
E’ stato pubblicato da poco il volume del geografo David Harvey “Il capitalismo contro il diritto alla città”. Si trattta di un libro che propone una visione nuova, e corretta, della città e del diritto alla città. Vi propongo un sunto del libro, che consiglio di leggere per intero.
Enrico Lobina
David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, 2012.
APPUNTI
I diritti umani sono basati su individualismo e proprietà, ma non criticano i modelli neoliberisti e neoliberali di legalità e azione statale.
Nel mondo la proprietà sta sopra i diritti umani. Solo eccezionalmente le lotte per i diritti collettivi hanno prodotto risultati importanti.
Viole: esaminare il diritto collettivo alla città [Riferimento a Lefebvre]
Per Park [sociologo urbano] dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri la città è il più duraturo e il più riuscito.
La città è il mondo che l’uomo ha creato ed in cui è condannato a vivere.
Creando la città l’uomo ha ricreato se stesso.
Il diritto alla città è molto più di un diritto di accesso alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. [Pag. 8]
È un diritto più collettivo che individuale.
Negli ultimi 100 anni, secondo Park, non c’è stata consapevolezza di questo, per cui Harvey conclude che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo.
Oggi esistono diversi tipi di ansia, malcontento o entusiasmo nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide [rispetto al passato]. Tuttavia manca il coraggio di una critica più sistematica.
Siamo il pianeta degli Slum.
“Rivendicare il diritto di città nel senso che qui intendo fare significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite agendo in modo diretto e radicale.”
L’urbanizzazione è un fenomeno di classe.
Il capitalismo è basato sulla ricerca del plus-valore, che per essere prodotto deve comportare un’eccedenza di prodotto e viceversa: il capitalismo ha bisogno dell’urbanizzazione per assorbire i prodotti eccedenti che produce in continuazione. La sovrapproduzione è assorbita dall’urbanizzazione e viceversa.
Questo dimostra l’esistenza di un legame intimo tra capitalismo e urbanizzazione.
Cosa fa il capitalista del profitto di un giorno? Lo reinveste o lo utilizza per le veste voluttuarie? Le leggi coercitive della concorrenza lo obbligano a reinvestire.
Eccedenza usata per produrre altra eccedenza.
Ora si assiste anche all’utilizzo della tecnologia come “discriminante” per capire quale capitalista sia il migliore. Quindi nuove forme di tecnologia e organizzative continue.
Per quanto concerne l’urbanizzazione capitalista, secondo Harvey essa svolge un ruolo particolarmente attivo (assemblata a fenomeni come le spese militari) nell’assorbire le eccedenze che i capitalisti producono costantemente nella loro ricerca di plus valore.
Harvey a l’esempio di Parigi nel 1848 e racconta la storia di Haussmann.
La comune: uno dei più grandi esperimenti rivoluzionari nella storia urbana del capitalismo.
1872: caduta della comune. Chi è stato il responsabile?
Usa, 1942 [Pag 15]. Moses a New York come Haussmann a Parigi: trova il modo di assorbire la sovrapproduzione risolvendo il problema delle eccedenze del capitale.
In America, oltre che la costruzione di nuove infrastrutture, come a Parigi, ciò comporto anche il cambiamento di stili di vita, [utilizzo di frigoriferi, condizionatori, doppia auto etc., che presero parte all’assorbimento delle eccedenze].
Questo, secondo Moses, comportò che nel 1968 negli USA si determinò un intrinseco squallore della vita delle periferie e da qui la nascita del movimento studentesco. Gli studenti bianchi di classe media, esasperati, organizzano una stagione di rivolta, e con altri gruppi di emarginati scesero in strada contro l’imperialismo americano [non mancarono però le correnti anarchiche e libertarie in contrapposizione].
William Tabb ha dimostrato l’originale risposta di tipo neoliberista al problema: il potere classista del capitale doveva essere protetto, a spese delle condizioni di vita della classe operaia, mentre il mercato doveva essere libero di operare.
Ma come rivitalizzare la capacità di assorbimento delle eccedenze?
Fino al 2008 in USA c’era la ferma convinzione che il mercato immobiliare fosse un importante stabilizzatore dell’economia.
L’urbanizzazione è diventata globale[p. 19], interessando i mercati di Spagna, Inghilterra, Irlanda etc. L’urbanizzazione della Cina è stata diversa poiché è stata costituita principalmente dalla costruzione di infrastrutture [dighe e autostrade].
[P. 20] Quasi ogni città ha vissuto un boom di costruzioni per ricchi [somiglianze spesso irritanti nel mezzo di un’ondata di migranti impoveriti che converge sui centri urbani via via che la classe agricola rurale è espropriata con l’industrializzazione e commercializzazione dell’agricoltura].
Questo nuovo boom dell’urbanizzazione in diverse città, con opere spettacolari e illogiche, si fonda sulla creazione di nuovi istituti e accordi finanziari tesi a raccogliere il credito per sostenerlo. In questo modo è stato possibile distribuire il rischio e consentire ai detentori dei risparmi in eccedenza un più facile accesso al surplus di domanda di abitazioni, e ha tenuto bassi i tassi di interesse composto. [Con vantaggio immenso per gli intermediari finanziari che operavano queste magie]
Ma la distribuzione del rischio non equivale a eliminazione.
Parigi 1986/87 —– USA 2008: la crisi è concentrata sia all’interno che nelle periferie delle città. Negli USA particolari gravi conseguenze per afroamericani di basso reddito e madri single dei ghetti urbani, o quelli che pensando che fosse più conveniente vivere in periferia poi hanno dovuto fronteggiare il rincaro della benzina.
Viviamo in città sempre più divise, frammentate e inclini al conflitto. La nostra visione del mondo e delle possibilità che ci offre dipendono dalle nostre condizioni economiche e dal tipo di consumismo a cui abbiamo accesso. Negli ultimi decenni la svolta neoliberista ha restituito il potere alle élite ricche.
I movimenti urbani nascono per tentare di sopperire a questo. Harvey si chiede: esiste un’alternativa urbana? E in caso affermativo da dove potrebbe venire?
Harvey cita Engels- “La questione delle abitazioni”, e conferma l’attualità del testo del 1872.
Riporta l’esempio di Mumbai e Shanghai, nelle quali vi sono ormai baraccopoli molto ambite e stravalutate [che si vorrebbe sgomberare per ragioni sociali che nascondono l’intento speculativo.]
I poteri finanziari appoggiati dagli stati premono per lo sgombero coatto degli slum.
Anche negli USA non è raro che si abusi del potere di espropriazione per pubblica utilità [da soluzioni abitative dignitose a centri commerciali].
C’è l’esempio di Seoul: vengono assoldati energumeni da imprese edili per sfasciare quartieri.
In Cina viene offerto del denaro [non esistendo un diritto privato composito] per trovare alloggio altrove- prima di consegnare la terra ai costruttori realizzando un alto saggio di profitto.
Lefebvre nel 1960 sosteneva che la netta distinzione di un tempo tra urbano e rurale si stava gradualmente dissolvendo, dando vita a una serie di spazi porosi di sviluppo geografico ineguale sotto il controllo egemonico del capitale e dello stato.
Centri inaccessibili per i poveri o classi con reddito basso o medio [P. 32].
Il microcredito ha offerto nuove possibilità in alcune realtà. Generalmente però alimenta il macrocredito.
[P. 35.] “Dov’è il nostro ’68 o, ancora più vigorosamente, dov’è la nostra versione della comune?”
“Il nostro tempo ha molte più crepe e insicurezze e sviluppi geografici diseguali. Al contrario rispetto al sistema finanziario i movimenti sociali di opposizione urbani e metropolitani, per quanto numerosi nel mondo, non sono strettamente collegati.”
Ma se dovessero unirsi cosa dovrebbero chiedere?
“Un maggiore controllo democratico sulla produzione e sull’uso delle eccedenze [attraverso l’urbanizzazione]”.
[Avere un surplus di produzione non è sempre un male- anzi talvolta è decisivo per una sopravvivenza accettabile.]
Il plusvalore in parte è prelevato dallo stato tramite la tassazione.
Nell’ultimo trentennio l’intero programma neoliberista è stato orientato alla privatizzazione del controllo sulle eccedenze. La parte controllata dallo stato resta invariata dagli anni’70.
Ulteriore innovazione è stata quella di creare nuovi organismi di controllo che integrino l’interesse statale e quello della società privata e che, con l’utilizzo del potere monetario, garantiscono che il controllo dell’erogazione delle eccedenze esercitato dallo stato finisca sempre per favorire il grande capitale e le classi superiori nella formazione del processo urbano.
A fronte della crisi immobiliare negli USA perché la Federal Reserve e il tesoro americano non hanno esteso gli aiuti in liquidità a medio termine alle famiglie sotto minaccia di pignoramento, affinché si fosse una rinegoziazione dei mutui a tassi più ragionevoli?
Nel XXI secolo dobbiamo ancora vedere un movimento coerente di opposizione a questo sistema.
[Nonostante la presenza massiccia di movimenti per i diritti collettivi] non si è ancora trovato un punto di convergenza sull’obiettivo specifico di un maggior controllo sull’uso delle eccedenze.
“Forse dopotutto aveva ragione Lefebvre quando più di 40 anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione della nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla” [P. 39]
Il diritto alla città. La visione di Henry Lefebvre. [Pag 40]
Lefebvre sosteneva che questo diritto fosse un grido, una richiesta, in risposta al dolore devastante per la crisi della vita quotidiana nella città.
La richiesta è di guardare in faccia la realtà e trovare alternative a questa crisi urbana.
Per quanto importante, il pensiero di Lefebvre non è il cardine di cambiamento. Questo va ricercato nell’attività dei movimenti sociali urbani.
Harvey fa l’esempio del Brasile e della strana collisione avvenuta negli anni ’90 tra neoliberismo e democratizzazione. Da qua l’inserimento nella costituzione del 2001 di clausole che garantiscono il diritto alla città. Ciò va attribuito alla forza e all’importanza dei movimenti sociali urbani nel promuovere la democratizzazione, in particolare per quanto riguarda la questione della casa.
“Conveniamone: l’idea di diritto alla città non nasce principalmente da qualche moda o capriccio intellettuale (anche se, come sappiamo, in giro non mancano). Essa nasce in primo luogo nelle strade e nei quartieri, come grido di aiuto e sostegno da parte di popoli oppressi in tempi disperati.”
[Pag. 46]
“Tuttavia, gran parte della sinistra tradizionale ha ancora difficoltà a fare i conti con il potenziale rivoluzionario dei movimenti sociali urbani, che vengono spesso liquidati come movimenti né rivoluzionari né autenticamente di classe.”
“Precariato” ha sostituito “Proletariato”
Zone rurali: non vi è più la tradizione agricola contadina di auto sussistenza, ma solo zone di approviggionamento di beni agricoli destinati ai mercati urbani o per gli week-end o tempo libero.
Lefebvre profetizzò che questo fenomeno stava diventando globale.
-Marx “Tra diritti uguali decide la forza” [Il capitale]: i finanzieri hanno il diritto di rivendicare il diritto alla città, ma questo diritto ce l’hanno anche i senzatetto e gli immigrati. Chi è il più forte?
“La città tradizionale è stata uccisa dal rampante sviluppo capitalistico, vittima dell’incessante bisogno di circolazione della sovraccumulazione di capitale, che ha condotto una crescita urbana infinita e tentacolare, senza preoccuparsi di conseguenze sociali, ambientali e politiche.”
Lefebvre suggerisce come compito politico di immaginare e ricostruire un tipo completamente diverso di città, lontana da questo immondo bazar creato da un capitale che globalizza e urbanizza in modo sfrenato. La condizione necessaria è che si crei un movimento anticapitalista che abbia l’obiettivo di trasformare la vita quotidiana urbana.
“Solo quando la politica si concentrerà sulla produzione e la riproduzione della vita urbana come centro di elaborazione di impulsi rivoluzionari, sarà possibile mettere in moto delle lotte anticapitaliste in grado di trasformare la vita quotidiana” [P. 50]
“Inseguire il diritto alla città è dunque inseguire una chimera? In termini puramente fisici, sicuramente si. Ma le lotte politiche sono animate tanto dalle visioni quanto dalla concretezza.”
Eterotopia. Più gruppi interconnessi, volti a creare qualcosa di diverso tramite la ricerca di centralità, poiché la centralità tradizionale è stata distrutta. In tutto questo la rivoluzione non è necessaria.
Le radici urbane delle crisi finanziarie [P. 53]. La terra non è una merce nel senso comune.
“L’idea che una città possa cavarsela bene (in termini di accumulazione di capitale) mentre i suoi abitanti (esclusa una classe i privilegiati) e l’ambiente se la passino male non è mai presa in considerazione”
Crisi dal ’73 in poi.
I culmini li abbiamo vissuti negli anni:
1929;
1973;
1987;
2000.
Harvey pensa che il pensiero in ambito marxista sia risultato penoso. Simile a quello dell’economia borghese.
[P. 72] Per il suo funzionamento l’urbanizzazione richiede una combinazione di capitale finanziario e impegno statale.
Responsabilità dello stato che promuove e sostiene i valori economici e culturali capitalisti.
Harvey critica i teorici marxisti, rei di non occuparsi abbastanza di temi e realtà importanti.
“Perché non riconcettualizzare il luogo di produzione di plus valore come la città più che la fabbrica?” [P. 98].
“La trasformazione della vita urbana, e soprattutto l’abolizione dei rapporti di classe nel produrre l’urbanizzazione sarà una delle vie, se non l’unica, verso una transizione anti-capitalista. Questo è ciò che la sinistra deve immaginare come elemento al centro della sua strategia politica negli anni a venire.” [P. 106].
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