipazione attraversò entrambe le due guerre indocinesi. La prima, contro i francesi, terminò nel 1954 con la sconfitta di Dien Bien Phu. La seconda, contro gli statunitensi e i loro alleati, si concluse il 30 aprile 1975, quando le forze nord-vietnamite, alleate delle forze rivoluzionarie del Sud, riunificarono il paese30.

«Con l’avvento della Repubblica democratica del Vietnam, le donne ottennero [nel settembre-ottobre 1945] il diritto di voto a 18 anni e l’eleggibilità; dieci di loro furono elette all’Assemblea nazionale. La Costituzione del 1946 proclamò, infine, l’eguaglianza dei sessi»31. La scelta del coinvolgimento e dell’emancipazione femminile, anche attraverso forzature del senso comune allora egemonico, fu una scelta strategica. L’Unione delle donne vietnamite diventò, ed è tuttora, una delle organizzazioni di massa più ampie e importanti del paese.

Nacque e si sviluppò “l’esercito dai capelli lunghi”. «Esse [le donne vietnamite] intervennero come guerrigliere tanto nell’azione di sabotaggio nelle imboscate e nel lavoro di collegamento, quanto nei combattimenti. Nelle Forze armate popolari di liberazione (fapl), l’organizzazione militare del fnl (Fronte nazionale di liberazione), il 40 per cento delle truppe erano dirette da donne»32.

La resistenza, oltre che sul fronte, era anche interna. Si doveva mantenere e aumentare la produzione agricola e migliorare continuamente l’apparato industriale. Dal 1945 al 1975 le donne entrarono prepotentemente negli apparati produttivi, primari e non33.

La guerra creò uno squilibrio demografico, tanto che numerose famiglie nel 1975 erano guidate da donne vedove o risposate34. Gli stereotipi maschilisti, tuttavia, rimasero radicati nel paese e, ancora negli anni Settanta, erano egemonici tra la popolazione. Nonostante ciò,

quella del Vietnam […] rappresenta un’esperienza di trasformazione del ruolo sociale e culturale femminile, pur con tutti i limiti connessi ai vari periodi di apertura e censura politico-culturale che il paese ha attraversato, in costante e dialettica dinamica. Una trasformazione progressiva iniziata in sordina […] con le prime lotte spontanee e consolidata attraverso forme sempre più elaborate di azione politica. Una trasformazione che ha, da un lato, esasperato le conquiste di genere attraverso tutele e garanzie giuridiche avanzatissime e che, dall’altro […], ha lasciato ampio margine di manovra alle stesse protagoniste del processo di mutamento35.

5 Dieci anni difficili

La riunificazione, cominciata nel 1975 e terminata formalmente nel 1977, si attuò attraverso nette scelte di campo sul versante della politica sia interna che internazionale. Dal punto di vista interno, si scelse di replicare l’esempio sovietico: priorità all’industria pesante, statalizzazione del commercio, collettivizzazione delle produzione primaria. Dal punto di vista della politica internazionale, dopo qualche anno di equidistanza rispetto ai due giganti Cina-Unione Sovietica, si stabilì un legame di ferro con l’Unione Sovietica. La guerra con la Cina, effetto diretto dell’invasione vietnamita della Cambogia di fine 1978, fu figlia di questa scelta.

I risultati di questa impostazione furono negativi. Il Vietnam del 1985 era un paese che non aveva ancora chiuso con il capitolo della sua storia più recente. La guerra e il dopoguerra erano drammaticamente presenti. L’economia non decollava (allora il Vietnam era uno dei paesi più poveri al mondo) e alle frontiere incombeva il caso rappresentato dalla Cambogia dei Khmer rossi. Le due questioni principali sul tappeto affondavano le radici nel passato più recente.

In questo contesto, la questione femminile e le politiche relative non si modificarono sostanzialmente, né divennero una priorità del governo. Le donne guidavano cinque ministeri nel 1982, ma solamente tre nel 1986.

6 Il rinnovamento e il ruolo dell’impresa

In vietnamita Doi Moi significa rinnovamento. Con esso si indica la svolta sistemica attuata con il vi Congresso del Partito comunista vietnamita (pcv), tenutosi nel dicembre del 1986 a Hanoi.

Dal punto di vista economico, si permise ai contadini, progressivamente e per gradi, sia di affittare per lunghi periodi di tempo i terreni agricoli, sia di vendere liberamente sul mercato l’eventuale surplus. Nel settore secondario e terziario, pur rimanendo preponderante l’apparato statale, si introdusse sia la responsabilità dei manager nella gestione delle aziende di Stato sia la possibilità per imprese straniere e per i vietnamiti di impiantare aziende private36. L’obiettivo, progressivamente disvelato e attuato, era di entrare a far parte del sistema economico mondiale e sfruttare appieno i vantaggi comparati.

Dal punto di vista politico, si introdussero politiche vicine alla perestrojka di stampo sovietico, le quali vennero però abbandonate in seguito ai fatti di Piazza Tian’anmen, in Cina.

Riguardo alle politiche di genere, la nuova ideologia, nonché la centralità che assunse l’impresa, ebbe come corollario la minore mobilitazione politica a fini sociali. Essa fu sostituita dalla mobilitazione da parte dello Stato e del partito a fini economici, con il proposito di essere competitivi a livello mondiale e di realizzare la felicità (miglioramento delle condizioni di vita delle masse) attraverso l’aumento del prodotto interno lordo.

La questione di genere passò, dunque, in secondo piano. La centralità del concetto di “competitività” fece sì che gli elementi sociali tipici della subordinazione della donna nei luoghi di lavoro (impegno lavorativo e familiare, maternità) fossero visti dalle grandi aziende come impedimenti a una maggiore produttività e la donna, quindi, tornasse ad avere sui luoghi di lavoro una posizione strutturalmente subordinata rispetto agli uomini.

Dal punto di vista sociale e culturale, ciò significò anche riprendere in senso positivo l’eredità culturale vietnamita confuciana. Essa prevedeva una stretta subordinazione della donna alle esigenze del nucleo familiare e alle esigenze della società più in generale.

Come ha scritto Susan Jayne Werner,

gli sforzi per “rafforzare la famiglia” erano parte dei programmi del villaggio negli anni Novanta, volti a costruire delle famiglie “modernamente acculturate”, atti a rispondere alla paure del partito riguardo le minacce percepite verso l’ordine sociale esistente. La nuova famiglia del periodo Doi Moi consisteva in un miscuglio di caratteristiche tradizionali e moderne, volte a facilitare l’inserimento del nucleo familiare nel mercato e a salvaguardare i valori culturali vietnamiti, coerenti con gli obiettivi statali e ritenuti minacciati dall’economia di mercato e dall’apertura alle forze globali37.

Il partito, lo Stato e l’Unione delle donne vietnamite (che ancora oggi conta circa 11 milioni di aderenti e 10.000 unità di base), pur appoggiando il Doi Moi, tentarono di mitigarne gli effetti negativi sulla condizione femminile38. Dai primi anni Novanta nacquero anche in Vietnam veri e propri “studi di genere”. Le organizzazioni internazionali, in testa le Nazioni Unite, cominciarono, con il consenso del governo, ad affrontare in maniera costante e sistematica la questione di genere.

Il Doi Moi ha modificato in positivo o in negativo la condizione femminile? Le donne sono oggi più o meno indipendenti e libere, e presenti negli snodi fondamentali della vita economica e sociale del paese? Dal punto di vista economico e sociale, il Vietnam ha fatto segnare risultati strabilianti. La costante crescita economica ha permesso un netto abbattimento della povertà e un progressivo e generale miglioramento delle condizioni di vita. Questo ha portato a un netto miglioramento, anche tra le donne, di alcuni indici sociali: innanzitutto quelli definiti dagli Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, ma anche quelli riguardanti i livelli di istruzione più elevata.

La letteratura non risponde in modo omogeneo al quesito sugli effetti del Doi Moi sulle questioni di genere39. La maggioranza degli autori sottolinea gli aspetti negativi del nuovo corso. In ogni caso, è probabilmente ancora presto per delineare gli effetti di lungo periodo del Doi Moi sulla condizione femminile. Lo stesso Doi Moi potrebbe essere in ogni momento sottoposto, come già più volte è accaduto, a profonde rettifiche.

Nello specifico, il nuovo contesto economico ha sicuramente avuto effetti negativi sulle condizioni generali di vita delle donne. Lasciando libero spazio alle forze del mercato, la condizione di subordinazione e di discriminazione sul luogo di lavoro è aumentata rispetto al periodo precedente. Le donne sono predominanti nelle industrie labor-intensive, come il tessile e l’abbigliamento. Sono pagate meno degli uomini, sono meno formate e ricevono meno promozioni.

Tran Ngoc Angie, riportando i risultati di una ricerca sul campo, mostra come le donne siano scelte per lavori meno remunerati e considerati “femminili”, anche se l’evoluzione tecnologica non giustifica più tale divisione del lavoro40. In modo tranchant conclude: «Questo saggio conferma l’incompatibilità tra l’integrazione capitalista globale e uno sviluppo equo (anche per quanto concerne le questioni di genere)»41. Solamente il 2,7 per cento delle donne va all’università, contro il 4,2 degli uomini42. A tutto ciò si aggiunga che gli effetti della crisi economica mondiale, in Vietnam, si sono fatti sentire soprattutto tra la popolazione lavorativa femminile43.

Al di là della questione economica, il consumismo e i nuovi stili di vita stanno facendo emergere in Vietnam fenomeni comuni al resto del mondo globalizzato44. La gioventù vietnamita che studia si sposa più tardi rispetto a quanto avveniva in passato e, anche se il desiderio di fare una famiglia è ancora presente, questo bisogno viene bilanciato e parzialmente limitato dalle necessità lavorative e di vita delle zone urbane, nonché dai desideri di realizzazione sociale.

Nelle aree rurali, invece, come ci conferma Le Thi, la vita delle donne non sposate è difficile, e queste affrontano momenti di discriminazione diffusi45. Dal punto di vista culturale e dei costumi, perciò, si verifica, in contemporanea, ciò che Keith Taylor definisce le «tre possibilità»: la «tradizione erosa dalla modernità», la «modernità abitata dalla tradizione» e la «tradizione e modernità legate in un’alleanza nemica dell’esuberanza della pratica sociale».

Insieme all’emergere di nuovi costumi sociali, sessuali e culturali, infatti, il Vietnam Household Living Standard Survey del 2002 ci informa del fatto che le ore spese nelle faccende domestiche dalle donne maggiori di 15 anni sono circa 2,5 volte quelle spese dagli uomini nelle aree urbane e 2,3 volte quelle spese dagli uomini nelle aree rurali46.

7 Conclusioni

La questione femminile in Vietnam, dagli anni Venti sino ai giorni nostri, è legata ai movimenti ideologici e politici qui sviluppatisi nel xx secolo. Contemporaneamente, le permanenze di lungo periodo, in tutta la storia del Novecento, hanno giocato un ruolo centrale. Lungo periodo e ideologia, nel Vietnam del xx secolo, sono strettamente legati.

L’atteggiamento di Ho Chi Minh e del pci prima e del pcv dopo, nei confronti della tradizione, è stato molto diverso da quello di Mao e del Partito comunista cinese verso il confucianesimo e la millenaria cultura cinese. La recente crisi economica, i cambiamenti climatici (il Vietnam ne sarà pesantemente colpito), nonché il possibile affermarsi di un’ideologia consumistica e individualista, pongono nuovi interrogativi al Vietnam del Doi Moi, investendo anche la condizione femminile.

Note

1. Il saggio sull’imperialismo di Lenin è del 1917, ma in tutta la sua opera, soprattutto a partire dal secondo decennio del Novecento, si effettua una rottura con gli schemi eurocentrici della ii Internazionale.

2. Cfr. A. M. Kollontaj, Autobiografia, Feltrinelli, Milano 1977.

3. S. Rowbotham, Donne, resistenza e rivoluzione. Una analisi storica per una discussione attuale, Einaudi, Torino 1976, p. 68.

4. G. Fraisse, Dalla destinazione al destino. Storia filosofica della differenza fra i sessi, in G. Fraisse, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne. L’Ottocento, vol. iv, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 95.

5. Rowbotham, Donne, cit., p. 85.

6. Ivi, p. 87.

7. Per matriarcato si intende un sistema di organizzazione sociale in cui la donna detiene i ruoli apicali.

8. Lo stesso femminismo ha messo in discussione tale possibilità (S. de Beauvoir, Le deuxième sexe, Gallimard, Paris 1949, trad. it. Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 1961).

9. Dal 111 a.C. al 939 d.C. i cinesi esercitarono la sovranità sul regno Viet, che allora terminava più a nord dell’odierno Vietnam. Più di un millennio di dominio comportò un tentativo di assimilazione culturale e sociale, che ebbe effetti profondi. Per una discussione sul tema, cfr. L. C. Kelley, “Confucianism” in Vietnam: A State of the Field Essay, in “Journal of Vietnamese Studies”, 1, 2006, 1-2, pp. 314-70.

10. K. W. Taylor, The Birth of Vietnam, University of California Press, Berkeley 1983.

11. Cfr. anche Le Thanh Khoi, per il quale il sistema raccontato dalle leggende passò velocemente dalla forma matrilineare a quello patrilineare, ma ancora nel periodo dongsoniano si aveva una filiazione che era principalmente lungo la linea materne (Le Thanh Khoi, Storia del Viet Nam. Dalle origini all’occupazione francese, Einaudi, Torino 1979, pp. 53 e 66).

12. Taylor, The Birth of Vietnam, cit., p. 26 (traduzione libera). I nomi cinesi sono la riproposizione del testo nella versione originale.

13. Cfr. Insun Yu, Law and Society in Seventeenth and Eighteenth Century in Vietnam, Asiatic Research Center, Seoul 1990.

14. Ivi, p. 17 (traduzione libera).

15. A differenza della Cina, non si hanno notizie di donne imperatrici.

16. Cfr. P. Brocheux, D. Hémery, Indochine: La colonisation ambiguë 1858-1954, La Découverte, Paris 1994.

17. La Dong Kinh Nghia Thuc era un istituto nato ai primi del Novecento, il quale aveva l’ambizione di modernizzare la cultura vietnamita attraverso letture e lezioni, che non comprendessero solo gli argomenti classici, bensì anche argomenti economici e sociali. Per la “Nu Gioi Chung” cfr. D. G. Marr, The 1920s Women’s Rights Debates in Vietnam, in “The Journal of Asian Studies”, 35, 1976, 3, pp. 371-89.

18. Phan Boi Chau può essere considerato il più eminente rappresentante della seconda generazione di militanti nazionalisti e indipendentisti vietnamiti. La prima era quella dei “tradizionalisti” e la terza sarebbe stata quella dei radicali e dei comunisti.

19. Hue-Tam Ho Tai, Radicalism and the Origins of the Vietnamese Revolution, Harvard University Press, Cambridge (ma) 1992, p. 203.

20. D. G. Marr, Vietnamese Tradition on Trial 1920-1945, University of California Press, Berkeley 1981, p. 215.

21. Ivi, p. 216.

22. Hue-Tam, Radicalism and the Origins, cit., pp. 206-9.

23. Ivi, p. 159.

24. Cfr. M. V. Elliot (translator), No Other Road to Take: Memoir of Mrs. Nguyen Thi Đinh, Cornell University Press, Ithaca (ny) 1976.

25. Ecco ciò che Nguyen Thi Minh Khai scriveva nel marzo del 1933 a proposito delle relazioni personali: «Ma il matrimonio è assurdo, una noia, un peso. […] Ora tutto si è rotto e io non mi sento più incalzata dall’idea del matrimonio e della maternità. […]. Non parliamo del passato. Il mio unico sposo è la rivoluzione comunista» (S. Quinn-Judge, Women in the Early Vietnamese Communist Movement: Sex, Lies, and Liberation, in “South East Asia Research”, 9, 2001, 3, p. 260).

26. Il saggio di S. Quinn-Judge appena citato offre alcune testimonianze in proposito.

27. Cfr. Tran Huy Lieu, Les soviets du Nghe-Tinh de 1930-1931 au Viet-Nam, Editions en Langues étrangères, Hanoi 1960.

28. I due testi di riferimento per il periodo sono D. G. Marr, Vietnam 1945: The Quest for Power, University of California Press, Berkeley 1995, e S. Tønnesson, The Vietnamese Revolution of 1945: Roosevelt, Ho Chi Minh and de Gaulle in a World at War, Sage, London 1991.

29. Cfr. E. Lobina, Vietnam: le radici della resistenza. Consenso e strategia militare del Partito Comunista Indocinese nel nord Viet Nam tra il 1941 e il 1945, Città del Sole, Reggio Calabria 2010.

30. Per una visione d’insieme cfr. F. Montessoro, Vietnam: un secolo di storia, Franco Angeli, Milano 2002.

31. S. Scagliotti, La donna vietnamita fra tradizione e rivoluzione, tesi di laurea, Università degli studi di Torino, 1983, p. 208.

32. Id., L’esercito dai “lunghi capelli”. Cenni sull’esperienza delle donne nella resistenza anti-francese in Viet Nam, in “Quaderni vietnamiti”, ii, 2003, 2, p. 96.

33. M. A. Tétrault, Women and Revolution in Vietnam, in K. Barry (ed.), Vietnam’s Women in Transition, Macmillan, London 1996, p. 43. Cfr. anche S. J. Werner, Gender, Household and State in Post-Revolutionary Vietnam, Routledge, New York 2009.

34. Ancora nel 1992 le donne erano il 53,29 per cento della popolazione (K. Barry, Introduction, in Id., ed., Vietnam’s Women, cit., p. 8).

35. Scagliotti, L’esercito dai “lunghi capelli”, cit., p. 94. Cfr. anche Werner, Gender, Household, cit., p. 37.

36. Cfr. M. Beresford, National Unification and Economic Development in Vietnam, Macmillan, London 1989.

37. Werner, Gender, Household, cit., p. 8 (traduzione libera).

38. Per i dati sull’Unione delle donne vietnamite, cfr. C. Rowley, V. Yukongdi (eds.), The Changing Face of Women Managers in Asia, Routledge, New York 2009, p. 226.

39. Cfr. J. Werner, D. Bélanger, Introduction: Gender and Vietnam Studies, in Idd. (eds.), Gender, Household, State: Doi Moi in Vietnam, Cornell University Press, Ithaca (ny) 2002, pp. 13-48.

40. Vedi anche Nguyen-vo Thu-huong, The Ironies of Freedom: Sex, Culture, and Neoliberal Governance in Vietnam, University of Washington Press, Seattle 2008.

41. Tran Ngoc Angie, Gender Expectations of Vietnamese Garment Workers: Viet Nam’s Re-integration into the World Economy, in Werner, Bélanger (eds.), Gender, Household, State, cit., p. 70.

42. Ivi, p. 230.

43. Rowley, Yukongdi (eds.), The Changing Face of Women, cit., p. 233. Cfr. anche A. McCarty, L. Corner, K. Guy, The Differential Impact of the Vietnamese Economic Stimulus Package on Women and Men, un Vietnam and Mekong Economics, November 2009.

44. K. Taylor, Preface, in Werner, Bélanger (eds), Gender, Household, State, cit., p. 8.

45. L. Thi, Single Women in Vietnam, The Gioi, Hanoi 2008

46. Rowley, Yukongdi (eds.), The Changing Face of Women, cit., p. 234.

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