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Storia, politica e benevolenza del colonialismo. La Francia democratica e il suo passato

January 2nd, 2011  |  Published in Mondo, Politica  |  2 Comments

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L’Assemblea Nazionale francese ha approvato il 23 febbraio 2004 una legge che, all’articolo 4, stabilisce il riconoscimento, nei programmi scolastici, del ruolo progressivo della colonizzazione francese. Ogni libertà di insegnamento viene rifiutata. Qualche accademico ribelle potrà ancora, dati alla mano, contestare la “benevolenza” del colonialismo e dell’imperialismo, ma nelle scuole non si può più. Chi lo fa infrange una legge della repubblica.

In questo modo, la politica scrive direttamente la storia e costringe il mondo accademico e intellettuale al dibattito. Un dibattito, invero, abbastanza sottotono e di corto respiro. Perché ci si dovrebbe chiedere, al di là del caso singolo, chi è che scrive la storia e come.

In una società massificata e massificante, in cui la quantità di informazioni è tale che il problema non è più avere notizie bensì saperle pesare e discutere, in che modo la scuola, lo stato, i mezzi di (dis)informazione contribuiscono a sviluppare una tale capacità di distinzione? Agisce di più sulla mentalità collettiva una fiction televisiva storica, raffazzonata e cedevole alle mode del momento, o l’ultimo libro del grande e inarrivabile professore universitario?

Ma la legge non tocca solamente i temi legati alla censura, alla creazione del consenso e all’imposizione della verità in una società mediatica quale quella occidentale moderna. Si entra anche direttamente dentro uno degli snodi fondamentali della storia moderna e contemporanea: il colonialismo e l’imperialismo.

Luciano Canfora, in La democrazia storia di una ideologia sottolinea come una delle differenze di fondo tra la rivoluzione francese e la rivoluzione americana sia stata, seppur per poco, l’atteggiamento verso la schiavitù. Per i francesi, se libertà doveva essere, sarebbe dovuta essere per tutti, e quindi la schiavitù non aveva più senso. Poi naturalmente si fece marcia indietro, ma la questione rimase.

Nel caso della rivoluzione americana, invece, la libertà fu dall’inizio concepita come una libertà solamente di alcuni, gli eletti, che lasciava fuori gli schiavi e gli esseri umani di un gradino inferiore, ai quali non si poteva loro concedere la libertà. Pellerossa americani, africani deportati, insomma, non erano individui come gli altri. Ancora oggi gli statunitensi difendono la (loro) libertà, e la Francia e coloro che seguono quel modello, seppur non ripudiando a parole l’uguaglianza tra gli uomini, la ripudia nei fatti (vedi leggi sull’immigrazione).

Anche Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro Controstoria del liberalismo, smonta la teoria liberale prendendo a piene mani dalla storia coloniale. I grandi filosofi liberali, da Locke a Mill, quando devono affrontare la questione delle colonie e della schiavitù dimenticano l’uguaglianza e la libertà umana.

Proprio per questa ragione, allora, la questione di come insegnare la storia coloniale acquisisce nel 2006 una nuova centralità. Oggi, a debita distanza dall’esperienza direttamente coloniale, compito degli storici della società è di riscrivere tutta la storia, anche quella europea, alla luce di ciò che esso ha significato.

Si tratta di ripensare la storia europea, economica, sociale, ma anche la storia delle idee, alla luce di ciò che il colonialismo è stato e ha significato. Perché, se è vero che con la rivoluzione industriale le capacità produttive, e quindi militari, sono aumentate talmente tanto in Europa e negli Usa da permettere a questi due territori di dominare gli altri, è altrettanto vero che la stessa storia europea del XIX e del XX secolo non avrebbe potuto esserci senza la storia non-europea.

A questo punto veramente si pone il problema di come insegnare la storia, e di quale storia insegnare. Oggi in Italia, ma in tutta Europa è così, si studia solamente la storia europea, quasi fosse astratta e altra cosa rispetto al resto. Addirittura la storia coloniale in Italia non viene quasi menzionata e, se lo si fa, lo si fa di passaggio e per ricordare che, in fondo, gli italiani non sono stati colonialisti. Si, avevano qualcosa in Etiopia e in Libia, ma per poco tempo ed era poco importante, e poi gli italiani in fondo erano buoni, e non hanno fatto del male a chi abitava quei territori.

I teorici degli studi post-coloniali e dei subaltern studies sottolineano come non sia più il caso di parlare di primo, secondo e terzo mondo, come se fossero entità separate. L’era postcoloniale, piuttosto, avrebbe proprio stabilito che il mondo è uno, con diversi centri e poli, comunicanti ed interagenti tra loro. Essi sono comunicanti e interagenti in maniera biunivoca, seppure non in maniera omogenea, e tutto questo avrebbe precise ragioni storiche, che vanno ricercate nella profondità e nel tempo. Per la prima volta, insomma, abbiamo la possibilità di scrivere una nuova storia, non la storia di una parte, ma la storia del tutto e, probabilmente, anche da diversi punti di vista.

Ma tutte queste cose alla democratica Francia non interessano. Per questo al passato coloniale del paese deve essere riconosciuto un ruolo positivo. Tutto il resto non conta. Non contano i massacri e le distruzioni economiche, sociali e politiche in Algeria e gran parte dell’Africa, in Indocina e nelle altre colonie asiatiche. Tutto deve essere compresso, tagliato, superficializzato, in modo che non nuoccia.

Una rivolta, quella degli accademici francesi, un po’ sottotono. Talmente sottotono che i dipartimenti di storia dell’Asia e dell’Africa delle nostre università, in Italia, non ne hanno avuto notizia e che in Italia nessun movimento su una questione di tale gravità prende piede. Sarebbe, invece, l’occasione per rimetterci a discutere di censura e di creazione del consenso.

E sarebbe anche l’occasione per riaprire, all’interno delle Università ma soprattutto all’esterno, la questione di quale storia studiare, di come gettare uno sguardo al passato. Perché, come scriveva E. H. Carr, la storia “è un continuo processo di interazione tra lo storico e i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente e il passato”.

in http://www.contropiano.org/Documenti/2006/gennaio06/11-01-06Francia_Storia_politica_benevolenza.htm, http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust6a09.htm

gennaio 2006

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2 Comments

  1. giampiero cannas says:

    l’intenzione mi pare buona e la prima parte, che ho appena letto, mi sembra condivisibile : la colonizzazione è stata veramente una gran porcata e noi, ancora , nella nostra isola, non ne siamo fuori del tutto.
    ti saluto, giampiero

    • admin says:

      La colonizzazione oggi avviene in tante forme. E la Sardegna, per tanti aspetti, è una colonia.

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