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CRISI ECONOMICA, SOVRANITA’ E SARDEGNA

December 7th, 2011  |  Published in Politica, Sardegna  |  1 Comment

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Sardegna24 ha pubblicato oggi, leggermente tagliato, un mio contributo su crisi economica, sovranità e Sardegna.

Ve lo propongo. Vi invito tutti al dibattito del 16 dicembre. L’appuntamento è per le 17.30, Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche.

 

Crisi economica, sovranità e Sardegna

Sovranità non è un concetto astratto. Sovranità è una pratica concreta. Significa essere artefici del proprio destino. Per molti popoli e larghi strati sociali è un processo inedito.

Sovranità è politica monetaria. Ai primi anni ottanta uno degli economisti della scuola di Chicago, Milton Friedman, teorizzò l’autonomia della politica monetaria dal governo e dalle scelte politiche. Questa scelta venne ribadita, e praticata, da Margaret Tatcher e Ronald Reagan. Divenne un dogma indiscutibile. Sino a qualche mese fa.

La Banca Centrale Europea (BCE) nasce in continuità con questo dogma. La BCE è indipendente dal potere politico, ha l’obiettivo di contenere l’inflazione e la stabilità di bilancio dei paesi dell’Unione Europea. Interferisce il meno possibile con le dinamiche di mercato, ed il suo statuto le vieta un ruolo attivo nelle politiche monetarie.

La Sardegna, attraverso l’Italia, ha ceduto una parte importante della propria sovranità alla BCE. Questa sovranità ceduta, travestita da “imparzialità” ma in realtà molto parziale a favore delle aree economicamente più avanzate (Germania), ha portato alla mezzogiornificazione d’Europa. Tutta l’Europa periferica è oggi un grande sud europeo. Grecia, sud Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, vaste aree dei paesi dell’est, sono oggi strutturalmente deboli nei confronti delle aree più forti dell’Unione. Si è imposto l’uguale tra diseguali. Il risultato è stato un aumento dei fenomeni di colonialismo interno.

Il 16 dicembre, a Cagliari (ore 17.30, facoltà di Scienze Politiche), discuteremo di come uscire dalla crisi economica senza la svendita del patrimonio pubblico ed evitando di far pagare ulteriori e pesantissimi prezzi a lavoratori e pensionati. Bisogna cambiare radicalmente le politiche economiche europee.

Massimo Dadea, presidente di Sardegna Democratica, in un recente articolo apparso su Sardegna24, ha discusso l’esempio Islandese. Dadea racconta che “una rivoluzione che ha portato l’Islanda a riappropriarsi dei propri diritti, alla sconfitta degli interessi economici dell’Inghilterra e dell’Olanda e a mandare a casa un governo imbelle e asservito agli interessi dei grandi gruppi bancari internazionali. Il popolo delle casseruole ha dapprima fatto dimettere il governo conservatore, poi ha chiesto e ottenuto la nazionalizzazione delle principali banche, ha poi deciso di non pagare i debiti che queste avevano contratto con la Gran Bretagna e l’Olanda e poi ha eletto un’assemblea costituente per riscrivere la propria Costituzione. Oggi l’Islanda sta uscendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo senza il salvataggio della BCE e del FMI, senza cessioni della propria sovranità, ma attraverso l’affermazione di un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una comunità”.

La Sardegna soberanista si deve interrogare sulle politiche monetarie e sulle politiche economiche europee. Altrimenti discutere di sovranità significa giocare ad essere un po’ più altisonanti degli altri e basta.

La Sardegna del domani, quella che si deve costruire oggi, deve porsi in maniera critica verso gli obiettivi e le pratiche della BCE. Deve essere pronta ad essere conflittuale.  Stiamo qua discutendo di uscire dall’euro? No. Almeno non subito. Stiamo però discutendo uno scenario deciso da noi stessi, in cui siamo noi gli artefici del nostro destino. Per questo bisogna studiare e avere coraggio. E’ il compito della generazione di politici che deve venire.

Rivisitato il nostro rapporto, sia finanziario che istituzionale, con lo Stato italiano, dovrà essere la volta di ripensare, insieme ai nostri fratelli europei, e soprattutto sud-europei, il rapporto con le politiche europee. Recentemente il Financial Times ha scritto che l’unico modo per ridurre il debito pubblico italiano è costringere gli investitori a rinegoziare i loro titoli italiani con obbligazioni alla pari, le quali abbiano una scadenza più lunga e una cedola abbassata, così da ridurre il valore attuale netto in modo molto elevato, magari del 25%. Oppure, immaginiamo una riduzione del valore nominale del 25%. Questa riduzione dovrebbe valere solamente per alcuni tipi di investitori.

Non si capisce, infatti, perché i lavoratori debbano accettare riduzioni di salario e diritti e non le debbano accettare i grandi fondi di investimento privati che speculano sul nostro debito pubblico.

La ristrutturazione del debito deve essere condivisa con gli investitori stranieri, invece che solamente con chi consuma e con chi può favorire la crescita.

Una Sardegna sovrana di questo deve discutere. L’Assemblea Costituente di questo deve discutere.

 

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One Comment

  1. nicola says:

    Il debito non va pagato, in Italia i movimenti più avanzati discutono già di questo, noi del PCL ne abbiamo discusso in un’assemblea pubblica qualche settimana fà a Cagliari, che senso ha salvare gli stati capitalisti ora che stanno fallendo? vanno abbattuti e va affrontato subito il tema del potere dei lavoratori altro che nuova leva di politici mi pare che qui ci sia puzza di vecchio..

    Se eliminaste l’esercito inglese domani e si issasse la bandiera verde in cima al Castello di Dublino, a meno che non si disponesse l’organizzazione della Repubblica Socialista i vostri sforzi sarebbero inutili. Il Regno Unito vi governerebbe comunque: Lo farebbe tramite i suoi capitalisti, i suoi coloni, i suoi finanzieri, attraverso l’intera massa di istituzioni commerciali e individualiste che ha piantato nel paese abbeverate con le lacrime delle nostre madri e il sangue dei nostri martiri.
    James Connolly (1868 – 1916), politico irlandese

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