Vi propongo un contributo su “Cambiare si può” in Sardegna, che i giornali sardi hanno snobbato.
Enrico Lobina
Cambiare si può. In Sardegna
Enrico Lobina
Il primo dicembre, a Roma, si sono ritrovati i sostenitori dell’appello “Cambiare si può”. Vogliamo costruire una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013.
Le primarie del PD e di SeL hanno confermato una partecipazione alta, ma molto inferiore a quella del 2005. In quella occasione la sinistra, rappresentata da Fausto Bertinotti, conquistò circa il 15%. Sette anni dopo lo scenario si conferma. Come tutti sanno, quella esperienza fu negativa per lavoratori, pensionati, studenti e disoccupati. Il programma non venne rispettato.
Milioni di persone sono andate alle urne pensando di potere, con la loro partecipazione, cambiare l’agenda del governo. Quello attuale, ormai terminato, e quello futuro. Migliaia di volontari hanno partecipato ad un evento di popolo.
Il PD non ha intenzione di cambiare le politiche economiche del governo Monti. Anche se Monti non ci sarà più. Lo ha dichiarato Pierluigi Bersani al Wall Street Journal due giorni fa. Il rispetto dei patti internazionali, a partire da quelli europei, significa questo. Il rispetto del patto fiscale e del patto di stabilità significa diminuzione dello stato sociale, povertà, licenziamenti e precarietà.
Il PD ha l’intenzione di allearsi, dopo le elezioni o anche prima, con l’UDC. I suoi capi lo ripetono senza fine.
Le alternative a questa situazione sono, per i sinceri democratici, due: il non voto ed il voto al Movimento 5 stelle.
L’astensione dal voto, in vertiginosa ascesa, non rappresenta una soluzione. Rappresenta una protesta un po’ autistica. Il voto al Movimento 5 stelle è un voto ad una forza politica anti-democratica, che non pone le priorità della guerra e del lavoro. I suoi candidati hanno il divieto di far sapere ciò che pensano. Per molti è una novità positiva, una ultima spiaggia. Non è così.
Siamo stati a Roma il primo dicembre. Saremo a Cagliari il 16. Vogliamo un soggetto politico aperto al popolo referendario per l’acqua pubblica, agli studenti, ai movimenti, alla società civile, all’associazionismo diffuso. A quel fermento culturale e sociale prodotto da “intelligenze” sui territori.
La Sardegna si deve autodeterminare. Deve essere sovrana. Ma non può essere neutra rispetto a ciò che succede in Italia. In questi anni la Sardegna è stata attraversata da decine di lotte. Sono le ferite di un’isola-colonia. Un’isola venduta dalle proprie classi dirigenti. Ora al Qatar, ieri ai militari. Ora licenziamenti di massa, ieri inquinamento in cambio di lavoro. Ora braccianti e pastori in ginocchio, ieri nessun investimento sullo sviluppo locale.
I due principi chiave del liberalismo sono saltati.
Il primo prevedeva il primato del laissez faire, del neoliberismo. Nel neoliberismo le forze economiche sono libere di fare ciò che desiderano. Oggi il neoliberismo è fallito, morto. Provoca povertà e guerra. Deve essere fermato, ma Monti continua ad applicarlo. Sta vendendo l’Italia e la Sardegna.
Il secondo è il principio di rappresentanza, proprio dei paesi occidentali del novecento.
Vogliamo rompere entrambi questi schemi. Vogliamo ridare un senso alle elezioni del 2013. Su questo chiamiamo a raccolta lavoratrici, lavoratori, disoccupati, e tutte le forze politiche sarde anti-liberiste e contro la guerra. È questo il discrimine oggi.
Siamo una cosa diversa dal PD. Siamo una cosa diversa dal Movimento 5 stelle.
Senza astio, siamo l’alternativa. Lo abbiamo deciso a Roma il primo dicembre. Lo decideremo a Cagliari il 16.
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