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Lingua sarda e popolo: scegliere è libertà – Risposta a Michele Carrus

February 1st, 2017  |  Published in In evidenza, Politica, Sardegna

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Caro Michele,

grazie per la risposta (qua). Riconosco a te, che incarni la nostra organizzazione, di aver colto il tema strategico della lingua nella costruzione di un popolo. Bisogna però trarne le conseguenze, ed abbandonare usanze sbagliate, seppur diventate consuetudine se, appunto, le consideriamo sbagliate.

Innanzitutto, complimenti per il sardo. Lo scrivi bene, e con qualche rudimento di grafia comune, che insegniamo in un corso di dieci lezioni, portato avanti instancabilmente da un’associazione di volontari per il sardo, “Lìngua Bia”, sarai in grado di scrivere in un sardo di alto livello.

Come scrivi, Cando t’ismentigas sa limba de babbu tuo, poi t’abbizas chi ses isperdende de die in die su patrimoniu identitariu chi ti distinghet, e gai nd’essis prus poveru e prus fragile, ca as secau una de sas raichinas chi ti manteniant rizzu”.

Questo è successo al popolo sardo. Le organizzazioni della sinistra storica (PCI innanzitutto) hanno avallato la marginalizzazione della lingua, espellendola dalle politiche pubbliche. L’italiano, come tutte le lingue, si è affermato con le politiche pubbliche e con un vasto apparato che ha avuto bisogno di diversi secoli per ammazzare il sardo.

Oggi dobbiamo prendere una decisione: se reimporre la lingua sarda nel discorso pubblico sardo, o no.

Dire che si è a favore del sardo a parole, e poi non fare nulla, significa accompagnarlo alla morte.

Se la CGIL facesse così, non sarebbe da sola. Conosco decine di organizzazioni, di consiglieri comunali, di militanti politici che dicono che sono a favore del sardo, che scrivono nei loro programmi che bisogna recuperare la lingua sarda, e poi non fanno sistematicamente nulla. Quando fanno qualcosa, è uno zuccherino per fare star tranquilli quei quattro matti che pensano: “non è strano che siamo sardi, e parliamo l’italiano? Fermatevi un attimo a pensare: ma è normale? Ma se siamo sardi perché non parliamo il sardo?”.

Ci sono addirittura politici che dicono pubblicamente che amano la lingua sarda, e lo dicono da 10 anni e più, e non hanno mai trovato il tempo di studiarlo. Ma pensa quanto sono impegnati! E lo stesso potrei dire di qualche centinaio di docenti universitari: trovano il tempo per studiare decine di lingue straniere, ma il sardo no!

Come sai, la nostra comune cultura è quella che si basa sui valori di uguaglianza e libertà. Per tutti, compresi i sardi. E le politiche, le azioni di una organizzazione come la CGIL, non sono neutrali. Anzi. Riprendere in modo nuovo la questione sarda è storicamente necessario. L’aveva fatto Enzo Costa, tuo predecessore, quando aveva sposato l’idea dell’assemblea costituente del popolo sardo.

La CGIL, su questi temi, può avere un grande ruolo, senza far venire meno il proprio impianto.

Capisco che le proposte contenute nella prima lettera siano forti. Però le scelte devono essere prese, ed a mio parere alcune sono a portata di mano:

-          Orientare culturalmente la CGIL in modo positivo su questi temi;

-          Lavorare ad avere il sito sardo della confederazione anche in lingua sarda in 6/12 mesi.

 

Da ultimo, sarebbe per noi un onore averti tra i nostri alunni del prossimo corso di sardo basico (lezione una volta alla settimana, alle ore 20, al circolo Me-Ti di Cagliari). E si spassiaus puru!

 

Enrico

 

 

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