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La crisi in Cina: le decisioni del governo

March 3rd, 2011  |  Published in Cina, Mondo

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Il governo cinese è un governo interventista. Interviene nell’economia, nella società e nella vita quotidiana del più popoloso stato del mondo. Le discussione strategica avviene all’interno del partito. All’interno del quale le posizioni spesso non sono omogenee. Successivamente, è compito del governo attuare, nella prassi politica quotidiana, le scelte del partito.

La crisi economica mondiale ha colpito l’Impero di Mezzo in maniera pesante. Il paese ha reagito con scelte forti e, tutto sommato, semplici. Le scelte sono state quelle di (i) mitigare la crisi, (ii) sfruttare a proprio vantaggio la nuova congiuntura economica e (iii) aumentare la domanda interna.

Mitigare la crisi
A fine luglio 2008, quando ancora le Olimpiadi non erano cominciate e il terremoto del Sichuan era nella testa di tutti, Pechino ha agito. Il sistema bancario, controllato dallo stato, ha permesso a singoli e ad imprese di fare debiti molto più facilmente rispetto al passato. In questo modo sarebbero aumentati gli investimenti e, conseguentemente, si sarebbero creati nuovi posti di lavoro.

Sfruttare a proprio vantaggio la nuova congiuntura economica
“Dove c’è pericolo, c’è opportunità”. Questo vecchio adagio sta venendo ripetuto spesso in Cina negli ultimi mesi
. Il paese con più grande liquidità al mondo ha notato che i freni alle proprie acquisizioni, presenti qualche anno fa, non ci sono più. E ne approfitta.

Aumentare la domanda interna
A novembre 2008 e marzo 2009 sono stati presentati due giganteschi piani di stimolo dell’economia. Complessivamente, si parla di 700 miliardi di euro. Verranno spesi in opere pubbliche (strade, ferrovie, aeroporti), miglioramento del sistema sanitario e misure di lotta alla disoccupazione. Si è preferita l’economia reale al salvataggio delle banche.

Le casseforti cinesi sono piene di dollari statunitensi. Se il dollaro va a picco, va a picco  una bella percentuale della ricchezza detenuta a Pechino. Le conseguenze sul sistema economico-finanziario sarebbero pesanti. Per queste ragioni il 23 marzo il governatore della Banca Centrale, Zhou Xiaochuan, ha presentato una proposta-choc. Ha chiesto che il dollaro venga sostituito da una moneta internazionale. Si potrebbe partire dai Diritti Speciali di Prelievo (DSP), un’unità di conto utilizzata dal Fondo Monetario Internazionale dal 1969.

Altri problemi incombono. Le proteste di massa di lavoratori licenziati o vergognosamente sfruttati sono in aumento. Sono proteste violente che, se si coordinassero, metterebbero in forte difficoltà il potere. Lo stato sta intervenendo compensando i lavoratori licenziati o non pagati dai padroni. In alcune città i migranti ricevono un supporto finanziario se tornano in campagna.

All’interno del partito la discussione su come affrontare la crisi è in continua evoluzione. Alcuni vogliono utilizzare la crisi per modernizzare l’economia. Altri chiedono di proteggere il sistema cinese, orientato alle esportazioni. Hu Jintao e Wen Jiabao hanno deciso di rivendicare un ruolo a livello internazionale. E di mantenere un consenso di massa interno cercando di far lavorare più persone possibili.

Aumentare la domanda interna non può essere solo uno slogan. Con gli attuali rapporti di produzione e l’attuale congiuntura economica, è realistico pensare ad un aumento della domanda interna in Cina?

pubblicato su Liberazione, 22 maggio 2009

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