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VOGLIAMO UN SINDACATO ATIPICO – DI MANUELE BONACCORSI E ANDREA CALABRETTA

March 26th, 2013  |  Published in In evidenza, Mondo, Politica

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Dobbiamo cambiare il sindacato. Questo articolo di Manuele Bonaccorsi, apparso sull’ultimo numero di Left (www.left.it), ci racconta come. Ve lo consiglio.

 

 Vogliamo un sindacato atipico

Parlano i lavoratori di Terza generazione. Autonomi, partite Iva, professionisti. Senza welfare, diritti, rappresentanza. Non credono più nelle organizzazioni confederali. E preferiscono il “fai da te”: piccole associazioni mutualistiche.
Mentre la Cgil corre ai ripari: dobbiamo dialogare con i nuovi mestieri.

 

Guai a chiamarla finta lavoratrice autonoma. Ti risponde a muso duro: «Volete capirlo o no che l’era di Fantozzi e Cipputi è finita?», schernisce. E poi, più seria: «È una scelta, la mia. Non è un obbligo. Una scelta che mi permette di riconquistare la libertà del mio tempo di vita». Che detto da una donna, ha tutto un altro suono. A parlare è Elena Doria, partita Iva, di professione traduttrice, lavoratrice autonoma fortemente professionalizzata. Ma, sorpresa, non rientra in nessuna delle categorie con le quali siamo soliti definire il popolo delle partite Iva: non vuole un lavoro fisso; non evade le tasse; non ha uno stipendio a cinque cifre. «Il sindacato è rimasto al Novecento. È una burocrazia, che si arroga il diritto di rappresentare tutti i dipendenti.

Ma fa solo la parodia del conflitto e si mette contro un terzo dei lavoratori». Beppe Allegri, di mestiere formatore, reddito sotto i 30mila euro lordi l’anno, animatore del blog V Stato, parla lentamente, scandendo le parole. Ma il significato è come un urlo: «Sì, il sindacato è stato un freno all’aggiornamento delle tutele. Dinanzi al governo Monti, Camusso ha fatto solo una battaglia per detassare le tredicesime. Difende solo gli operai delle grandi fabbriche o quel che ne resta». Beppe non ha una tessera sindacale in tasca. E non vuole averla. «Il sindacato che ci serve deve tornare alle origini. Al mutuo soccorso: welfare, sostegno al reddito, formazione. Deve chiedere diritti universali, che non passino per un contratto di lavoro, che proteggano l’individuo».

Eccolo, il proletariato del III millennio, il V Stato, i lavoratori invisibili. Invisibili, ma tanti. Un esercito. Per intenderci, gli operai con un contratto da metalmeccanico in Italia sono 1,6 milioni. Settecentomila i tessili, gli edili sono 1,2 milioni. O meglio, erano, prima della crisi. Oggi gli iscritti a un ordine o a un collegio professionale sono oltre due milioni, 3,4 milioni gli autonomi. Di questi ultimi il 44 per cento guadagna meno di 1.500 euro al mese. Il V stato ha studiato molto, forse più della sua classe dirigente. Non crede nel sindacato, preferisce piccole associazioni mutualistiche. Non chiede la cassa integrazione, ma un welfare per tutti, reddito di cittadinanza o salario sociale che sia. Forse vota anche Movimento 5 stelle. C’è anche questo mondo dietro al terremoto del

24 febbraio. Che non ha affossato solo i partiti, ma anche i corpi intermedi, a partire dal grande sindacato di massa. Le politiche le ha perse anche la Cgil, ammettono a bassa voce i dirigenti sindacali. Lo ripetono i sociologi sui giornali. E lo confermano i salariati di seconda e terza generazione, persi nel loro isolamento e nei loro modelli unici semivuoti.

Il sindacato «è arrivato In ritardo». Così, a differenza del suo predecessore novecentesco, il proletariato del III millennio non ha punti di riferimento. Le strutture di rappresentanza canoniche

non sembrano più adatte alla loro realtà. «È utopistico pensare che i le organizzazioni classiche possano rappresentarci, perché il lavoro oggi è super parcellizzato», afferma Paola di “Iva 6 partita”, associazione che raccoglie architetti e ingegneri precari. «Non esiste più la fabbrica che occupa mille operai. Noi siamo dispersi in micro realtà, cambiamo impiego ogni tre mesi. In questo sistema così liquido, qual è il posto della rappresentanza sindacale?», continua Paola. «È una situazione “post sindacale”, nel senso che anche la forma sindacato nel mondo attuale viene messa in discussione. Non credo alla fine dei partiti né dei sindacati. Ma alla fine della forma in cui queste strutture si sono manifestate finora, sì», afferma Viola, giornalista, animatrice del collettivo #errori di stampa. «Servono strutture più liquide. C’è voglia di auto rappresentanza, di mantenere un profilo di autonomia che ti permetta di riunire intorno a te i colleghi».

Per uscire da questa impasse i precari hanno dovuto prendere in mano le proprie rivendicazioni. E rappresentare se stessi. Nascono così negli ultimi anni coordinamenti e associazioni di professionisti, autonomi e atipici. Con «due obiettivi principali. Uno è quello di denunciare le condizioni di sfruttamento: la mancanza di diritti, di welfare. L’altro è raccogliere in una struttura non propriamente sindacale la massa di colleghi», racconta ancora Viola, di #errori di stampa.

Il V Stato vuole ottenere risultati tangibili. Che variano da mestiere a mestiere. Così se gli archeologi chiedono il riconoscimento legale della professione, i giornalisti l’attuazione del contratto nazionale. Mentre le partite Iva si battono per ottenere un contratto scritto. Quelli di Acta, l’Associazione dei consulenti del terziario avanzato, lottano per una riduzione dei contributi previdenziali per le partite Iva, e offrono servizi di formazione e di recupero crediti. «Per noi è un’emergenza. Sono troppi i committenti che non pagano», spiega Adele. «Dobbiamo fare pressione sui policy maker per ottenere provvedimenti migliorativi. Ad esempio oggi le partite Iva pagano un’aliquota del 27 per cento e si parla già di portarla al 33. L’obiettivo della legge Fornero era di evitare che il lavoro precario costasse meno di quello subordinato. Ma io non sono una falsa lavoratrice autonoma. Sono una vera lavoratrice autonoma», continua Adele.

Quelli di Strade, associazione professionale dei traduttori, hanno scelto una via ancora piùantica: il mutuo soccorso. Come nel sindacato dell’800, che nasceva tra gli operai esperti, professionali, impegnati nella solidarietà reciproca. «Abbiamo aperto nel 2011 una convenzione con un’associazione di mutuo soccorso. È diversa da un’assicurazione, non fa profitti, risponde solo all’assemblea dei soci. Funziona così: paghiamo una quota annua, 240 euro, e l’associazione ci rimborsa malattia, ticket e maternità», spiega Elena Doria. «D’altronde il governo ha aumentato le tasse sulle partite Iva, ma ha lasciato nostra contribuzione per la malattia ferma allo 0,72 per cento». Con questo mondo di piccole associazioni – sono 196 quelle censite dal Cnel – il sindacato sta provando a costruire un rapporto.

E come sempre, si parte da un’autocritica: «Forse qualcosa da rimproverarci ce l’abbiamo. L’errore più grave commesso in questi anni dalla Cgil è stato quello di aver sottovalutato il fenomeno del precariato», ha ammesso il segretario generale Susanna Camusso. «Per anni abbiamo visto il mondo dei precari come se fosse un universo numericamente ridotto, contenuto: senza capire invece che quel mondo ormai era entrato, purtroppo, a far parte del tessuto sociale». Continua ancora il leader del più grande sindacato italiano: «La legge 30, quella sul lavoro, noi non l’abbiamo mai condivisa; ma una volta che quella legge è stata approvata avremmo dovuto preoccuparci di come rappresentare i diritti dei nuovi lavoratori. Non l’abbiamo fatto». Le fa eco Carla Cantone, segretaria dello Spi, il sindacato pensionati della Cgil. «Serve una maggiore presenza sul territorio, nuove forme organizzative capaci di raggiungere ogni impresa, ogni tipo di lavoro. Ci siamo mossi in questa direzione con troppa lentezza, anche perché la divisione sindacale e i governi Berlusconi e Monti ci hanno spinto sulla difensiva. Ora dobbiamo passare all’attacco».

In ritardo, certo, ma il sindacato sta cambiando direzione. Prendendo coscienza del fatto che il mondo è andato avanti. E un pezzo di lavoro non risponde più alle classiche dinamiche sindacali. Ma seppure in ritardo la Cgil sembra l’unico tra i grandi sindacati a voler affrontare il problema. Uno tra i mezzi è lo studio appena pubblicato per Ediesse: In-flessibili. Un manuale per la contrattazione aziendale, dedicato a precari e lavoratori autonomi. Che rappresenta un’inversione a 180 gradi rispetto al classico obiettivo di “stabilizzare” tutti gli autonomi.

Il “manuale” spiega come coinvolgere direttamente i lavoratori di terza generazioni, farli partecipare a Rsu e delegazione trattante. Invita i sindacalisti a rispettare il loro desiderio di autonomia. Provando a introdurre, subito e adesso, nuovi diritti nei nuovi lavori.

«Il problema è che la distinzione tra impiego autonomo e subordinato è oggi molto flebile », spiega Francesco Sinopoli dell’Flc-Cgil, 37 anni, giovane sindacalista cresciuto in mezzo al boom della precarietà. «Ci sono ampi margini di autonomia nel lavoro subordinato. E tanti autonomi, invece, non sono autonomi per niente. Eppure oggi solo se stai nella cittadella del lavoro subordinato hai diritti. Altrimenti sei fuori dalla cittadinanza», continua il sindacalista.

«La realtà ha due facce: da un lato c’è un lavoro autonomo finto, che è servito alle imprese solo per ridurre i costi. Dall’altro al di fuori del perimetro del sindacato sono nate nuove identità, gelose della proprio autonomia, che è difficile rappresentare. Per risolvere questa contraddizione dobbiamo universalizzare il welfare. Su questo abbiamo sbagliato a non fare una battaglia di massa. E dobbiamo tornare a fare i conti con la rappresentanza dei mestieri, dialogare con le organizzazioni degli autonomi e coi movimenti, per rappresentare le nuove identità dei lavoratori».

«È vero, dei nuovi lavori per anni ce ne siamo fregati», ammette Fabrizio Solari, segretario confederale della Cgil. «Ma non si può dire che il sindacato confederale non serva più, il lavoro dipendente esiste ancora, eccome. E serve ancora una capacità di rappresentanza generale.

Piuttosto dobbiamo aggiungere altre capacità alla nostra azione, aprirci al nuovo», continua il sindacalista. Come? «In primis, rimettere le professionalità, i mestieri nel perimetro della rappresentanza sindacale. Poi, modificare il modello contrattuale: meno contratti, più inclusivi. Infine, rivendicare un welfare davvero universalistico».

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