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Cina, la crisi si fa sentire anche nell’Impero di Mezzo

March 24th, 2011  |  Published in Cina, Mondo

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Secondo la Banca Mondiale il Pil (Prodotto interno lordo) cinese nel 2009 crescerà del 6,5% rispetto all’anno prima. Per un’economia in via di sviluppo che basa la creazione di posti di lavoro sulla crescita economica, è una previsione negativa. Nel 2008 il Pil è cresciuto del 9%, nel 2007 dell’11,9% e negli anni precedenti si superava sempre il 10%.

La crisi dei mutui subprime statunitensi ha avuto effetti debolissimi sull’economia cinese. Le banche dell’Impero di Mezzo sono poco esposte a questi titoli, nonostante siano grandi acquirenti, insieme ai fondi sovrani governativi, di titoli di Stato statunitensi. Gli effetti indiretti della crisi, invece, sono gravi e persistenti. La diminuzione della domanda mondiale ha enormemente diminuito le esportazioni.

Nel 2007 le esportazioni sono aumentate del 19,9%, nel 2008 solamente del 7,8%, e nel 2009 si prevede una diminuzione sino al 6%. La crisi si è sovrapposta al tentativo governativo di bloccare l’inflazione, che mangiava gran parte degli aumenti salariali dei lavoratori, e di porre un freno alla crescente speculazione immobiliare. Si rischiava di creare una bolla simile a quella thailandese del 1996-97, che fu la miccia per la crisi economica del sudest asiatico nel biennio 1997-98.
La riduzione delle esportazioni ha comportato la chiusura di migliaia di fabbriche manifatturiere che producevano per esportare, la diminuzione drastica dell’occupazione nel settore edile ed una crisi di fiducia che ha portato molte aziende a rimandare investimenti e aumenti di personale. Secondo uno studio della ministero dell’Agricoltura, a gennaio 2009 circa 20 milioni di lavoratori migranti avevano perso il posto di lavoro.

Pietre Bottelier, ex direttore della Banca Mondiale a Pechino, usa una forbice che va da 17 a 30 milioni. Secondo il ministero della sicurezza sociale, circa l’80% dei lavoratori migranti tornati a casa a fine gennaio per il capodanno è poi tornato nelle aree urbane per cercare lavoro. Di questi 56 milioni di lavoratori, circa 11 a marzo ancora non avevano trovato lavoro.
La crisi economica rischia di aumentare il divario tra città e campagna. I soldi delle rimesse scompaiono e la produttività dei campi non aumenta in modo tale da compensare le perdite. Per di più, la diminuzione dei prezzi degli alimentari diminuisce il salario reale dei contadini e aumenta quello di chi vive in città. Dove, per altro, esistono altre emergenze.

A livello urbano il tasso ufficiale di disoccupazione è cresciuto dallo 0,2% di inizio 2008 al 4,2% di fine anno. Su circa 6,1 milioni di giovani che ogni anno si laureano, 1,5 non riesce a trovare lavoro. Sono figli unici sui quali i genitori hanno investito molto.
I media incoraggiano i cinesi a pensare positivo.

La crisi non è, nell’Impero di Mezzo, l’uragano che tutto distrugge, come nell’Occidente, ma si fa sentire, anche se si tratta di un paese dove la gente conosce bene la confuciana frugalità. L’attuale modello di sviluppo, basato quasi esclusivamente sulla partecipazione al mercato globale, non potrà durare in eterno.

pubblicato su Liberazione, 20 marzo 2009, p. 18

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