enrico lobina dipendenti pubblici

I dipendenti pubblici male dell’Italia e della Sardegna? Alcuni appunti

Rampini, Ichino, Cottarelli, Gramellini, e altri, dai loro attici e coi loro stipendi milionari hanno individuato nei dipendenti pubblici in smart working il male dell’Italia, e quindi della Sardegna.

Insomma, saremmo nella situazione in cui siamo per colpa di qualche milione di italiani, e circa 100.000 sardi, i quali guadagnano mediamente 1.300 euro. Stiamo parlando dei dipendenti, non dei dirigenti…..

Io non ci sto, non sono d’accordo, e l’ho scritto qui.

A me continua a fare molto più schifo l’imprenditore che mette i suoi dipendenti in cassa integrazione e poi li fa lavorare lo stesso, che un dipendente pubblico, magari più vicino ai 60 anni che ai 50, con 1.300 euro al mese, il quale non ha mai conosciuto alcun processo di riqualificazione e di formazione, il quale viene mollato dal proprio dirigente e, agli occhi di un esterno, viene visto come un “fannullone”.

Non si tratta di sminuire niente, bensì di dare il giusto peso ad ogni evento sociale.

Ma veniamo ad alcune osservazioni fatte a seguito della pubblicazione dell’articolo citato.

  1. In Italia, ed in Sardegna, ci sono troppi dipendenti pubblici

FALSO. Questo studio di Marta Fana lo chiarisce . Ormai però è universalmente accettato, da chi studia queste cose, quanto affermato dalla FP CGIL;

  • Rampini, Cottarelli, Ichino, Gramellini, hanno presentato degli studi, con dati inoppugnabili, per suffragare le loro opinioni

FALSO. Ho fatto una ricerca sui loro siti, ed i loro profili twitter, ma non ho trovato dati che dimostrino quanto da loro affermato. Se Pietro Ichino argomenta, seppur senza dati, le sue opinioni, Rampini ammette, nel famoso spezzone tv, che glielo hanno suggerito alcuni suoi amici imprenditori. Se qualcuno ha fonti diverse me le fornisca e cambierò idea.

  • Abbiamo bisogno di uno stato liberale.

Il liberalismo è una sistema di pensiero diverso dal liberismo, ed il liberalismo di fine ottocento, o inizio novecento, è estremamente diverso dal liberalismo di fine novecento. Il liberismo è, ormai, una nuova razionalità umana (cfr. Dardot e Laval, 2013).

Per farla breve, la mia opinione è che la materialità della vita, e delle relazioni sociali, creano le diseguaglianze, e le diseguaglianze vanno combattute, anche mediante una forte azione pubblica. Discutere oggi di liberalismo è molto scivoloso, e non si sa bene che significhi, perché è una dottrina politica sostanzialmente sussunta dal liberismo

  • In Sardegna la spesa pubblica è altissima, c’è un eccessivo interventismo pubblico, e c’è l’assistenzialismo che soffoca ogni iniziativa privata.

Se in Sardegna ci fosse un eccessivo interventismo pubblico non si capirebbe come mai abbiamo le stesse ferrovie di 100 anni fa e dati infrastrutturali, nonché dati sulla dispersione scolastica, da fare paura quanto sono negativi.

La risposta potrebbe essere: con quello che spendiamo facciamo assistenzialismo!

Se assistenzialismo è pagare una pensione, o dare il reddito di cittadinanza (ed io non penso che questo sia assistenzialismo), si, allora in Sardegna si fa assistenzialismo. Ma non così tanto da non evitare tassi di emigrazione pazzeschi.

Ma allora, perché si emigra se in Sardegna, con tutto l’assistenzialismo, che c’è chiunque può stare a casa o al bar a divertirsi, tanto verrà assistito da qualcuno?

Una risposta più seria ed articolata, che qua si accenna solamente, è invece discutere del perché la spesa pubblica, in percentuale alla ricchezza prodotta in Sardegna, è alta. È così, ed è sbagliato. È una condizione tipica di luoghi che hanno rapporti economici, e quindi sociali e culturali, di tipo coloniale.

Personalmente non voglio, e non immagino, una Sardegna dove domini il pubblico. Al contrario, la Sardegna avrebbe bisogno di una borghesia produttiva, di un vasto tessuto cooperativo, di momenti di produzione privata dal basso. La Sardegna avrebbe bisogno di tutelare il lavoro autonomo, il quale spesso è autosfruttamento.

Per realizzare tutto questo c’è bisogno, oltre che di una visione politica e del coraggio di chi cambia lo stato di cose presente, di un forte settore pubblico. Per cui promuovere momenti di produzione privati e mantenere una forte presenza pubblica non sono in contrasto, anzi.

Su una domanda tornerò nelle prossime settimane: il settore pubblico è meno produttivo di quello privato?

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