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LA SARAS, IL 2021 E LA SARDEGNA

October 17th, 2014  |  Published in In evidenza, Politica, Sardegna

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La Saras, il 2021 e la Sardegna

 

Quando Eni deve chiudere uno stabilimento non lo chiude direttamente. Prima lo vende, e poi lo fa chiudere ad un’altra azienda. Nel sud Sardegna l’atteggiamento dell’azienda pubblica è stato chiaro: non investo, indebolisco l’impianto Versalis e poi lo vendo. Così è stato fatto. Oggi l’impianto è di Saras, e dei due vecchi siti produttivi uno è stato chiuso.

Eni in Sardegna, nei decenni passati, ha dislocato tante produzioni. Oggi non si produce più nulla, la chimica ha definitivamente chiuso.

C’è la cosiddetta chimica verde, ma a confronto con il passato non impiega che, al massimo, qualche centinaio di lavoratori. In più, potrebbe stravolgere il paesaggio agrario e produttivo primario sardo, nonché essere il cavallo di troia per bruciare, in Sardegna, sostanze ben più inquinanti che il cardo, la pianta che dovremmo coltivare in decine di migliaia di ettari. Si tratta di un progetto che potrebbe nascondere altro e, in ogni caso, non può produrre benessere diffuso.

Eni non fa più chimica, a parte quella verde, diminuisce la forza lavoro ed in Sardegna dovrebbe rimanere solamente per fare le bonifiche. Ma le farà veramente?

La storia ci dice di grandi multinazionali che vengono, producono, inquinano e se ne vanno senza pagare. A noi rimane il ricordo di qualche centinaio, in alcuni casi qualche migliaio, di buste paga. E poi un inquinamento che durerà secoli. Ci sono zone della Sardegna dove non puoi coltivare la lattuga. Ci sono laghi di cianuro, a cielo aperto, per cui nessuno pagherà. Solamente chi ci abita vicino.

C’è poi il capitolo Saras, la seconda raffineria d’Europa. Si rincorrono le voci di una chiusura di Saras nel 2021. La politica dovrebbe seriamente ragionare su come gestire la transizione ed aprire un grande dibattito pubblico. Ma delle cose davvero importanti in Sardegna non si parla. Ci si ferma al battibecco noioso, e si ripetono formule vuote.

Saras ha impianti vecchi, non è più competitiva, ha aperto alla partnership coi russi con l’idea di cedere progressivamente l’azienda. Ora la crisi diplomatica tra Occidente e Russia complica la situazione, ma il solco è tracciato. L’impianto di Sarroch verrà progressivamente abbandonato.

Ora nell’impianto è in corso una fermata generale, che impiega tanti lavoratori, anche esterni, in attività di manutenzione. I sindacati temono che subito dopo verranno attivati gli ammortizzatori sociali. Traduciamolo: cassa integrazione e contratti di solidarietà. Un intero territorio deve ripensare se stesso.

Vogliamo lasciar andare via Saras senza pagare e rendere il posto esattamente come era prima? Magari ci saranno i russi, che ci diranno che loro non c’entrano nulla, che sono appena entrati… Noi che faremo? Faremo come quei popoli del quarto mondo, che accettano tutto? Il Ttip forse aiuterà le multinazionali di turno a sollevare obiezioni legali, ma una legge ingiusta verso un popolo rimane ingiusta e va combattuta in tutti i modi.

Il mito Saras sta declinando. Cosa rimarrà dal 2022? Nessun indotto vero, nessun prezzo della benzina scontato, e le accise incassate nelle regioni in cui la benzina viene consumata e non dove viene prodotta. Perché produrla costa, anche dal punto di vista della salute.

In una Sardegna molto inquinata, e dove non esiste il registro regionale dei tumori, si sa però che i bambini di Sarroch hanno, in media, più problemi polmonari rispetto agli altri. Ed altri studi pongono tante altre domande.

“Su la testa!” – diceva uno slogan del movimento dei lavoratori. O ci va bene così?

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