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RIVOLUZIONIAMO LA CGIL – LA PROPOSTA, LA RISPOSTA E LA CONTRO-RISPOSTA

May 18th, 2013  |  Published in In evidenza, Politica, Sardegna  |  11 Comments

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Il mensile della CGIL Sardegna ha pubblicato un mio articolo sulla necessità di rivoluzionare la CGIL. All’articolo ha risposto Carmelo Farci, segretario regionale dalla CGIL Sardegna. Vi propongo il mio contributo, la risposta di Farci e alcune mie contro-osservazioni. Vi propongo anche il file pdf di “Altra Sardegna”, che contiene un interessante opinione del neo-segretario regionale CGIL sul taglio dell’IRAP nella finanziaria regionale.

Enrico Lobina

 

Rivoluzioniamo la CGIL

Le elezioni politiche italiane del 2013 hanno segnato uno spartiac­que. La storia sarda, che è parte, volenti o nolenti, di quella italiana, non sarà più la stessa. La storia europea non sarà più la stessa. Una condizione sociale insostenibile ha avuto come sbocco, su diversi ver­santi, un voto anti-sistema.

Se le coordinate politiche e socia­li dominanti ci fanno vivere male, perché sostenerle? Questo hanno, giustamente, pensato milioni di italiani. Si rifiuta ciò che è esistito e ha gestito il potere nel passato recente. Il sindacato è tra i corpi intermedi sotto accusa. La Cgil è tra questi. Serve a poco ricordare ciò che ci ha diviso, e ci divide an­cora, da Cisl e Uil, nonché da Con­findustria. Nel senso comune non è così. Prima ce ne rendiamo conto meglio è.

O la Cgil rivoluziona se stessa o declina. Il declino sarà lento ma inesorabile. I congressi servono a questo. Il prossimo con­gresso, programmato per il 2014, deve servire a questo.

Bisogna porsi pochi obiettivi, ma chiari. Unificare il lavoro, rivoluzionare l’organizzazione e la trasparenza totale sono i nostri obiettivi. Uni­ficare il lavoro significa parlare a tutti coloro che hanno meno di 40 anni, non hanno sindacato e non lo possono avere. È la parte più sfrut­tata del mondo del lavoro, e non lo rappresentiamo. Unificare il lavoro è il primo, unico, grande obiettivo. I sindacati facciano il contratto di sito, promuovano una legge chiara sugli appalti. I sindacati immagini­no una politica economica europea che abbia come obiettivo la piena occupazione, non i tagli della spesa pubblica perché così, secondo la Bce (Banca Centrale Europea), si ferma l’inflazione. Unificare il lavo­ro significa coinvolgere direttamen­te i lavoratori di terza generazione e il popolo delle partite Iva, sempre più proletarie. La Cgil deve diven­tare il loro sindacato. Dobbiamo riprendere il mutualismo ed il con­cetto di sindacato di mestiere. Pro­vando a introdurre, subito e ades­so, nuovi diritti nei nuovi lavori.Il modello contrattuale è da rivedere: meno contratti, più inclusivi, con un welfare davvero universalistico.

Rivoluzionare l’organizzazione si­gnifica dimezzare i funzionari. Oggi la Cgil ha 15 mila funzionari. Una piccola città. Si devono dimezzare i funzionari, sviluppare al massimo l’utilizzo delle nuove tecnologie, svecchiare l’apparato. Con le risor­se risparmiate si creino le casse di resistenza, pronte a dare da man­giare a coloro che, senza alcuna copertura (cassa integrazione etc.), sono pronti a lottare per affermare i propri diritti. La trasparenza totale è la terza necessaria rivoluzione della nostra organizzazione. Non sappia­mo quanto incassa la Cgil e come spende le proprie risorse. Non è tollerabile. La Sardegna ha una propria specificità. La situazione economica e sociale è devastante e per molti versi già devastata. Non si può rispondere alla fine di un modello di sviluppo con la difesa di quello stesso modello. Su questo aspetto siamo al capolinea. In Sar­degna, questa deve essere la nostra prima priorità. Le elezioni politiche hanno cancellato i partiti, per come li abbiamo conosciuti. Non che ne avessimo grande stima. Dopo i par­titi, tra i prossimi obiettivi c’è il sin­dacato. Non importa quale. Questo può portare solamente maggiore povertà ed egoismo. O ci attrezzia­mo per tempo, o saremo travolti.

RISPOSTA DI CARMELO FARCI

Caro Enrico,

rispondiamo alla tua lettera, che esprime il punto di vista di un consigliere del Comune di Ca­gliari e, insieme, di un tesserato di lunga data. Non dobbiamo es­sere sordi ai segnali che arrivano dalla società. Ma non dobbiamo neppure permettere che le nostre posizioni vengano annacquate dentro un senso comune che vor­rebbe solo puntare il dito contro. Il rischio è fare il gioco di quelli a cui piacerebbe annientare il sin­dacato, di quelli che ci accusano indiscriminatamente, senza tener conto delle nostre battaglie. Ser­ve invece a molto ricordare ciò che ci distingue. Non può sfuggi­re una fase così lunga di rottura dell’unità sindacale, ma anche di rivendicazioni e lotte contro scel­te politiche che abbiamo definito inique e criticato, perché inade­guate a contrastare la crisi. Serve a molto fare le differenze e spie­gare ciò che facciamo, come atto di chiarezza e verità di fronte al­l’opinione pubblica, perché siano evidenti i ruoli e le responsabilità, perché sia possibile migliorare il nostro impegno quotidiano. Se il senso comune evidenzia i limiti della nostra azione, nel ricordare le nostre battaglie non vogliamo certo dire che non dobbiamo fare di più e meglio. Soprattutto in una fase sociale, economica e politica come quella che stiamo vivendo. Sappiamo che c’è un pezzo di società a cui dobbiamo guardare con maggiore attenzio­ne: chi ha meno di quarant’anni e si sente tagliato fuori, escluso dal mercato del lavoro, dal sinda­cato, dai diritti che noi abbiamo sempre difeso. In questa direzio­ne c’è molto da fare, partendo dal presupposto, però, che i diritti vanno estesi e non cancellati, e che non vogliamo mettere in contrapposizione generazioni di­verse. Le soluzioni vanno trovate insieme, chiudersi in se stessi non serve, occorre aprirsi, met­tersi in discussione, spiegarsi e rinnovarsi ogni giorno. Vale per tutti. Per i livelli sindacali, la base e le strutture, sino ai tesserati come te che, con un interesse preoccupato ci scrivi questa let­tera. Persino sull’organizzazione interna e sul lavoro dei funzio­nari è in corso un progetto, il reinsediamento, teso a molti­plicare le occasioni di dialogo e confronto, radicare la presenza del sindacato nelle singole realtà territoriali. Sappiamo che i nu­meri, a volte, possono apparire eccessivi (proponi di dimezzare i 15 mila funzionari), ma è bene non dimenticare che apparten­gono a un mondo, il nostro, che unisce intorno ai valori di un uni­co simbolo rosso, cinque milioni 712 mila 642 iscritti nel 2012. Sul modello contrattuale – da rivedere, scrivi giustamente – il confronto con le parti datoriali è aperto e i temi che poni sono certamente all’ordine del giorno. Ma c’è anche un altro punto cen­trale, la legge sulla rappresen­tanza, che la Cgil chiede da anni, purtroppo inascoltata. Su risorse e trasparenza, non puoi trascu­rare il fatto che i bilanci della Cgil sono pubblici e trasparenti, a differenza di quelli di molti altri soggetti. Va inoltre diffondendo­si la pratica del bilancio sociale.

Il nostro Congresso è un mo­mento di autentica democrazia che coinvolge, con passione e partecipazione, quei milioni di iscritti, nella discussione delle li­nea e nel voto per la elezione dei loro delegati e dei gruppi dirigen­ti a tutti i livelli. Ci prepariamo al Congresso con questa consa­pevolezza, impegnati e attenti ai cambiamenti in atto ma anche consci della nostra storia, della nostra identità. Da riaffermare e rinnovare ogni giorno, facendo quadrato intorno ai nostri valori fondanti, primo fra tutti quello della solidarietà che unisce luo­ghi, persone, generazioni.

Carmelo Farci, segretario regionale

Caro compagno,

la prima osservazione che mi verrebbe da fare riguarda il primo paragrafo dell’articolo, al quale non avete dato risposta. Scrivo: “La storia sarda, che è parte, volenti o nolenti, di quella italiana, non sarà più la stessa. La storia europea non sarà più la stessa. Una condizione sociale insostenibile ha avuto come sbocco, su diversi ver­santi, un voto anti-sistema”. Siete d’accordo su questo aspetto? C’è un prima e un dopo 24/25 febbraio, o no? Dalla tua risposta non si capisce. Per me c’è un prima ed un dopo. Per la CGIL? Per la CGIL sarda?

Io non metto in discussione l’impegno della CGIL per cambiare se stessa. Dico solamente, da militante politico e da persona che ha contatti quotidiani con le periferie e i miei coetanei, con precari e disoccupati, ma anche con intellettuali e classe media, che non è questa la percezione. In questo senso, rimane la convinzione che “O la CGIL rivoluziona se stessa o declina”. Lo dice uno che vede i lavoratori ed il sindacato come la propria comunità.

Scrivi giustamente che “i diritti vanno estesi e non cancellati”. Sono d’accordo. Facciamolo subito. Promuoviamo i contratti di sito. Dappertutto. Dalla Saras alle pubbliche amministrazioni, si trattino ovunque unitariamente i lavoratori che stanno gomito a gomito. A prescindere dal fatto che lavorino in ditte terziste, in sub-sub-appalto, o abbiano contratti diversi. Lo facciamo? Facciamo si che nelle pubbliche amministrazioni seguiamo sia le imprese di pulizia, con operaie super sfruttate, ma anche chi sta nel servizio raccolta rifiuti e negli asili nido convenzionati etc.? Facciamo che alla Saras non assisteremo mai più alla semi-schiavitù degli operai delle ditte terziste, che non hanno gli stessi diritti degli operai Saras? Estendere significa questo.

E non abbiamo toccato il tema centrale: la precarietà. Facciamo che nei prossimi anni ci diamo come priorità assoluta quello della precarietà?

Vi è, inoltre, il problema organizzativo. Propongo di dimezzare i 15.000 funzionari non per diminuire la forza organizzativa. Al contrario. Propongo di rivedere completamente la struttura, di istituire casse di resistenza che permettano a chi è senza tutele di scioperare, e di utilizzare moderne tecniche organizzative, per essere più efficienti e avere più consenso.

Lasciatemi, in conclusione, dire che la posizione che la CGIL ha assunto sul taglio dell’IRAP in sede di finanziaria regionale, è la dimostrazione di come sia di per sé positivo che esista una organizzazione di massa dei lavoratori. Questo taglio, votato anche dall’opposizione, e da ex dirigenti della CGIL, è sbagliato sia perché politiche di questo tipo non hanno prodotto risultati negli ultimi 20 anni, sia perché esprimono una visione del mondo che assume solamente il punto di vista dell’impresa. La CGIL, invece, guarda giustamente il mondo dalla parte dei lavoratori, cioè della stragrande maggioranza della popolazione, e ne vede tutti i limiti.

Da ultimo, la risposta che date è positiva, perchè si riconosce il problema, ma non mi soddisfa. E’ interlocutoria. Non credo che i sindacati, nello specifico parlo della CGIL perchè è il mio, possano aspettare e fare melina. Lo hanno fatto i partiti, e sono stati travolti.

L’Altra Sardegna maggio

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11 Comments

  1. Patrizia says:

    Ciao Enrico, ho letto con molto interesse la tua lettera alla Cgil Sarda, la risposta e la contro risposta.
    Sono tante le soluzioni che proponi, politiche e sindacali. L’Italia, ha bisogno di persone come te, che siano così propositive e soprattutto abbiano chiaro il problema e la soluzione. Non stavamo aspettando altro che un Berlinguer redivivo. Io spero che tu possa cambiare il mondo. Nel frattempo, la gente lavora, il sindacato lavora, tutti si danno da fare per cambiare, per reagire e lavorare anche dall’interno, anche se qualcuno non lo vede, non si accorge di quello che accade. Il cambiamento è già in atto. Non permettiamo che si faccia di tutta l’erba un fascio. Si rischia di diventare superficiali, e di non capire la complessità dei problemi e delle organizzazioni.

    • admin says:

      Cara Patrizia,
      sono d’accordo che molti si danno da fare per cambiare. Favoriamoli, incontriamoci e rafforziamo il cambiamento.
      Non ho mai pensato di fare della CGIL un cumulo di macerie. Affermo solamente che la dobbiamo rivoluzionare, affinchè sia più efficace e assolva meglio il suo compito

  2. Nicola Imbimbo says:

    Enrico pone problemi seri e propone soluzioni che andrebbero prese in considerazione e approfondite: al di là delle soluzioni segnala un allarme sul rischio di declino del sindacato che è reale e non certo solo per responsabilità dei suoi dirigenti o del numero dei “funzionari”.
    Esiste un prima e dopo 24/25 febbraio, e non è superfluo ricordarlo.Quella data dovrebbe allarmare soprattutto i partiti che fanno finta di non essersene accorti.La Sardegna è stata pienamente protagonista in quella data:c’è un movimento M5S, non so se è antisistema certamente vede la fine dei partiti del cui degrado sono stati protagonisti gli stessi partiti e non il M5S: è, in termini di voti, il soggetto politico che ha superato in Sardegna PD e PDL.
    Il sindacato credo non sia direttamente coinvolto da quelle elezioni che secondo Enrico segnano uno spartiacque tra i pariti otto=novecenteschi,e la nuova realtà.
    Per non essere travolti i sindacati, e in particolare la CGIL che, come dimostra la manifestazione FIOM del 18 scorso e l’atteggiamento di CISL e UIL durante il governo dei tecnici e con Sacconi ministro del governo Berlusconi, è quello che la mnaggior parte dei lavoratori percepisce come l più sensibile ai problemi del lavoro, per non essere travolti dicevo devono prendere le distanze sempre più dai partiti soprattutto in questa fase di grande confusione e di anomalia democratica. La lotta sull’art.18 e contro l’art.8 va fatta seriamente: quel ministro (Sacconi art.8) oggi governa col PD che già in buona parte pensa più al padronato che ai lavoratori (giusta la critica di Enrico sull’IRAP senza dimenticare le critiche che si prese Cofferati all’epoca della battaglia in difesa dello statuto dei lavoratori non solo dal “migliorista” Napolitano ma anche da D’Alema,).
    La risposta di Carmelo è rispettosa, non è di chiusura.E’ un atteggiamento positivo.
    Autonomia oggi più che mai; se mai il sindacato è stato cinghia di trasmissione, oggi si trasmetterebbero solo i valori del liberismp che sta facendo aumentare gravemente le ingiustizie e le disuguaglianze!,o al più un liberismo e un capitalismo compassionevole e caritatevole.
    Ovviamente la CGIL non potrà sostituirsi alla politica, alle rappresentanze istituzionali.Sarebbe non solo difficile ma anche pericoloso.
    Un sindacato deciso, determinato e battagliero nella difesa dei diritti dei più colpiti dalla crisi può indurre e facilitare la ripresa di una politica attenta ai problemi di lavoratori, giovani, precari pensionati e sarebbe l’effetto non secondario della tenuta sui temi del lavoro e dei diritti, della giustizia sociale e della democrazia.

  3. […] bene e con coraggio l’esponente della Federazione delle Sinistre, Enrico Lobina nel suo post “Rivoluzioniamo la Cgil”, penso […]

  4. […] bene e con coraggio l’esponente della Federazione delle Sinistre, Enrico Lobina nel suo post “Rivoluzioniamo la Cgil”, penso […]

  5. mororosso says:

    I partiti passano le organizzazioni di classe rimangono.
    La Confederazione Generale Italiana del Lavoro ha nel suo nome la ragione perpetua del suo esistere.
    In Sardegna deve fare un salto nel futuro: sganciarsi dalla logica nazionale, raccordarsi con la CES e avviare con il sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori occupati una elaborazione e un piano di lotta per costruire un nuovo modello di sviluppo sovrano e sostenibile che dia risposte al futuro delle nuove generazioni sarde, facendo scelte autocritiche e coraggiose anche sul suo passato recente. Riformare se stessa x chiamare con autorevolezza la politica a riformare la società sarda.
    Lotta senza quartiere alla precarietà, difesa intransigente dei diritti,impegno sindacale a tempo ed infine i LAVORI prima di tutto.

  6. admin says:

    Ho ricevuto questo commento, da parte di una persona che mi chiede di rimanere anonima e di pubblicarla. A breve risponderò

    Ho letto il tuo manifesto per il rinnovo del sindacato e anche la risposta di Farci.
    Condivido quello che dici e soprattutto per come lo hai detto. Le parole contano e conta anche la passione che ci mettiamo nel condividerle. Questo mi è venuto in mente leggendo la risposta
    di Farci che è scritta in un autentico sindacalese che io capisco poco. Ma io non sono del mestiere.
    Ci sono due passaggi nel tuo manifesto che vorrei commentare e che – non sembra – ma sono strettamente collegati: i tagli alla spesa pubblica consigliati dalla Bce e i 15 mila funzionari della Cgil.
    E’ opinione corrente che l’entrata dell’Italia nella Ue abbia impoverito le classi meno abbienti e sia colpevole dell’aumento della disoccupazione. Ecco, io credo che questa opinione sia superficiale e non vera. Tu prova a immaginare l’Italia prima dell’ingresso nella Ue: scarsa produttività aziendale (non perché i lavoratori non lavorano ma perché gli imprenditori non investono i profitti in azienda), inflazione sempre elevata (rispetto ai nostri diretti concorrenti sui mercati internazionali), periodiche svalutazioni della lira per riprendere competitività a buon mercato, contratti di lavoro che si firmano con facilità (tanto è un adeguamento all’inflazione), una classe politica senza progetti e senza idee, che pensa al consenso e alla spesa pubblica (in aumento). Tu mi potresti obiettare che dal nostro punto di vista questo sistema ci stava bene: la disoccupazione era più bassa di oggi, il reddito cresceva (anche se in termini nominali), i 3 milioni di dipendenti pubblici non avevano problemi di esuberi, il sindacato e i partiti non avevano problemi di rappresentatività e di consenso …
    Io credo che l’integrazione nella Ue abbia messo in discussione invece e giustamente un sistema economico e sociale non sostenibile nel lungo termine, dove tutti trovano la propria convenienza. Io sono convinto che questo nuovo sistema ci costringerà tutti a modificare (giustamente) i nostri stili di comportamento e che in economia non ci sono pasti gratis. Innanzitutto, il confronto con gli altri Paesi non può avvenire a colpi di svalutazione della lira ma con imprenditori che fanno il loro mestiere, investendo i profitti in azienda e non portandoli in Svizzera, la Pubblica Amministrazione deve trovare una ragione di esistere e di consumare porzioni del Pil, dando ai cittadini servizi adeguati al suo costo, non ci possono essere settori protetti e una evasione fiscale da terzo mondo. L’integrazione ci costringe a sanare queste cose, senza scorciatoie, infilando il coltello nella carne viva.
    A questo punto mi chiedo (e ti chiedo) che senso hanno 15 mila funzionari Cgil in un mondo che non è più lo stesso??
    ciao

    • admin says:

      Caro anonimo,
      il capitalismo familista italiano non era sicuramente un capitalismo che tendesse all’innovazione, però è un dato di fatto che le politiche economiche europee hanno portato ad un peggioramento del divario tra le zone più produttive dell’UE e quelle meno produttive. La “mezzogiornificazione di cui parlava Krugman già venti anni fa è questo.
      Il problema, più in generale, non è che vi siano “imprenditori che fanno il loro mestiere”, di cui comunque abbiamo gran bisogno sia in Sardegna che in Italia, bensì di un sistema capitalista europeo perdente.
      L’emergere di nuove potenze e la maturazione di alcuni mercati (la cosiddetta new economy), hanno portato l’UE a non poter più sostenere il proprio modello sociale. Questo, sia chiaro, all’interno di una gigantesca crisi di sovrapproduzione, di marxiana memoria, che vive l’Occidente nel suo complesso, che è legata alle più classiche delle cadute tendenziali del saggio di profitto. Questi fenomeni hanno portato al boom della finanza la quale, però, è entrata in crisi nel 2008.
      Dentro questo contesto, l’UE ha sia di affidarsi alla Germania, sia di rimanere competitiva svendendo lo stato sociale europeo e tagliando salari e diritti. All’interno di questi fenomeni sta la CGIL. I 15.000 funzionari possono anche esistere, il problema non è chiaramente quello. Il problema è capire come rendere utile la CGIL a vaste fasce popolari oggi e come deve modificarsi per riuscirci.

      Enrico

  7. Yeezys Shoes says:

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