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AUTORECUPERO – COME UTILIZZARE IL PATRIMONIO A FINI ABITATIVI

April 10th, 2013  |  Published in Cagliari, In evidenza, Politica

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Cagliari ha 900 famiglie in graduatoria per una casa popolare. Abbiamo un grande patrimonio pubblico, che sta in capo a diversi enti. Abbiamo un ingente patrimonio privato inutilizzato.

Uno dei modi per fare politiche per la casa è utilizzare l’autorecupero. Si tratta di un istituto mai utilizzato in Sardegna, ma utilizzato da decenni in Italia e in Europa. La settimana scorsa ho inviato una lettera ufficiale sul tema al Sindaco, all’Assessore alla Casa e all’Assessore all’Urbanistica. Dobbiamo dare risposte alla precarietà abitativa.

Vi propongo la lettera ed un approfondimento sul tema.

Enrico Lobina

 

Alla c. a. del Sindaco di Cagliari

Massimo Zedda

Dell’ Assessore al Patrimonio e alle Politiche per la casa

Gavino Pinna

Assessore all’Urbanistica

Paolo Frau

Del Presidente della Commissione Bilancio

Claudio Cugusi

Presidente della Commissione Urbanistica

Andrea Scano

SEDE

Cagliari, 25/03/2013

 

Protocollo n. 0074159

 

 

Lettera sulla utilità dell’ Autorecupero Urbano.

 

Caro Sindaco, cari Assessori, cari colleghi Presidenti di Commissione,

vi invio questa lettera ufficiale sicuro che condividiate con me l’idea per cui, in un momento di fortissima crisi economica come quello attuale, scegliere accuratamente quali  politiche abitative praticare possa risultare centrale per il rapporto tra questa Amministrazione e i cittadini cagliaritani.

Cagliari è la capitale della Sardegna, nonché il centro di una vasta area su cui ruotano circa 500.000

persone, cioè un terzo del popolo sardo.

Cagliari, così come realtà simili, sta conoscendo un ampio fenomeno di spopolamento. Al contrario, il nostro obiettivo deve essere quello del “compattamento urbano”[1].

Oltre lo spopolamento, Cagliari conosce una ampia e disattesa domanda di alloggi ERP (Edilizia Residenziale Pubblica). Sono circa 900 le famiglie in graduatoria le quali non hanno accesso all’ERP.

Una amministrazione di sinistra deve dare risposte concrete a queste esigenze.

Tra le pratiche abitative ve ne sono alcune che sembrano mettere in gioco un’attenzione ed un senso di responsabilità nei confronti del contesto locale che difficilmente emerge nei criteri che oggi più comunemente guidano le scelte abitative.

In quest’ottica vorrei sottolineare le grandi potenzialità di un istituto come quello dell’  autorecupero a destinazione residenziale di patrimonio pubblico in disuso.

Si tratta di un istituto che illustra meglio di altri le potenzialità dell’abitare come pratica di costruzione di cittadinanza. In particolare le esperienze di autorecupero,  praticate  in momenti e contesti diversi da varie amministrazioni locali in Italia e all’estero, hanno teso e tendono alla costruzione di un rapporto con i cittadini partendo dal coinvolgimento di quella fascia di popolazione in disagio e svantaggio abitativo.

 

“Per autorecupero si intende un processo edilizio che prevede l’affidamento dei lavori di ristrutturazione di un immobile agli stessi assegnatari che prestano la loro opera in cantiere mettendo a disposizione un monte ore lavorativo. In questo tipo di processi, quindi, sono generalmente coinvolte non solo le amministrazioni pubbliche, ma anche gli stessi occupanti (nel caso che il processo sia stato attivato a seguito di una occupazione abusiva) o i futuri assegnatari degli edifici (nel caso si sia proceduto con bando pubblico). Questi, riuniti in cooperative edilizie, presentano progetti esecutivi per i lavori di ristrutturazione edilizia, sulla base di progetti definitivi predisposti dall’Amministrazione comunale, talvolta privilegiando l’applicazione […] di tecnologie compatibili con l’ambiente (architettura bioclimatica) e favorendo, in tal modo, oltre che la loro diffusione, anche la formazione di lavoratori specializzati nell’uso delle tecnologie stesse. La partecipazione ai lavori consente un abbattimento dei costi economici e la creazione di buoni rapporti tra i beneficiari. Le formule con cui il singolo abitante, futuro assegnatario dell’alloggio, o la cooperativa avviano questi processi e partecipano effettivamente con la loro forza lavoro al recupero dell’alloggio variano”[2].

Questa tecnica permette di riqualificare il patrimonio pubblico, poiché lo stabile autorecuperato rimane di proprietà pubblica, nonché di rispondere concretamente alla precarietà abitativa. Il pubblico di solito interviene sugli eventuali lavori di rifacimento della facciata.

L’autorecupero del patrimonio pubblico abbandonato ad uso abitativo è nato in nord Europa (Olanda, Inghilterra, Germania) negli anni ’70. In Italia si è cominciato a praticare dagli anni ’80 a Bologna e, successivamente, in tutta Italia. Alcuni esempi di autorecupero prevedono l’intervento di enti quali “Banca Etica”.

In regione Lazio venne approvata all’unanimità la LR 55/1998 “Autorecupero del patrimonio immobiliare”.

Nel 1995, inoltre, è stata presentata una proposta di legge rubricata “Norme per il recupero ad uso abitativo del patrimonio immobiliare in degrado di proprietà pubblica e privata mediante la formazione di cooperative di auto recupero formate da soggetti senza casa e sfrattati”.

Credo che la precarietà abitativa possa e debba essere affrontata mediante questa modalità. Il Piano Particolareggiato del Centro Storico dovrebbe già definire alcuni immobili pubblici in cui prevedere bandi-pilota per l’autorecupero.

La crisi economica, che si prevede per il 2013 più dura del 2012, comporterà un aumento della precarietà abitativa. L’autorecupero è una pratica che permette di rispondere ad una necessità, nonché di promuovere una nuova forma di cittadinanza.

 

Cordialità,

Enrico Lobina



[1]     Cfr. David Harvey, Il capitalismo contro la città: neoliberismo, urbanizzazioni, resistenze, Ombre Corte, Verona 2012.

[2]              Alessandra Ruggero, Esperienze di cittadinanza comune: l’autorecupero. Paper for the Espanet Conference “Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa” Milano, 29 Settembre-1 Ottobre 2011

 

 

 

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