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La penetrazione di Antonio Gramsci in Cina

February 14th, 2011  |  Published in Accademia, Cina

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Premessa

Il contributo che i presenta è il riadattamento e l’organizzazione degli appunti utilizzati per la relazione, dal titolo “Antonio Gramsci in Cina e l’opera di Tian Shigang”, compiuta durante la terza sessione del convegno internazionale di Cagliari “Gramsci in Asia e in Africa” del 12 e 13 febbraio.

Si è grati a tutti i sinologi e gli esperti di Gramsci senza i quali questo studio non avrebbe avuto la luce: Tian Shigang, Annamaria Baldussi, Gianni Fresu, Domenico Losurdo, Patrizia Manduchi, Simona Mocci, Andrea Pira, Silvio Pons e Giancarlo Schirru. Naturalmente, l’unico responsabile delle affermazioni di seguito riportate è l’autore.

1. Le origini

Gramsci morì nel 1937. Oggi viene considerato uno dei maggiori intellettuali del XX secolo. A livello mondiale, si assiste al “fenomeno Gramsci”.Tutto il mondo si interessa al comunista sardo. L’America Latina, l’Asia, i paesi arabi. Secondo Giuseppe Vacca e Giancarlo Schirru “si può assumere come momento iniziale di questa ‘esplosione’ il quarto decennale della sua morte, il 1977: oltre alle molte iniziative scientifiche e politiche che celebrarono la ricorrenza, una serie di eventi nuovi contribuì ad accendere nel mondo l’interesse per l’eredità culturale gramsciana”[1].

La Cina non è stata, soprattutto nella seconda metà del novecento, un paese come gli altri. Le misere condizioni di vita e culturali nei quali si ritrovò il paese al momento della dichiarazione di indipendenza del 1° ottobre 1949, unitamente alla peculiare esperienza sociale che visse, e che ancora vive, la rendono un unicum nel panorama della storia contemporanea.

Anche per quanto riguarda il “fenomeno Gramsci”, quindi, la Cina fa storia a sé. Per di più le stesse categorie filosofiche cinesi, antiche e potenti quanto quelle occidentali, hanno continuato a innervare il paese anche nel periodo successivo alla presa del potere da parte del Partito Comunista Cinese (PCC)[2]. In definitiva, la storia della penetrazione di Gramsci in Cina è originale rispetto a ciò che successe in tante altre parti del mondo dal 1977 in poi.

Antonio Gramsci apparve per la prima volta in Cina nel 1957, quanto venne pubblicato il libro di Lucio Lombardo Radice e Giuseppe Carbone “Vita di Antonio Gramsci”[3]. Si trattava di una traduzione dal russo, compiuta da Huang Yinxing[4]. Il contesto del 1957 è quello della campagna dei cento fiori, e la pubblicazione del testo di Radice fu in qualche modo collegato alla volontà di allargare gli orizzonti culturali degli intellettuali cinesi rivoluzionari[5].

Il libro di Radice non era un lavoro definitivo, quanto piuttosto un primo contributo all’elaborazione di una biografia del primo segretario del PCI. Ecco come si esprimono gli autori nell’introduzione alla versione italiana: “Questa Vita di Antonio Gramsci vuole costituire un primo tentativo di raccogliere ed esporre in forma accessibile documenti, testimonianze, ricordi che permettano di ricostruire il corso della vita, del pensiero e delle lotte di Antonio Gramsci […]. Per proseguire e ampliare questo lavoro, confidiamo che tutti quei lettori, i quali siano in grado di fornire ulteriore materiale biografico (scritti, lettere, episodi, notizie, fotografie, ecc.) vorranno contribuire ad una più completa ricostruzione della vita di Antonio Gramsci”[6].

Il rivoluzionario sardo, però, non era sicuramente sconosciuto ai quadri più alti del partito, soprattutto a quelli che avevano avuto un’esposizione internazionale. Lo conoscevano già i rivoluzionari che erano stati a Mosca, e coloro che leggevano la stampa comunista della III Internazionale.

Pensiamo per esempio a Ho Chi Minh, che visse a Yenan, quartier generale dei comunisti durante la seconda metà degli anni trenta, e nel sud della Cina prima di tornare in Viet Nam nel 1941[7]. Avendo vissuto in Francia prima e in Unione Sovietica poi, dove lavorava per conto della III Internazionale, l’allora Nguyen Ai Quoc sicuramente era venuto a contatto, quanto meno per il movimento di massa fomentato dai comunisti che chiedeva la sua liberazione, con la figura del capo del Partito Comunista Italiano (PCI).

Questa conoscenza non si tradusse mai nella volontà di usarlo politicamente o di popolarizzarlo.

Dopo questa pubblicazione, l’interesse per Gramsci non assunse toni rilevanti. Il marxismo sovietico, e naturalmente quello cinese, andava per la maggiore. Il conflitto sino-sovietico, che si sviluppò dopo la morte di Stalin ed ebbe il suo culmine nel 1968, provocò tra le altre cose la rottura tra il PCC ed il PCI (1962). Ricordiamo il famoso articolo dell’organo del PCC dal titolo “Divergenze tra il compagno Togliatti a noi” (31 dicembre 1962)[8]. Era scontato che il padre politico di Togliatti non venisse accettato a Pechino.

Nell’aprile 1980 il segretario Enrico Berlinguer visitò la Cina. Il segretario del PCC era Hu Yaobang, e vennero ristabilite cordiali relazioni tra i partiti. Il PCI si era schierato contro l’Unione Sovietica sulla questione dell’Afghanistan, e ciò fu accolto con favore a Pechino. Lo ristabilimento di rapporti cordiali tra i due partiti fu, probabilmente, una delle premesse necessarie per l’introduzione delle opere di Antonio Gramsci all’interno della ristretta cerchia dei filosofi della politica cinesi.

2. Gli anni ‘80

Effettivamente, subito dopo la visita di Enrico Berlinguer vennero pubblicati alcuni articoli sulla vita e sul pensiero di Antonio Gramsci. Nel marzo 1980 viene pubblicato un libro La difesa della dialettica materialistica, il cui autore è, secondo Tian Shigang, il primo che ha studiato Gramsci in Cina: Xu Chongwen, dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali. Xu dedica 3 pagine a Gramsci[9].

L’interesse per gli studi gramsciani si sviluppò soprattutto per merito di Tian Shigang e Mao Yunze, che lavorava presso l’Ufficio di traduzione e redazione delle opere di Marx, Engels, Lenin e Stalin.

I primi articoli su Antonio Gramsci che videro la luce in Cina cercarono di collocarlo all’interno della tradizione marxista. Venne utilizzato, con una accezione negativa, la categoria di “marxismo occidentale”. Xu Chongwen nel 1983, in effetti, pubblicò un libro dal titolo Il marxismo occidentale, nel quale un capitolo è dedicato al pensatore sardo “Gramsci: dall’Ordine Nuovo ai Quaderni dal Carcere”. Xu sosteneva che Gramsci fosse il fondatore del marxismo occidentale. In quella sede marxismo occidentale aveva un’accezione negativa. Voleva dire idealismo, cioè abbandono del materialismo.

Le posizioni di Xu Chongwen erano chiare:

“Gramsci si oppone alla volgarizzazione del marxismo, sottolinea la necessità di partire dalla filosofia per provare il significato dell’azione rivoluzionaria degli uomini. Perciò, arriva a definire il marxismo una “filosofia della prassi”, ma erroneamente considera la posizione filosofica del marxismo un’unione tra materialismo e idealismo, sostenendo che la dialettica marxista non sia dialettica materialista, ma una dialettica razionale[10].

Tre anni dopo Xu ritorna su Gramsci:

“tra i fondatori del marxismo occidentale Gramsci è quello dal pensiero più ricco, profondo ed originale e, ancora più stimabile, ha ricevuto i più svariati apprezzamenti. L’eurocomunismo considera Gramsci uno dei suoi predecessori; la personalità che predicò la democrazia e l’umanesimo nel movimento comunista internazionale, l’uomo che ha esplorato una forma di socialismo aperto e democratico, Gramsci fu il ‘teorico della rivoluzione occidentale’, il ‘più tradizionale continuatore del marxismo nei paesi capitalisti’. Proprio poiché fu il ‘genio’ che sollevò la più difficile questione affrontata dal socialismo occidentale, fu il maggiore tra marxisti occidentali che aprirono la strada allo sviluppo europeo del marxismo. Alcuni ritengono che i sui scritti costiturono ‘la fonte di un tentativo di rinnovamento del marxismo ampio, duraturo e non fossilizzato’, altri considerano il marxismo di Gramsci un nuovo sistema strategico e teorico-politico, un sistema di un nuovo modello di rivoluzione politica e sociale, culturale e di massa. Parlando della teoria, rappresenta una critica di alto livello delle teorie fatalistiche e positiviste, del riformismo e del classicismo del marxismo tradizionale. Unendo e superando i due estremi dello spontaneismo e del giacobinismo, dà contemporaneamente forma teorica al movimento rivoluzionario di massa. Gramsci è considerato il pioniere e il fondatore della nuova teoria marxista adeguata alle condizioni dei paesi capitalisti sviluppati.

Anche chi non condivide pienamente il punto di vista di Gramsci, lo ritiene un ‘grande comunista italiano’, sostenendo come la vita di Gramsci fosse senza dubbio la vita di un rivoluzionario veramente marxista, che nella lotta per […] la vittoria della rivoluzione socialista, non solo si oppose in politica al riformismo esterno al marxismo e in campo culturale all’idealismo di Croce, ma si scontrò con le teorie evoluzionistiche e contro il classicismo dogmatico del marxismo volgare”[11].

Questa polemica deve essere letta sia alla luce del peculiare sviluppo del pensiero marxista cinese, sia alla luce di profondi tratti culturali della civiltà cinese[12].

Per quanto riguarda il primo aspetto, il marxismo cinese, soprattutto dopo la morte di Stalin, la destalinizzazione in URSS e lo scoppio del conflitto sino-sovietico, tentò di accreditare la linea ideologica Marx-Engels-Lenin-Stalin-Mao come l’unica accettabile per chiunque volesse realmente definirsi marxista. Tutte le altre posizioni erano eresie le quali, in definitiva, portavano alla fuoriuscita dal marxismo. Le proposte di Togliatti, le vie nazionali al socialismo, l’eurocomunismo e tutte le altre proposte “nuove” venivano bollate come deviazioniste a antimarxiste. In questo contesto, marxismo occidentale significava abbandono del materialismo e della vera e unica interpretazione del marxismo. Il nuovo corso di Deng Xiaoping cominciato nel 1978, pur poderoso, ancora non aveva eroso questa visione.

Riguardo i profondi tratti culturali della civiltà cinese, i quali si nutrivano di sino centrismo, e perciò consideravano intrinsecamente inferiore qualunque apporto culturale, ancorché utile, nel caso in cui provenisse dall’esterno, essi erano ancora presenti, seppur sotto traccia, anche nella Cina popolare. L’affermazione di Braudel secondo il quale il movimento marxista non è un uragano che sconvolge e distrugge ogni fenomeno che incontra, quanto un velo che si stende sul contesto politico, sociale e culturale nel quale agisce, è in questo caso illuminante. Il marxismo cinese ha modificato la cultura e la vita sociale del paese, ma non ha potuto prescindere dalla millenaria civiltà che ha dato vita all’Impero di Mezzo.

3. Tian Shigang e il nuovo approccio

L’impostazione riportata venne contrastata, a partire dal 1984, da Tian Shigang dell’Accademia cinese delle Scienze sociali di Pechino,.

Tian Shigang aveva 39 anni nel 1984. Per gli standard cinesi, e anche italiani, era un giovane. Tian si era laureato nel 1967 in Lingua italiana presso l’Università di Lingue Straniere di Pechino (Bei Jing Wai Guo Yu Da Xue). La rivoluzione culturale l’aveva bloccato per 10 anni. Conclusa quell’esperienza, nel 1981 aveva portato a termine una specializzazione in filosofia marxista presso l’Istituto di Filosofia dell’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino (Zhong Guo She Hui Ke Xue Yuan). Tra il 1981 ed il 1983 ha studiato filosofia teoretica (filosofia teoretica è la parte più generale della filosofia) presso la Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi “La Sapienza”.

Nel 1984, per opporsi alla visione di un Gramsci idealista, Tian pubblicò due articoli (La tendenza del pensiero filosofico di Gramsci e Gramsci e il materialismo). Egli utilizzò, per identificare la filosofia gramsciana, la categoria di “materialismo pratico”. In questo modo venne confutata la tesi tendente a collocare Gramsci nella corrente del marxismo occidentale. Anzi, scrive Tian, “Gramsci dev’essere considerato il teorico marxista più peculiarmente creativo dopo la scomparsa di Lenin”[13].

L’offensiva tesa a scardinare e sconfiggere la posizione per cui Gramsci sarebbe un marxista occidentale, e quindi sostanzialmente un non-marxista, si rivelò vittoriosa. Numerosi studiosi si dedicarono al tema, e nell’ottobre 1987 il professore Mao Yunze,  pubblicò la prima monografia dedicata a Gramsci: Gramsci politico, prigioniero e teorico[14]. Era la prima opera di uno studioso cinese interamente dedicata a Gramsci. Ancora nel 1989 Tian Shigang lo considerava il miglior studio su Gramsci in cinese. A conclusione del suo libro Mao Yunze, a proposito di Gramsci, scrive:

la sua teoria rimarca l’unità tra pratica e teoria del marxismo, sostiene la politicità della filosofia, dà importanza alla funzione dell’ideologia nella costruzione del socialismo[15].

Questa evoluzione fu figlia del mutato contesto politico e culturale. Il “guardare in faccia la realtà” denghiano divenne un principio che si propagò anche nel mondo culturale e filosofico. La ricerca di nuove vie portò a non vedere con sospetto chi si interrogava sulla possibilità che la linea teorica marxista Marx-Engels-Lenin-Stalin-Mao potesse anche non essere l’unica accettabile. Venivano ricomprese e accettate, nel dibattito marxista, diverse tendenze. Fu probabilmente questa la ragione di fondo della rivalutazione di Antonio Gramsci, che portò peraltro ad uno studio più attento dei suoi scritti.

Dal 1984 Tian Shigang, oggi in pensione, si è occupato ai più alti livelli accademici di Antonio Gramsci. Può essere considerato uno dei massimi autori gramsciani in Cina. Nel 1989 partecipò al convegno internazionale di Formia “Gramsci nel mondo”. Nel 2007 videro la luce l’edizione integrale in mandarino de le Lettere dal carcere, da Tian curate, le quali sono state presentate il 27 aprile 2007 presso la sede dell’Accademia cinese delle scienze sociali.

4. La diffusione dell’opera di Gramsci e gli ultimi sviluppi

Le diverse letture della vita e delle posizioni dell’intellettuale sardo non impedirono lo sviluppo della penetrazione delle opere gramsciane in Cina. Nel corso degli anni ottanta vennero tradotte e pubblicate una selezione di Quaderni dal carcere[16], Gramsci e la letteratura[17], gli Scritti scelti di Gramsci da un’edizione russa, La vita di Antonio Gramsci[18] di Giuseppe Fiori e, tra gli altri, il libro di Palmiro Togliatti Antonio Gramsci, curato da Ernesto Ragionieri[19]. Una bella riconoscenza ex post per il più grande divulgatore di Antonio Gramsci, nonché colui che direttamente fu criticato dal PCC. Nel 1984 apparve anche la traduzione del libro di Giuseppe Tamburino Antonio Gramsci: la vita, il pensiero, l’azione.

Per quanto riguarda i quaderni, esistono due edizioni, che sono tutte e due parziali. La prima del 1983, della casa editrice del popolo, fu stampata in 13.000 copie. Era tradotta dal russo. Sempre nel 1983 l’antologia degli scritti di Gramsci sulla letteratura, della casa editrice della letteratura popolare, venne pubblicata in 8.800 copie

La seconda edizione dei quaderni (sempre una selezione) venne pubblicata dalla China Social sciences press nei primi anni del ventunesimo secolo dall’inglese in 5.000 copie

Il volume su Antonio Gramsci di Palmiro Togliatti, sempre del 1983 e della casa editrice del popolo, venne stampato in 4.000 copie, mentre la vita di Antonio Gramsci di Peppino Fiori in 8.000 copie.

A fine anni ottanta le pubblicazioni sul pensiero politico di Gramsci erano una decina[20]. Oggi sono molte di più: solamente dai documenti a mia disposizione risultano una settantina di pubblicazioni accademiche su Gramsci.

Gli scritti scelti di Gramsci (1916-1935), della casa editrice del popolo, stampati nel 1992, vennero riprodotti in 10.000 copie.

Si sono voluti presentare questi parziali dati sul numero di copie stampate per chiarire che le opere di Antonio Gramsci rimangono un elemento di nicchia e sottovalutato nel panorama culturale cinese. I numeri delle copie stampate sono, infatti, più adatte ad un paese come l’Italia che ad un paese come la Cina, che oltrepassa abbondantemente il miliardo di abitanti.

L’attenzione data al pensiero politico di Gramsci negli ultimi anni, tuttavia, è rimarcata dalla pubblicazione nel 2005 dell’edizione cinese de Il moderno principe, curata e tradotta dalla professoressa Chen Yue, autrice di un breve saggio intitolato Gramsci e la solitudine, testo ispirato al breve saggio di Louis Althusser, La solitudine di Machiavelli. Questo testo colloca nuovamente Gramsci all’interno del marxismo occidentale. Segno che il dibattito politico e culturale sulla collocazione di Antonio Gramsci non è né terminato né pienamente definito.

Le Lettere dal carcere, presentate nel 2007 in occasione delle celebrazioni del settantesimo della morte di Gramsci, sono probabilmente il segnale di una maturata ricerca di esattezza filologica, rispetto alla quale le edizioni degli anni ottanta lasciano a desiderare. Nel preparare le Lettere dal carcere, si è scelto l’edizione della casa Editrice l’Unità e il testo originale[21]. In un secondo momento 456 lettere sono state riordinato, favorendo l’unità del testo, la coerenza e la facilità di lettura da parte dei lettori. Sono poi state aggiunte 4 pagine di foto, 15 pagine di introduzione, 14 pagine di cronologia della vita e delle opere. La copertina, bianca con alcune righe orizzontali scure, dà l’idea della cella.

A oggi sono state distribuite 8.000 copie delle Lettere dal carcere. Questa iniziativa si è inserita in una crescita di interesse per Gramsci che Silvio Pons, che ha partecipato per conto dell’Istituto Gramsci alla presentazione di Pechino, ha confermato.

Nel 2008 è anche uscita la prima versione delle Lettere (1908-1926), in 6.000 copie.

La traduzione completa dei Quaderni dal Carcere in cinese potrebbe essere un ulteriore segno della penetrazione dello scrittore sardo in Cina. A fine 2007 una delegazione dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali ha visitato la Fondazione Istituto Gramsci proprio per discutere dell’edizione cinese dei Quaderni dal carcere, che è uno dei progetti messi in cantiere dall’Accademia.

La Fondazione Istituto Gramsci, in una pubblicazione del 2007, ospita un contributo di Liu Kang, dal titolo “Egemonia e rivoluzione culturale”[22]. Liu Kang si occupa di studi culturali cinesi negli Stati Uniti, e ha insegnato anche a Pechino e Taipei. È uno di quegli intellettuali cinesi della diaspora che, pur conoscendo il dibattito culturale cinese, non è organico agli eventi politici, sociali e culturali del Paese. Il contributo, perciò, non può essere considerata una originale elaborazione cinese sul pensiero gramsciano, quanto piuttosto un contributo, appunto, degli intellettuali cinesi della diaspora.

5. Materialismo pratico e utilità di Gramsci

Dal punto di vista filologico, Gramsci è soltanto all’inizio della sua penetrazione. La pubblicazione delle Lettere dal carcere e delle Lettere è un passo in avanti. La traduzione dei Quaderni dal Carcere in cinese potrebbe essere un ulteriore segno della penetrazione dello scrittore sardo in Cina.

C’è quindi un interesse verso Gramsci. Però ci dobbiamo porre alcune domande: cosa c’è dietro? Quali sono le motivazioni? Si tratta di domande alle quali è difficile rispondere. Si dovrebbero leggere i libri e gli articoli in cinese pubblicati nell’ultimo ventennio su Gramsci.

Silvio Pons, che pure ammette anche lui i limiti delle sue affermazioni, riporta l’impressione per cui l’interesse per Gramsci in Cina è legato ad una certa visione della storia del marxismo, simile a quella che poteva esserci in URSS negli anni ottanta, per cui Gramsci dava ricchezza alla tradizione comunista[23]. Si trattava, nell’Unione Sovietica della perestroika, di passare dall’ortodossia marxista ad una visione del marxismo aperta, in cui potessero convivere diverse tendenze.

Allo stesso modo, introdurre Antonio Gramsci in Cina è utile al fine di movimentare il confronto teorico sul marxismo. Si afferma l’idea, figlia sia delle diverse condizioni economico-sociali cinesi che del mutato contesto politico-ideologico, che il marxismo possa essere vario. E allora vengono riammessi nella grande famiglia marxista Antonio Labriola, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, per fermarci agli italiani.

Si tratterebbe, perciò, di una modalità di utilizzo di Antonio Gramsci molto diversa rispetto a quella sviluppatasi, per esempio, in India con gli studi subalterni[24].

Ci sarebbe, poi, da discutere un’altra domanda: fino a che punto Gramsci può aiutare la Cina oggi? Per quanto riguarda la categoria di egemonia, per lungo tempo ci furono molte discussioni su come tradurla in cinese. Era la spia della difficoltà di tradurre in cinese, e quindi di importare nella cultura cinese, un autore peculiare come Antonio Gramsci. Un autore profondamente legato all’Occidente e alla sua civiltà. Tuttavia, il fatto che oggi in Cina egemonia venga correttamente intesa come direzione consapevole è un segno dei tempi.

Come abbiamo visto, per Tian Shigang Gramsci è uno dei teorici marxisti più creativi dopo la scomparsa di Lenin. E aggiunge: “La principale tendenza del suo pensiero filosofico è il neomaterialismo, il materialismo pratico”[25]. Tian continua: “ritengo inoltre infondato […] affermare che il ‘monismo pratico’ di Gramsci sia la base della sintesi dell’idealismo e del materialismo in generale, poiché integrando il suo elogio delle marxiane Tesi su Feuerbach, le sue critiche a Hegel e Croce, e quelle al materialismo volgare di Bucharin e Bordiga, si può logicamente trarre la conclusione: il pensiero di Gramsci è identico a quello di Marx. […] Il ‘monismo pratico’ di Gramsci rappresenta una profonda comprensione del materialismo storico di Marx”[26].

Poi usa il termine “materialismo pratico”. Ma cosa vuol dire[.1] ? Il termine non è molto chiaro. Non ho trovato una spiegazione convincente. Gianni Fresu, giovane studioso di Gramsci, interpellato scrive: “francamente anche a me sfugge il senso dell’espressione materialismo pratico, magari mi sbaglio ma non credo che Gramsci stesso l’apprezzerebbe, almeno tenendo conto di quel che scrive sul saggio popolare di Bucharin nei quaderni. Però può essere che la traduzione del termine sia fuorviante”[27]. Tian Shigang, contattato, sostiene che materialismo pratico è uguale a filosofia della prassi e che filosofia della prassi è uguale a materialismo storico.

Si è deciso di riportare, in questo breve saggio, sia la querelle sul marxismo occidentale sia quella sul materialismo pratico di Gramsci per chiarire come gli studi gramsciani abbiano ancora molta strada di fronte a sé nella Repubblica Popolare Cinese.

In generale, il marxismo cinese vive 1) il problema di vivere in un paese in cui l’economia di mercato si sviluppa grazie all’azione convinta del partito comunista al potere e 2) una condizione di basso profilo cronica.

Nel 2001 Marxismo Oggi, che insieme a Critica Marxista è una delle pochissime riviste teoriche marxiste in Italia, ha pubblicato un numero monografico dal titolo “La Cina e il marxismo”, che riportava le traduzioni delle relazioni più importanti al convegno internazionale sulla filosofia marxista nel ventunesimo secolo, che si è tenuto a Pechino il 30 e 31 ottobre 1999[28]. Tutte le relazioni a mia disposizione non citano Antonio Gramsci.

L’unico a citarlo è Domenico Losurdo, che cita Gramsci a proposito della NEP (la Nuova Politica Economica), una politica economica di apertura all’economia di mercato attuata in URSS tra il 1921 ed il 1924. La cita per tentare un parallelo tra la NEP sovietica e l’attuale fase economico-sociale cinese, cioè una fase caratterizzata dalla sfasatura tra “sfera politica (con il rigoroso controllo del potere politico da parte del partito comunista) e sfera economica (dove si fanno sentire la presenza e l’influenza di uno strato borghese più o meno ampio e più o meno forte[.2] )”.

Lo stesso Losurdo, in “Fuga dalla Storia” torna su questi temi, e lega ciò che Gramsci scrisse sulla NEP a ciò che Mao scrisse quando tracciò una linea di confine tra “espropriazione economica” ed “espropriazione politica” nella rivoluzione cinese, cioè nella rivoluzione di un paese non ricco[29].

C’è poi un secondo aspetto di Antonio Gramsi che, secondo Losurdo, potrebbe rivelarsi utile per i cinesi: le sue note sul legame tra rivoluzione e questione nazionale. Un tema spesso passato sotto traccia nel XX secolo, ma oggi di stretta attualità, in Cina e non solo[30].

6. Conclusioni

Gramsci è stato scoperto tardi in Cina. È difficile dire quanto il suo pensiero, oggi, sia studiato nelle università e nei centri di ricerca cinesi. I numeri delle pubblicazioni che lo riguardano, data la grandezza della Repubblica Popolare, non sono confortanti.

Però Antonio Gramsci è sempre più utile alla Cina. Più utile perché l’Impero di Mezzo ha conosciuto un processo di industrializzazione, di modernizzazione fordista e post-fordista allo stesso tempo, che sta rendendo il paese diverso, dal punto di vista delle formazioni economico-sociali, rispetto a 50 anni fa. Più utile perché in una società complessa e mediata come la nostra, e come quella cinese, le questioni dell’egemonia, della riforma economico-morale, delle casematte e della rivoluzione passiva sono pane quotidiano sia per chi vuole dotarsi di strumenti analitici adeguati a scoprire la realtà cinese sia per chi quei processi (partito, università, stato, sindacato, media), li vuole governare.

Sommessamente e con attenzione, ma anche convintamente, il messaggio della patria di Antonio Gramsci agli amici cinesi dovrebbe essere: “insieme continuiamo e approfondiamo lo studio di Gramsci. Come sempre, lo studio del passato serve a capire meglio il presente. E lo studio di Gramsci, oggi, potrebbe essere molto utile per capire cosa succede in Cina”.


7. Bibliografia

Avanzino Federico, “La ricezione del marxismo in Cina”, in Mondo Cinese, n. 47, settembre 1984

Bergère Marie-Claire, La Cina del 1949 ai giorni nostri, Il Mulino, Bologna 2000

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Guha Ranajit, Chakravorty Spivak Gayatri, Subaltern Studies Modernità e (post)colonialismo, Ombre Corte, Verona 2002

Liu Kang, “Egemonia e rivoluzione culturale”, in Vacca Giuseppe, Capuzzo Paolo e Schirru Giancarlo (a cura di), Studi gramsciani nel mondo – Studi culturali, Il Mulino, Bologna 2008

Losurdo Domenico, Stalin: storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma 2008

Losurdo Domenico, Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, La Città del Sole, Napoli 2005

“La Cina e il marxismo”, Marxismo Oggi, n° 1, anno 2001

Nisbett Richard E., Il Tao e Aristotele: perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso, Rizzoli, Milano 2007

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Tian Shigang, “Studi gramsciani in Cina”, in Maria Luisa Righi (a cura di), Gramsci nel mondo : atti del Convegno internazionale di studi gramsciani, Formia, 25-28 ottobre 1989, Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1995, pp. 185-189

Vacca Giuseppe, Schirru Giancarlo (a cura di), Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, Il Mulino, Bologna 2007


[1] Giuseppe Vacca, Giancarlo Schirru (a cura di), Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, Il Mulino, Bologna 2007, p. 10.

[2] Per una trattazione agevole del tema cfr. Richard E. Nisbett, Il Tao e Aristotele: perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso, Rizzoli, Milano 2007

[3] In italiano Lucio Lombardo Radice, Giuseppe Carbone, Vita di Antonio Gramsci, Edizioni di cultura sociale, Roma 1952.

[4] Longba’erduo-ladisi ,隆巴尔多—拉第斯, (Lucio Lombardo Radice), Ka’erpeng ,卡尔朋, (Giuseppe Carbone), Gelanxi des shengping ,葛兰西的生平, (Vita di Gramsci) tradotto in cinese da Huang Yinping (黄荫兴), Beijing, Shijie zhishi chubanshe ,世界知识出版社, 1957. Cfr. Andrea Pira, Gli studi gramsciani in Cina, Tesi di Laurea, Roma 2008, p. 15.

[5] Sulla campagna dei cento fiori cfr. Marie-Claire Bergère, La Cina del 1949 ai giorni nostri, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 90-107

[6] Lucio Lombardo Radice, Giuseppe Carbone, cit., p. 5.

[7] Cfr. Sophie Quinn-Judge, Ho Chi Minh: the Missing Years 1919-1941, Hurst, London 2003.

[8] Per una visione d’insieme sul conflitto sino-sovietivo cfr. Paolo Calzini, Enrica Collotti Pischel (a cura di), Coesistenza e rivoluzione – Documenti sulla disputa cino-sovietica, Einaudi, Torino 1964

[9] Xu Chongwen, 徐崇文, Baowei weiwu bianzhengfa,保卫唯物辩证法 (In difesa della dialettica materialistica), Beijing, Renmin chubanshe ,人民出版社,1980

[10] Andrea Pira, cit., p. 22.

[11] Cfr. Idem, p. 24.

[12] Sul tema si veda l’intera opera di Enrica Collotti Pischel. Per una breve visione d’insieme cfr. Federico Avanzino, “La ricezione del marxismo in Cina”, in Mondo Cinese, n. 47, settembre 1984

[13] Tian Shigang, “Studi gramsciani in Cina”, in Maria Luisa Righi (a cura di), Gramsci nel mondo : atti del Convegno internazionale di studi gramsciani, Formia, 25-28 ottobre 1989, Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1995, p. 187.

[14] Mao Yunze, 毛韵泽, Gelanxi zhengzhijia, qiutu he lilunjia, 葛兰西政治家,囚徒和理论家, (Gramsci politico, prigioniero e politico), Beijing, Qiushi chubanshe, 求实出版社, 1987. Cfr. Andrea Pira, cit., p. 28.

[15] Idem, p. 29.

[16] Andongni’ao Gelanxi, 安东尼奥·葛兰西, (Antonio Gramsci), Yuzhong zhaji, 狱中札记, (Quaderni del carcere), tradotto in cinese da Bao Xu, 葆煦, Beijing, Renmin chubanshe ,人民出版社, 1983. Cfr. Andrea Pira, cit., p. 27.

[17] Andongni’ao Gelanxi, 安东尼奥·葛兰西, (Antonio Gramsci), Lunwenxue, 论文学, (Gramsci e la letteratura), tradotto in cinese da Lü Tongliu, 吕同六, Beijing, Renmin wenxue chubanshe,人民文学出版社, 1983. Ibidem.

[18] Zhusaipei Fu’aoli ,朱塞佩·费奥里, (Giuseppe Fiori), Gelanxi zhuan, 葛兰西传, (Vita di Antonio Gramsci), tradotto in cinese da Wu Gao, 吴高, Beijing, Renmin chubanshe ,人民出版社, 1983. Cfr. Ibidem.

[19] Taoliyadi, 陶里亚蒂 (Palmiro Togliatti), Taliyadi lun Gelanxi, 陶里亚蒂论葛兰西, (Antonio Gramsci di Palmiro Togliatti), tradotto in cinese da Yuan Huaqing, 袁华清, Beijing, Renmin chubanshe ,人民出版社, 1983. Ibidem.

[20] Nel 2009, secondo un documento consegnatomi da Tian Shigang, le pubblicazioni riguardanti Antonio Gramsci sarebbero almeno 63.

[21] Si ringrazia il professore Tian Shigang per tutta la consulenza fornitami ed, in particolare, per queste informazioni.

[22] Liu Kang, “Egemonia e rivoluzione culturale”, in Giuseppe Vacca, Paolo Capuzzo e Giancarlo Schirru (a cura di), Studi gramsciani nel mondo – Studi culturali, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 173-196.

[23] Si ringrazia Silvio Pons, presidente dell’Istituto Gramsci, per l’intervista telefonica concessa.

[24] Cfr. Guha Ranajit, Chakravorty Spivak Gayatri, Subaltern Studies Modernità e (post)colonialismo, Ombre Corte, Verona 2002.

[25] Tian Shigang, “Studi gramsciani in Cina”, in Maria Luisa Righi (a cura di), Gramsci nel mondo : atti del Convegno internazionale di studi gramsciani, Formia, 25-28 ottobre 1989, Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1995, p. 187.

[26] Ibidem.

[27] Si ringrazia Gianni Fresu per la collaborazione.

[28] Cfr. Marxismo Oggi, n° 1, anno 2001

[29] Domenico Losurdo, Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, La Città del Sole, Napoli 2005

[30] Nel suo ultimo lavoro Losurdo ritorna sul tema. Cfr. Domenico Losurdo, Stalin: storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma 2008


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